Articoli di Fondo

Il Teatro ai tempi del Coronavirus

I comici dell’Arte lo sapevano: dopo il Carnevale, addio spettacoli! Almeno fino a Pasqua.

Certo, perché inizia la Quaresima: quaranta giorni di penitenza, riflessione o, se volete, purificazione per meglio accogliere il mistero Pasquale. È chiaro che, se devo pensare alla salute della mia anima, mica ci vado a vedere le Colombine e le Servette con quei bei decolté, fatti apposta per ingolosire gli spettatori. E mica pago per andare a ridere di lazzi e  battutacce, non sempre eleganti, giocati sugli istinti e sulle bestialità dell’uomo: tra sputazze, intrighi, inganni, diavoli che si chiamano con la formula “Berlich” e si scacciano con “Berloch” e  doppi sensi a tutto spiano, forse, mi sarei un tantino dimenticata dal monito del Mercoledì Santo “polvere sei e polvere ritornerai” (che per fortuna ora suona come un più dolce invito: “convertiti e credi al Vangelo”).

Insomma… dopo il Martedì Grasso, il teatro si fermava. Curioso che qui a Bergamo, la patria di Arlecchino e di Brighella, il fatidico STOP agli spettacoli sia scattato proprio nella domenica di Carnevale. Curioso che, dopo secoli dopo il tramonto della Commedia dell’Arte, si sia riesumata una misura restrittiva che durerà, più o meno, fino a Pasqua.

Ma di cosa mi stupisco, dopotutto? Siamo sinceri: quanti video e post che girano su Facebook e Whatsapp ce lo dicono? Dalla peste di manzoniana memoria, alle misure prese nel Medioevo per arginare le epidemie, ai servizi dei telegiornali dell’istituto “Luce” che parlano dell’influenza asiatica, direi che la mia riflessione sul teatro della serie non-c’è-niente-di-nuovo-sotto-il-sole non è proprio una trovata che brilla di originalità.

Servizio dell’Istituto Luce che, nel 1957, documenta la diffusione dell’influenza asiatica in Italia… interessanti le varie raccomandazioni!

Ma tant’è: come i colleghi di Goldoni, anche noi abbiamo interrotto bruscamente la nostra stagione… e se tralasciamo i dettagli che:

  • il divieto è stato emanato dalle autorità civili e non religiose,
  • i comici dell’arte non avevano da annullare delle date fissate in quaresima (perché semplicemente non le avevano programmate),
  • in gioco non c’è la salute delle anime ma degli spettatori in carne e ossa,

direi che noi attori siamo sulla stessa barca di quelli del Settecento. Anzi, dirò di più. Siamo sulla stessa barca anche dei sacerdoti, dato che in questo strano periodo sono sospese le messe. Un parallelismo non così incredibile, se anche Paolo Grassi, il co-fondatore del Piccolo Teatro Stabile di Milano con Giorgio Strehler, descriveva così il Teatro:

Il luogo dove una comunità liberamente riunita si rivela a se stessa, il luogo dove una comunità ascolta una parola da accettare o da respingere.

Ma basta coi discorsi sui massimi sistemi. Torniamo ai nostri tempi, magari evitando di rubare altre citazioni (che tra Paulo Coelho per il titolo, la liturgia per le Ceneri e da ultimo Paolo Grassi, ho già fatto sufficiente razzia).

Torniamo al Teatro in Quarantena.

Che c’è da dire? In effetti non molto: semplicemente, gli spettacoli, le prove, i festival, gli stage sono stati rimandati o cancellati, e la ragione è che è entrato, sulla scena del Teatro, il Coronavirus… e il mondo è troppo piccolo per tutti e due.

I problemi che si ripercuotono sul nostro lavoro di teatranti sono evidenti anche a chi non è del mestiere: no spettacolo, no party, no money. In più, senza prove, non si può nemmeno profondere energia nella creazione di uno spettacolo nuovo. Non da ultimo, c’è l’incertezza di quanto durerà quest’emergenza, che porta ad annullare (e non a rimandare) gli spettacoli e rende praticamente impossibile programmare il lavoro dei prossimi mesi.

E non è un modo per piangersi addosso, sia chiaro. È semplicemente un dato di fatto.

Avete presente il panico che è esploso quando è trapelata la bozza del Decreto che chiudeva la Lombardia? Tutti che dicevano: ma allora chiudono le aziende? E i lavoratori? Come faranno a tirare fine mese? Ecco. Noi viviamo lo stesso panico: se chiudono i teatri fino a data da destinarsi… la nostra azienda chiude!

Non tutti i mali vengono per nuocere.

Ci sono ricaduta, nel citazionismo, ma ho una buona ragione per farlo. Parlando con degli amici che lavorano come impiegati, questa frase è saltata più o meno fuori, in un bel momento di ottimismo.

“Vedrete che questa è la volta buona che ci svegliamo per lo smart-working. Vedrete che finalmente cominceremo a lavorare da casa e ci allineeremo ai Paesi più avanzati, dove è già la normalità.”

Io, che lavoro nel teatro e come guida turistica, ascoltavo pensierosa; con un po’ di amarezza, ho risposto:

“Sì, però dipende dai lavori che fai. Io, nel mio, ho bisogno della gente.”

E non è per essere attaccata al passato o per difendere una presunta purezza del mestiere. Senza pubblico non c’è teatro, e se non ci sono turisti non ci sono visite guidate.

In Facebook mi sono imbattuta in questo articolo di Enrico Galiano che fa riflettere sulla necessità del contatto tra persone per educare. Se vi interessa, lo trovate qui.

Leggevo in questi giorni dei suggerimenti da parte di persone che intervenivano nelle discussioni tra noi lavoratori dello spettacolo su Facebook, e c’era qualcuno che proponeva: fate spettacoli in streaming!

Mi è venuto da sorridere.

A parte che il pubblico è disaffezionato in generale al teatro e che, se non fai qualcosa di davvero interessante o richiesto, se non ti inserisci in una rassegna e non fai una marea di pubblicità, difficilmente avrai frotte di pubblico pagante.

Figurarsi se c’è gente che, avendo Netflix o Amazon Prime, decide di pagare un biglietto (poi, come…?) per vedere uno spettacolo in streaming.

Poi, a parte i monologhi o gli spettacoli con tre-quattro attori, che cosa puoi mettere in scena? Io faccio parte di una compagnia teatrale, e semplicemente le prove sono considerate “assembramento”.

Figurarsi uno spettacolo con 7-8 attori, a cui aggiungere regista, tecnico audio e video! E poi, dove lo giro? Noleggio un teatro? Pago un tecnico per fare le riprese, dando per scontato che rientrerò nelle spese? Faccio da me e rischio di creare un contenuto scadente che faccio pagare?

E, ultimo ma non ultimo… che razza di teatro è, quello in cui non c’è il pubblico? Personalmente, a parte qualche rarissima eccezione, non sopporto gli spettacoli in cui c’è un tetto massimo di poche decine di spettatori, non per limiti fisici dello spazio scenico, ma “per mantenere l’atmosfera”.

Figurarsi cosa posso pensare di una messa in scena in cui non c’è nemmeno uno spettatore!

Un attore come Maurizio Crozza che, pur facendo televisione, non ha mai rinunciato al pubblico in sala, confessa la sua desolazione davanti al pubblico di “500 seggiolini”. Trovate il video del suo monologo qui.

Il punto è, e chi fa teatro lo sa, è che essere in scena significa esattamente parlare al pubblico. Lo spettacolo è comunicare qualcosa, e aspettare anche la reazione della gente: se fai una battuta e non ride nessuno, la scena successiva ne risente. Se c’è un duello e nessuno sospende il fiato, la tua interpretazione non sarà intensa come quando hai centinaia di occhi puntati addosso. Se finalmente arrivi al punto in cui l’intreccio si scioglie, ma nessuno tira un sospiro di sollievo… lo sai anche tu che non stai facendo uno spettacolo. Stai facendo una prova.

E vi dirò di più. Anche il pubblico lo sa, che vedere uno spettacolo dal vivo o registrato non è la stessa cosa. Pretendereste che la gente non vada ai concerti perché tanto c’è YouTube Music o Spotify? No, perché non è la stessa cosa. Il teatro, lo spettacolo… sono carne, sangue e sudore. Respiri che si sentono, imperfezioni, colpi di tosse nel pubblico (rigorosamente protetti nell’incavo del gomito). Il teatro è presenza. È vivere qualcosa tutti insieme, ognuno con la sua sensibilità, ma tutti nello stesso luogo, nello stesso momento, proiettati nella stessa azione… perché, se le unità aristoteliche sono state superate nella drammaturgia, non si possono scavalcare nella messa in scena.

Una delle scene più belle di Finding Neverland – Un sogno per la vita è quando il protagonista invita, per il debutto dello spettacolo, venticinque orfani in sala. Loro, il pubblico che non si fa influenzare dai critici, sono il vero motore del successo della serata!

E quindi? Soluzioni? Eh, sinceramente non ne ho trovate: a parte aspettare che finisca quest’alta, altissima marea che mette in crisi un po’ tutti, penso che l’unica cosa da fare sia provare a prendere la rincorsa. Magari trovare il modo di riderci sopra, e accogliere questa interruzione forzata come l’opportunità per progettare qualcosa di buono.

E a chi ci dice “trovati un lavoro vero” cosa rispondiamo?

Bè, che ha ragione. Fare l’attore o il regista difficilmente è considerato “un lavoro vero”, ma un’amenità che qualcuno può permettersi grazie alle sue doti istrioniche. Non si pensa mai che sia frutto di studio, di prove, di doti artistiche da coltivare, di lavoro in team, di capacità organizzative e elasticità mentale. È considerato essenzialmente un passatempo.

Eppure, il teatro (disturbiamo ancora una volta Paolo Grassi) è

fra le arti la più idonea a parlare direttamente al cuore e alla sensibilità della collettività. Noi vorremmo che autorità e giunte comunali si formassero questa precisa coscienza del teatro considerandolo come una necessità collettiva, come un bisogno dei cittadini, come un pubblico servizio alla stregua della metropolitana e dei vigili del fuoco.

Ora è il momento di calare il sipario su una riflessione aperta, a cui sarebbe gradevole aggiungere altre voci e prospettive: le vostre, se volete.

Ma, prima di lasciarvi, come posso chiudere questo articolo, sintetizzando in una frase ciò che vorrei comunicare? Ci vorrebbe una voce autorevole, un’espressione lapidaria, che rimanga impressa…

(Ho fatto trenta… faccio trentuno. Cosa suggerisce Paolo Grassi?)

Il Teatro ha bisogno dei cittadini.

La parola agli attori

Cosa succede dietro le quinte

Quando ero piccola, entrando in un teatro, rimanevo affascinata da tutto quello che mi circondava. Immaginavo che tutte gli oggetti presenti fossero animati: per me le poltrone rosse attendevano solo che il loro ospite decidesse finalmente di abbandonarsi al loro abbraccio e di godersi lo spettacolo; le luci, con il loro scintillio, erano impazienti all’idea di seguire gli attori durante i combattimenti con le spade e già si commuovevano al pensiero di dover cogliere tutti i baci e i sospiri degli amanti che di lì a poco sarebbero andati in scena; il sipario aspettava solo il momento giusto per aprire il suo manto e catapultare gli spettatori in un mondo magico.

Ecco, il teatro per me è un mondo magico. Qui possiamo assistere ad incredibili atti di coraggio, impossibili storie d’amore o ad avventure che lasciano senza fiato.

Nonostante il piccolo particolare che io adesso sia considerata una donna adulta, devo dire che quando entro in un teatro rimango affascinata e stupita come se fossi tornata bambina. Se doveste venire con me a vedere uno spettacolo, una volta entrati in sala, probabilmente mi vedreste con il naso all’insù e con la bocca aperta ad ammirare quella meraviglia.

Teatro Sociale di Brescia

Se quando ero più piccola attendevo l’inizio dello spettacolo scalciando e correndo in giro adesso mi soffermo a guardare con occhio critico ogni più piccolo particolare: il sipario, le luci, le poltrone, le maschere, ecc. Credo però che la cosa più interessante sia vedere le ombre dei piedi degli attori che si muovono dietro al palcoscenico. Mi chiedo sempre che cosa staranno facendo: staranno ripassando la parte o magari stanno scherzando tra loro? Una volta aperto il sipario la curiosità diminuisce e rimango rapita dallo spettacolo. Qualcuno però potrebbe essere più curioso di me e anche durante lo svolgimento dello spettacolo continua a pensare a cosa starà succedendo dietro le quinte. Io non posso raccontarvi quello che fanno tutti gli attori quando non sono in scena ma vorrei portavi dietro le quinte di un nostro spettacolo, potrete sbirciare lì dove al pubblico solitamente è proibito guardare.

Dietro le quinte di un nostro spettacolo, L’Arlechì servitore di due padroni

Raccontarvi “solo” del dietro le quinte, però, mi sembrava un po’ poco quindi ho deciso di spiegarvi cosa succede durante la giornata tipo di uno spettacolo. Per cominciare stabilito il punto di ritrovo e, dopo aver composto tetris perfetti nei bagagliai delle macchine con tutti gli oggetti di scena, le strutture, le sedie, i tavolini, i microfoni e un’infinita serie di cavi e cavetti, finalmente siamo pronti a partire. La fedele carovana segue diligentemente il nostro direttore artistico, Nicola Armanni. Senza di lui probabilmente saremmo ancora dispersi per qualche strada della bergamasca. Essendo una compagnia itinerante ci esibiamo sempre in luoghi diversi e il viaggio ormai è diventato una parte fondamentale, almeno per me, del vivere la compagnia teatrale. Durante questi viaggi, lunghi o brevi, facili o impervi, sono nate amicizie e in alcuni casi anche l’amore. Tornando al nostro racconto, una volta raggiunto il teatro per prima cosa iniziamo a scaricare tutte le macchine: devo dire che distruggere ogni volta questi capolavori dell’organizzazione mi dispiace, tanto ho la certezza che una volta smontato tutto qualcosa non ci starà più. Una volta scaricato il malloppo ci si divide i compiti: montare la struttura che usiamo come fondale, sistemare gli oggetti che dovremo utilizzare in scena, predisporre i microfoni, settare le luci, ecc. Con gli anni a tutti è stato affidato un ruolo e tutti ormai lo conosciamo e lo svolgiamo alla perfezione. Durante questa prima parte della nostra giornata insieme si ride e si scherza, ci si raccontano le novità e si chiacchiera con leggerezza, senza mai dimenticare di fare qualche story su Instagram. Siamo una famiglia, e come a un pranzo domenicale con i parenti condividiamo quello che è successo nel corso dei giorni precedenti. Siamo un gruppo affiatato e grazie alla passione del teatro sono nate delle splendide e durature amicizie, proprio come racconta Valeria nel suo ultimo articolo

Il magico trio tutto al femminile dell’Arlechì: io, Miriam e Sara

Dopo aver predisposto tutto quello che ci occorre per lo spettacolo iniziano le prove dei microfoni: qui, come un direttore d’orchestra, Nicola ci dirige in un concerto dissonante di frasi ripetute fino allo stremo. Ognuno di noi poi viene chiamato per la sua parte da solista: io devo dire che sono abbastanza ripetitiva, ogni volta attacco con uno dei monologhi scritti per me da Miriam Ghezzi, nostra regista e drammaturga, per lo spettacolo “La famiglia dell’Antiquario”. Sarà che è uno degli spettacoli che più mi è rimasto nella memoria, forse è quello che più mi è rimasto nel cuore. Continuano le prove audio, tutti gli attori vengono ammoniti sempre con la stessa frase:” Ora rifalla recitando”. Dopo che Nicola, soddisfatto, ci congeda dalle prove audio scatta il momento di riposo, dobbiamo recuperare tutte le energie perse per poter essere pronti per lo spettacolo. Inizia allora la lotta per l’egemonia sul mixer, tutti vogliono vincere ma solo uno avrà l’onore di decidere la musica. Puntualmente io e Giovanni, attore nella compagnia, iniziamo a battibeccare su quale sia la canzone più bella o più adatta al momento. Arriva il momento di prepararsi, manca sempre meno allo spettacolo. Iniziamo a ripassare le scene salienti dello spettacolo, sotto l’attento occhio di Miriam e Nicola. Una volta terminate le prove si passa al trucco e al parrucco: fondotinta, mascara, spazzole e ciprie inondano i tavoli dei camerini, lo specchio viene occupato e c’è sempre qualcuno che ha dimenticato qualcosa. 

Una volta terminato si indossano finalmente i costumi e dal camerino ci si sposta sul palcoscenico. Ecco, se dovessero chiedermi cosa sicuramente conserverò della mia esperienza nel teatro sono proprio quei momenti trascorsi sul palco con il sipario chiuso. Si percepisce concentrazione, agitazione e forse un pizzico di paura ma anche tanta energia e tanta voglia di entrare finalmente in scena. È forse il momento più importante di tutto lo spettacolo: qui raccogliamo le forze per poter dare il cento per cento sul palcoscenico. Nonostante la maggioranza dei sentimenti e delle sensazioni ci accomunano ogni membro della compagnia affronta quei minuti in maniera diversa: Sara sparisce, improvvisamente non la trovi più da nessuna parte ma non bisogna agitarsi, sta semplicemente cercando il suo personaggio e quando l’avrà trovato sarà pronta ad andare in scena; Nicolas sceglie un punto e sta lì, fermo, con il copione intento a leggere attentamente tutte le sue battute, anche se le conosce tutte a memoria ha comunque paura che qualcosa gli possa sfuggire. Io inizio a camminare, mi piace percorrere tutta la larghezza del palcoscenico. Nel frattempo, in realtà non penso allo spettacolo o alle battute, forse anche io come Sara cerco in me il personaggio che dovrò interpretare e spero sempre di riuscire a trovarlo in tempo. Il tempo passa e ora è arrivato il momento di andare alle luci della ribalta, tutti pronti per la prima scena ma prima non può mancare il rito scaramantico di tutti gli attori: “Merda, merda, merda!”.

Pochi minuti prima di entrare in scena, Il Principe Scambiato

Ricomponiamoci, lo spettacolo adesso inizia davvero. Dopo aver pronunciato la prima battuta tutto diventa più facile, lo spettacolo è partito e adesso nessuno ci può più fermare. Prima uscita, un po’ di respiro. Dietro si respira un’aria serena: c’è chi elemosina dell’acqua perché, come sempre, non l’ha portata o magari dei fazzoletti; si ride sottovoce alle battute dei nostri colleghi in scena e devo dire che a volte è davvero difficile non ridere a crepapelle, bisogna pur sempre non farsi sentire.

Dietro le quinte siamo stretti, abbiamo sedie, oggetti e copioni sparsi dappertutto. In mezzo a tutto questo ci destreggiamo con i cambi d’abito, forse una delle cose più difficili da fare dietro le quinte. Qui però ci prendiamo anche in giro, dopo aver portato in scena per tanto tempo uno spettacolo si imparano anche le battute degli altri e allora si iniziano ad imitare, a volte in maniera molto comica, quello che sta accadendo in scena.

Ovviamente si ripassano anche le scene, le uscite e le entrate e si raccoglie la concentrazione per fare quella scena che magari in prova non è venuta come desideravi. Ogni tanto ci si ferma semplicemente ad ascoltare quello che sta succedendo in scena, si rimane in silenzio per potersi godere, anche se solo con l’udito, la propria scena preferita dello spettacolo.

Giovanni e Stefano dietro le quinte de L’Arlechì servitore di due padroni

Sta arrivando la fine, mancano solo gli inchini. Qui la situazione diventa caotica, un continuo entrare e uscire di scena che potrebbe quasi far venire il mal di testa ma che, grazie all’applauso del pubblico, diventa un dolce movimento. Ultimo inchino, applauso al pubblico e tutti dietro le quinte. Il sipario si chiude, le luci si alzano e tutti ricominciamo a respirare. Ogni volta che portiamo in scena uno spettacolo provo un turbinio di emozioni e non importa se sia la sera della prima o la ventesima replica. Sarebbe bello permettere al pubblico di vedere tutto questo, tutto quello che un attore è prima, durante e dopo lo spettacolo. Con questo articolo spero di essere riuscita a trasportarvi in questa atmosfera. Certo, non è come essere presente con noi, dietro le quinte, forse però adesso potrete dire di aver scoperto un po’ di quel mondo segreto e nascosto che si cela dietro il sipario.  

La parola agli attori

La Compagnia Teatrale: perché farne parte?

Quelli tra palco e realtà…

Prima di arrivare a rispondere a questo nuovo quesito , vorrei inserire come premessa che, quando si parla di compagnia teatrale, si intende  un gruppo di persone che costituiscono il cast artistico e tecnico che lavorano insieme affinché si possa realizzare uno spettacolo teatrale .

In linee generali ci sono diversi obiettivi a cui ciascuna compagnia cerca di mirare per i propri membri, ma anche per il proprio pubblico; per esempio, si può puntare a fare rappresentazioni comiche, creare fiabe per bambini, trovarsi solo per passatempo o gettare le basi per un lavoro vero e proprio. Tutto dipende da chi compone il gruppo e da quali sono le ispirazioni che lo animano.

Infatti all’interno di tale gruppo si cresce sia artisticamente sia personalmente poiché si ha la possibilità di non finire mai di imparare, di socializzare e di divertirsi.

#squadraginew

In modo particolare vorrei raccontarvi un po’ la mia esperienza, perché non vorrei che fosse percepito il tutto come “qualcosa solo riferito ai professionisti del mestiere”, roba da Hollywood e Actor’s studio; infatti ci sono moltissime persone ( noi compresi) che hanno iniziato la loro carriera artistica come hobby oppure casualmente perché “c’erano gli amici ” … e a questo proposito tengo a sottolineare come sia anche un bene iniziare questa esperienza affiancati da qualcuno che si conosce, per poi arrivare piano piano a costruirsi da soli le proprie ali e gettarsi in altre opportunità legate al teatro. 

Perciò niente scuse: se vedete un amico alle prese con Shakespeare e pensate che la cosa sia divertente e appassionante, buttatevi ! Pensate che spesso ho avuto amici che, dopo essere venuti a vedermi in uno spettacolo, oppure dopo che mi hanno aiutato a studiare la parte, mi hanno detto cose tipo: “io non sono capace”, “sono timido”, “non so nemmeno come si fa a recitare”, ecc. Sapete cosa vi dico? Non lasciate che la timidezza o il timore arrivino a limitare la vostra curiosità nel poter scoprire voi stessi in un ambito diverso e, tanto per la cronaca, e tengo a sottolinearlo,  nemmeno io sapevo assolutamente nulla di recitazione! Quello dell’attore mi sembrava un talento rivolto solo a poche persone, forse perché ho sempre creduto che RECITARE era = JIM CARREY … dimenticandomi che ” il teatro è per tutti” e che in chiunque, a prescindere dalle origini, dal carattere e dalle aspirazioni, potrebbe nascondersi un grande interprete, capace di suscitare emozioni uniche negli spettatori.

Per dimostrarvelo, visto che l’ho citato, parliamo di Jim Carrey : prima di arrivare a diventare uno degli attori (e non solo, poiché è imitatore, cabarettista, produttore cinematografico ecc.) più famosi, lavorò da giovane come addetto alle pulizie di una fabbrica e iniziò a dedicarsi alla sua carriera di comico in alcuni club; quindi, udite udite , c’è speranza  anche per tutti noi! Certo, per fare il grande salto da addetto alle pulizie a star del cinema ,magari è bene avere un po’ di infarinatura di tecniche attoriali, di dizione, ecc. Ma non bisogna mai scordare che l’attore è molto più di questo: un attore è anche espressione!

E poi vorrei ricordarvi che  noi siamo costantemente “attori” della nostra vita … l’unica differenza è che quello “professionista” presenta esplicitamente il suo ruolo in un teatro mentre “l’attore quotidiano” ha come palcoscenico contesti reali, non etichettati con l’insegna “TEATRO”… Sembra una cosa complicata, vero? Bè, provate a pensare a una vostra tipica giornata: ad esempio, io oggi ho interpretato il ruolo di studentessa all’interno del contesto universitario; allo stesso tempo assumevo il ruolo di amica mentre facevo una battuta con la mia vicina di banco, sono stata anche una viaggiatrice in treno e ho persino interpretato il ruolo di figlia che chiede alla madre di farle il pollo per cena e così via … Insomma, in base ai contesti sociali mostriamo una parte di noi e interpretiamo un ruolo che in quel momento ci appartiene; ora non sto qua a farvi un discorso sociologico a riguardo, ma vi suggerisco questo link simpatico  in cui troverete un interessante dibattito sul tema, in cui i protagonisti sono un attore e un intervistatore televisivo.

Ma torniamo al quesito iniziale: perché fare l’attore in una compagnia teatrale è una scelta che vi consiglio, piuttosto che intraprendere questa carriera in modo individuale ? 

Per prima cosa, come avevo già scritto nell’articolo precedente (https://lagildadelleartiteatrobergamo.wordpress.com/2019/10/07/teatro-hobby-passione-o-formazione/) riporto anche su queste pagine che La Gilda delle Arti ci ha insegnato anche a gestire i nostri “ruoli” al di fuori del palcoscenico, cioè da un lato abbiamo un ruolo individuale molto importante poiché la compagnia è costituita da ciascuno di noi e allo stesso tempo è anche un team in cui  assumiamo un ruolo legato alla collettività.

Quindi si parla di un lavoro sul singolo e sul gruppo.

Per quanto riguarda il primo, posso affermare che una delle cose fondamentali che ho appreso è il fatto che non si smette mai di  IMPARARE, in modo particolare dagli altri. Ho sempre provato ammirazione per molti miei colleghi e, tramite l’osservazione e l’interazione con loro, ho sviluppato la capacità di costruire uno stile e un portamento originale nel mio modo di recitare. 

Comunque vorrei soffermarmi di più sul secondo punto, cioè sul valore del lavoro di gruppo: come ho anticipato prima,  far parte di una compagnia teatrale aiuta a socializzare e quindi a creare nuovi legami o a rafforzare quelli già esistenti, permettendoci il confronto e lo sviluppo dell’empatia. 

Tale attitudine, definita più specificamente come COMPLICITÀ, è assolutamente necessaria per consolidare i rapporti nel gruppo e per far sì che in qualsiasi contesto ci si aiuti con maggior comprensione verso chi abbiamo attorno. Se essa è presente, non solo se ne rendono conto i membri, ma viene anche percepita positivamente da chi ci osserva dal di fuori. 

Semplicemente… “forza ragazzi! Mani al centro e merda, merda, merda!”

Per questo motivo  la COLLABORAZIONE  tra di noi va a rafforzare il legame che si sviluppa nel corso del tempo; ad esempio, quando l’anno scorso entrai ufficialmente nella compagnia de La Gilda  delle Arti , mi ritrovai davanti a un gruppo ben coeso e unito, ma al tempo stesso anche disponibile alle novità .

Infatti, quando mi presentai per la prima volta, i ragazzi che poi sono diventati i miei compagni di avventura, furono sin da subito molto socievoli e spontanei;  la mia prima impressione su ciascuno di loro è che non avevano timore di mostrare le emozioni che in quel momento provavano nel vedermi come nuovo membro… Ad esempio Marzia (denominata dalla sottoscritta come “mamma Marzia”) si è subito mostrata disponibile e affettuosa, Giovanni era gentile ma anche diffidente (ora invece siamo talmente amici che ci troviamo al di fuori del teatro per pattinare o fare altro) e in tutto ciò ricordo benissimo la mia “paura” nel non riuscire ad integrarmi oppure nel non trovarmi bene ad affrontare questa nuova opportunità che mi si presentava… però (per mia grandissima fortuna) i miei colleghi, avendo già vissuto questa esperienza, mi hanno accolto nel modo migliore affinché potessi sentirmi libera di essere me stessa sia come persona sia come attrice.

2018 -> 2019 Giovanni e io alle prese col pattinaggio 😀

Ecco un’altra cosa a cui contribuisce far parte di una compagnia teatrale: superare le paure e, in modo particolare, imparare a come comportarsi con diverse persone perché ( e ci tengo a farlo presente ) La Gilda delle Arti è  come un arcobaleno di colori che racchiude molti giovani con diverse fasce d’età e provenienza. 

Il bello di questa nostra particolarità è che siamo, nel nostro piccolo, una dimostrazione di come la diversità non solo caratteriale ma anche culturale possa trarre dei vantaggi tramite l’integrazione adeguata in un gruppo di persone accomunate da una passione.

Attraverso queste attitudini che si sviluppano nel corso del tempo, non bisogna però dimenticare che uno dei tanti nostri scopi è anche DIVERTIRSI e STARE BENE perché, come ben si sa, fare qualcosa che non ci piace affatto e in cui non riusciamo a sentirci a nostro agio, ci porta a non concludere qualcosa di buono, anzi! Ci annoiamo e  poi finiamo con l’ odiare quello che facciamo.

Pertanto all’interno di un’atmosfera tranquilla e gioiosa si lavora sicuramente meglio! 

La parola agli attori

GdAcademy: una storia dietro al progetto.

Quando da piccola mi sfidavano al “gioco dei mimi”, uno dei compiti più ardui era far indovinare il “lavoro dell’attore”. Già, perché la parrucchiera usa le forbici, il cantante ha il microfono, il pilota ha un volante, ma… l’attore cosa diamine fa? Non si può mimare uno che di mestiere finge di essere un altro. E allora, come facevo?

Bè, lo facevo e basta. Innanzitutto mi mettevo in quella che, secondo me, era la posa-da-attore: mi accigliavo, guardavo in lontananza e immaginavo di avere un teschio in mano; poi, con le labbra, articolavo senza suono un terribile “Essere o non essere: questo è il problema.”

Un riassunto per immagini dei momenti salienti di “Amleto”.
Foto di WikiImages da Pixabay

Amleto: ragazzi, a cinque-sei anni si recitava Shakespeare… mica caramelle. E lo facevamo a turno più o meno tutti, senza che ci suonasse strano. In fondo, cos’altro era l’attore, se non uno che recitava grandi storie? Noi, almeno, facevamo così e indovinavamo senza troppi problemi. Chissà se i bambini di oggi mimano “il teatro” nello stesso modo o se optano per uno stile più contemporaneo, che so, modello “Bestie di Scena” di Emma Dante.

“Bestie di scena” è una produzione del 2017 firmata da Emma Dante, una delle artiste più importanti del panorama teatrale contemporaneo. Il video può essere utile per farsi un’idea del tipo di linguaggio artistico che la caratterizza.

Ma torniamo al gioco; eravamo rimasti che, per inscenare gli altri mestieri bastava mimare un’azione, mentre per fare l’attore serviva simularne tre… primo, mettersi in posa; secondo, recitare un sentimento con il volto; terzo, far l’atto di parlare. Anche se abbozzata e un po’ schematica, in questo semplice gioco è nascosta una interessante riflessione “cosa significa fare l’attore”: saper occupare lo spazio, mostrare i moti dell’anima e unire le parole ai fatti. Certo, stare sul palco richiede anche altre abilità, ma direi che per essere partiti dal “gioco dei mimi” siamo a buon punto. Bene: proseguiamo.

Passano gli anni. Cresco, studio, faccio sport, compio la prima scelta importante e mi iscrivo al liceo socio-psico-pedagogico (che oggi è un curriculum estinto, segno inequivocabile del tempo che scorre inesorabile, ed è stato sostituito dal “liceo delle scienze umane”). Al secondo anno decido di approfittare di una delle opportunità date dalla scuola, e chiedo ai miei genitori il permesso di partecipare al corso di teatro del venerdì pomeriggio. Niente in contrario, quindi si va alla prima lezione. Ci si mette in cerchio e ci si presenta. Tutti zitti, parla il regista; parte subito in quarta, va al nocciolo del problema:

Ecco cosa viene in mente di solito, pensando al “teatro”. Anche se oggi non serve più un luogo tanto bello e imponente per andare in scena, dubito che perderà il suo fascino, coi posti assegnati, il sipario che si apre e le luci che si spengono creando la giusta atmosfera.
Foto di TravelCoffeeBook da Pixabay

“Come si muove “il cattivo”, come cammina “il buono”? Pensate di saperlo? Eppure, se nella realtà non è facile definire il bene e il male, perché dovrebbe esserlo nel teatro? Smettiamo di pensare per stereotipi, e cerchiamo di andare a fondo: l’attore è tale quando, dopo una lunga ricerca, trova un linguaggio vero e autentico, che permea tutto il suo essere. Non basta recitare, bisogna essere.”

Che choc, che trauma. Niente sipario, niente ruoli e, francamente, non avevo neanche capito che tipo di spettacolo avremmo fatto. Ma sono carica, affascinata da questa nuova prospettiva che non ho mai considerato e mi ci butto a capofitto. Passo dopo passo mi innamoro sempre di più di quel mondo, fatto di energie e sinergie, di immagini e di relazioni con gli altri attori, della fiducia nel regista, del lavoro individuale che sfocia in una meravigliosa composizione. Mi piace che nessuno sia invidioso dell’altro: avremo tutti (o meglio, tutte: eravamo solo ragazze) lo stesso peso nello spettacolo finale, nessuno sarà messo da parte, nessuno avrà vergogna perché il gruppo ci proteggerà nelle scene corali. Basta, ho deciso: il vero teatro è quello di Eugenio Barba, dell’Odin Teatret.

L’Odin è una realtà molto famosa per chi si occupa di teatro, un po’ meno per chi non bazzica l’ambiente (come me all’epoca). Ecco un breve video per farsi un’idea dello stile di lavoro.

Montiamo lo spettacolo in poche settimane, in un tour de force assurdo: il 2 giugno, Festa della Repubblica, la scuola resta aperta per noi, che dobbiamo provare dalla mattina alla sera. Le mamme sono riuscite a confezionare i costumi che il regista voleva in tempi record, e noi ragazze abbiamo recuperato gli oggetti più strani, tra cui un’accetta, un ceppo di legno e una stadera. Malgrado la fatica, ce l’abbiamo fatta. Ora è tutto pronto… nulla ci separa dal fatidico giorno. Siamo pronte al debutto.

Mio fratello, ovviamente, è invitato. Non brilla di entusiasmo all’idea di vedere questo “spettacolo-studio”, ma do ut des: anche io vengo alle partite, quindi è tempo di ricambiare. Giusto per non arrivare impreparato, a tradimento mi chiede: “ma stasera, di preciso, di cos’è che parla lo spettacolo?”. Pausa imbarazzante. Farfuglio qualcosa senza senso, con mio fratello che mi fissa, sempre in attesa di una risposta. “Non è uno spettacolo classico” dico, “è fuori dagli stereotipi. È contemporaneo.” Lui non fa commenti, prende la cosa per buona… ma io comincio a sentire qualcosa che non avevo mai provato; fino a quel momento ero stata così immersa nei preparativi che avevo dato per scontato che il risultato sarebbe stato un grande spettacolo. Anche se ho sedici anni appena compiuti, il fatto di non riuscire a parlare del debutto senza dover giustificare con un “è una cosa particolare” mi mette in allerta.

Qualcosa incrina la perfezione della mia idea di teatro… ma siamo solo all’inizio perché, dopo lo spettacolo, arriva ben assestato un altro colpo: col sorriso stampato in faccia per la soddisfazione, corro dai miei. “Vi è piaciuto?” chiedo. “Siete state molto brave, complimenti.” Le parole sono gentili e di congratulazioni, ma il linguaggio non verbale non mente, e me ne accorgo: lo spettacolo non è stato all’altezza di ciò che prometteva.

Uno degli oggetti di scena che usavamo più di tutti era la maschera neutra: per molti anni ho continuato a usarla per i laboratori che dirigevo e per creare presenze inquietanti e misteriose negli spettacoli… mentre adesso sono praticamente in pensione e le maschere che vedo più spesso sono quelle della Commedia dell’Arte!
Foto di Leandro De Carvalho da Pixabay

Sono un po’ scossa, così decido di analizzare oggettivamente il lavoro fatto per prenderne le distanze; concludo che, in effetti, avevamo lavorato tanto e con passione a un risultato che non aveva incontrato il favore del pubblico dei genitori (che, obiettivamente, è il più parziale, quello disposto più di tutti a vedere il buono del lavoro svolto). Ma in fondo era solo il primo anno, mi dico. Il secondo sarà molto meglio. E mi ri-iscrivo al corso.

Stavolta sono molto più critica, perché il copione è sempre lo stesso; camminate, composizioni, coreografie… e montaggio dello spettacolo in poche prove, di corsa. Ora pure io mi rendo conto che il pubblico non capirà nulla, e lo faccio presente al regista.

Mi ricordo bene la situazione; era una delle prime volte che mi mettevo di traverso, contro un maestro che stimavo e ammiravo. Speravo con tutta me stessa che mi convincesse che mi sbagliavo… ma le argomentazioni che usò non mi persuasero, e io andai in scena consapevole che sarebbe stato, un’altra volta, un evento autoreferenziale, che avremmo capito solo noi e il regista che l’aveva ideato.

Sono in bilico; non so se iscrivermi ancora al corso. Non voglio fare un altro debutto così. Ma magari quest’anno sarà meglio… e poi tutte le mie amiche, a cui sono molto legata, si iscriveranno ancora; prendo tempo, e accetto l’invito del regista, che ci segnala che ci sarà in città un evento eccezionale: nel centro storico si esibiranno gli attori dell’Odin Teatret, il modello del nostro operato. Perfetto, mi dico: così vedrò a che cosa punta il mio lavoro. Pago il biglietto, prendo posto, assisto allo spettacolo, esco e ascolto i commenti entusiasti del regista e di alcune delle mie amiche.

Perfetto, mi dico: ora so che non mi iscriverò a teatro. Punto.

Quando per prendere una decisione fai una lista di pro e contro e, alla fine, capisci che non è servita a niente.
Foto di analogicus da Pixabay 

Ho un anno sabbatico, diciamo, e mi dedico ad altri interessi. Poi, inaspettatamente, mia cugina mi invita a vedere uno spettacolo organizzato da alcuni suoi amici e mi chiede di accompagnarla: il titolo è “La Bella e la Bestia”. Io accetto pur essendo un po’ prevenuta: sarà il solito spettacolino con le battute del film, messo insieme da ragazzi che lo fanno per hobby; e invece… invece vedo la luce.

Bravi, bravi, bravi; musica dal vivo, ingegno nel riadattare il testo originale, organizzazione impeccabile. Rimango davvero colpita e, quando qualche mese dopo, la compagnia cerca nuovi componenti, mi lancio nella mischia. Sarò dei loro. Comincia per me una nuova fase, all’insegna di un teatro forse tradizionale, ma reso vivo dalle energie di chi lo anima: un gruppo in cui si accetta di studiare, di avere una parte più o meno lunga, e di essere indispensabile; un gruppo in cui tutti fanno tutto (costumi, musicisti, cantanti, trovarobe, scenografi, grafici, attori, registi, coreografi, drammaturghi), e il capo è solo il coordinatore delle energie dei singoli e l’ispiratore delle iniziative. Ma soprattutto un gruppo che desidera, e persegue, il confronto con gli spettatori: lo spettacolo funziona se piace a noi, ma anche al pubblico, e in questa relazione sta la miglior leva per crescere, per dare di più.

Finalmente avevo scoperto che cos’era “recitare” per me, e che cosa mi aspettavo dal teatro.

Una delle primissime prove con la “nuova” compagnia di ragazzi, gli ShArt – Show&Art.

Ecco qual è la mia storia dietro la GdAcademy: anni di ricerca del senso del teatro, centinaia di prove, dozzine di repliche e un grande, insaziabile desiderio di condividere e contagiare gli altri con l’entusiasmo che una tale esperienza sa trasmettere. E, ora che sono io a insegnare, cerco di farlo con i migliori mezzi di cui dispongo, curando più che posso ogni fase del lavoro: perché un corso di teatro non può non tenere conto dell’organizzazione delle prove; non può sorvolare sulla difficoltà a reperire costumi e oggetti; non può  ignorare i gusti del pubblico a cui si rivolgerà e non può fingere che, quello che un attore fa quando studia e viene alle prove, non sia un lavoro… per quanto giovane sia la sua età e scarsa la sua esperienza; solo per questo, merita di essere valorizzato.

Non ci sono solo io dietro le quinte della GdAcademy, ma personalmente credo fortemente in questo progetto; in esso sono trasfuse tutte le passioni, le delusioni e le vittorie di questi anni, oltre che la certezza che in ognuno ci sia un talento pronto per essere messo in luce… e la mia speranza è che chi parteciperà, oltre trovare la sua strada artistica, goda di tutti quei privilegi che sono connessi a far parte di un bel gruppo di giovani, motivati, altruisti e laboriosi; e io ne so qualcosa, visto che, oltre che un lavoro e una direzione artistica, grazie al teatro, ho trovato pure mio marito!

Eccoci! Io e mio marito in fase di allestimento del palcoscenico prima di un debutto.
La parola agli attori

Teatro: hobby, passione o formazione?

Siamo nel 2019… nel corso di un secolo in cui nonostante le innovazioni tecnologiche il teatro rimane vivo. La “sopravvivenza” del teatro in una società come la nostra è dovuta ad attori come noi della GDA (La Gilda delle Arti, n.d.r.) che riconosce l’importanza culturale che esso possiede.

Potrei benissimo darvi molte motivazioni che risponderebbero all’eterna domanda del “perché uno dovrebbe fare teatro” e suggerirvi anche tanti altri siti che abbiano altrettante risposte… però vorrei prima presentarvi qualcosa di più concreto e reale riportando su queste pagine il ” perché i nostri giovani attori hanno iniziato e continuano a fare teatro”.

…NOI

Come primo esempio vi presento la mia breve storia su come sono finita a far parte di questa compagnia teatrale.

Io nei panni di Ariel (opera “La Tempesta” di William Shakespeare)

Tutto ebbe inizio quando, all’età di 14 anni, mi fu proposto il laboratorio teatrale al CRE in cui per la prima volta misi in gioco me stessa in qualcosa di completamente diverso rispetto ai miei interessi. Ho avuto molta fantasia fin da piccola, ma ho sempre nascosto questo mio lato per paura di essere conosciuta per quella che sono veramente.

Infatti (e questo un po’ per colpa/merito di mio padre) mi piaceva tantissimo scrivere e recitare poesie e filastrocche e così, un po’ per curiosità e un po’ per gioco, mi sono trovata sul palcoscenico; il primo ruolo che ho interpretato è stato il gatto con gli stivali …mmm bè, in realtà durante le prove ero un coniglio che appariva in scena per pochi secondi, ma per “volere del fato” o altro, durante lo spettacolo diventai il gatto con gli stivali (per fortuna dovevo solo mimare).

Da quel momento in poi, attraverso il teatro, iniziai ad essere una persona molto estroversa.

Infatti, prima di questa mia passione, ero abbastanza timida ed esprimevo le mie emozioni e i miei pensieri solo attraverso lo sguardo. Già… le mie espressioni facciali erano cosi ” famose” che sono state il mio particolare strumento di comunicazione per moltissimo tempo…e in effetti lo sono tutt’ora!

Fortunatamente queste mie occhiate tornano molto utili all’interno del lavoro teatrale perché, oltre alle parole , l’espressione del corpo risulta essere fondamentale per noi attori. Effettivamente cos’è che rende autentica la recitazione, se non l’espressione del viso? I gesti, gli sguardi, il linguaggio non verbale sono la chiave che consente non solo al pubblico di vedere un personaggio più vero, ma anche all’attore di sentire il proprio ruolo e immedesimarsi al meglio.

Tutto questo serve affinché “si abbatta” quell’accostamento che a volte si fa con la parola attore e finzione, perché

ci sono due categorie di attori: l’attore mediocre, che recita il suo testo, e il grande attore che lo resuscita.

M. Escayrol

Spesso si pensa che l’attore debba fingere di essere un personaggio, ma in realtà il nostro obiettivo è quello di essere tale personaggio e fare in modo di arrivare a chi ci osserva e a chi ci ascolta.

Ecco a voi gli sguardi assorti del pubblico di fronte ad uno dei nostri tanti spettacoli.
Ecco uno dei tanti effetti che ci piace ottenere dal teatro.

Tornando alla nostra domanda iniziale, ecco la prima risposta che mi sento di dare : fare teatro ai giorni nostri è importante per scoprire se stessi e riuscire poi a elaborare al meglio la propria personalità, visto che attraverso i personaggi si esplora ogni parte di sé.
Per esempio, interpretando il ruolo della “Principessa Smarrita” ispirato al film “Come d’incanto”, ho scoperto di essere una persona un po’ utopista e sognatrice, nonostante abbia più volte affermato di essere una persona molto concreta.

 Stefano Tirloni alla ricerca dei lati nascosti della sua personalità nell’opera “Anastasia”

Un altro dei benefici che porta il praticare l’attività teatrale è l’imparare a gestire le proprie emozioni, a sviluppare empatia e a usare al meglio la propria voce poiché il pubblico deve capire bene ciò che si sta dicendo e quindi l’articolazione, gli accenti ecc… in pratica LA DIZIONE (cioè il ” saper parlare bene”), è un fattore importante.

Inizialmente per me è stata una sfida svolgere certi esercizi, come per esempio gli scioglilingua, ma col tempo ho cominciato ad apprezzare la chiarezza e le emozioni che una corretta dizione consente di trasmettere con la voce. Inoltre la dizione ci insegna a parlare adeguatamente in diverse situazioni della vita di tutti i giorni (durante un’interrogazione, una conferenza, un colloquio di lavoro ecc…) e ad avere una miglior prestazione di fronte ad un pubblico.

Se come buone ragioni per fare teatro non vi bastano, eccone pronta una terza: col teatro si imparano la concentrazione e le strategie per gestire la memoria; dico davvero: non immaginate che sfida sia stata per me imparare i copioni … e sopratutto scoprire che, malgrado l’impegno e le ore passate a studiarli, qualche volta sul palco ho dovuto inventare delle battute di sana pianta!

In effetti il teatro è anche un bel modo per allenare la mente e l’attenzione: sapere la parte è il nucleo per tutto il lavoro di immedesimazione e di comunicazione di cui vi parlavo prima, e vi assicuro che imparare battute e monologhi non è sempre una passeggiata. Considerate che non si tratta mai semplicemente di recitare “a pappagallo” il testo, ma di ricordarsi da dove si entra, dove si esce, di cambiare costume, di prendere quell’oggetto, di muoversi in quella maniera e, in tutto questo, di non dimenticare di essere veri. Bisogna essere a dir poco multitasking… Eppure è divertente! Pensate che, man mano che si va avanti, è impossibile non desiderare di cimentarsi con ruoli che richiedono un impegno sempre maggiore, tanto che, guardandosi indietro, si finisce per dire “ah… come facevo a dire che QUELLA era una parte difficile?”

E qui uno potrebbe dire: “bè, è tutta una questione di concentrazione”; in parte è vero, ma non basta. Come vi accennavo, per quanto uno abbia studiato bene e sia concentrato, si può trovare a dover affrontare il terribile ERRORE IN SCENA: parlo di quel momento in cui tu, o il tuo partner, sbagliate la battuta. Immaginate la situazione: platea e galleria piene, suspance a go go, centinaia di volti fissi su di voi, gli altri attori della compagnia dietro le quinte, il regista che soffoca un’imprecazione e tu, in un nanosecondo, devi salvare la situazione poiché lo spettacolo deve andare avanti!

Per darci coraggio in queste situazioni di “paura” ciò che noi attori ci ricordiamo è che “il pubblico non conosce il copione, quindi tutto dipende da come gestiamo la scena “.

Ad esempio, ricordo benissimo quando mi ritrovai in scena con il mio compagno Daniele durante lo spettacolo “La famiglia dell’antiquario”: lui si è dimenticato la sua battuta e io ho dovuto subito inventarne un’altra per poi procedere entrambi tranquillamente. Questo ultimo particolare consente di sviluppare un senso di responsabilità non solo su se stessi ma anche sugli altri.

E ora, come vi ho detto all’inizio, vorrei presentarvi come i miei compagni si pongono di fronte a tale domanda:

Giovanni Fiorinelli , attore della nostra compagnia , afferma…

Giovanni Fiorinelli nell’opera  “Le allegre comari di Windsor”  di William Shakespeare.

…”con il teatro si riesce ad avere più autostima e sicurezza in noi stessi” tanto che mi ha confessato che si vanta di questa sua passione con le ragazze poiché risulta essere un’ottima tecnica di abbordaggio …(ma questa è un’altra storia heheh).

Così come Giovanni vi presento anche Giovanni Aresi e Giuseppe Modica…

Giovanni Aresi nei panni di Valafrido nell’opera “Il principe scambiato” di Miriam Ghezzi.
Giuseppe Modica nell’opera “Anastasia” come Dimitri Alexandrovich Smirnov.

… questi due nostri attori che hanno intrapreso il loro percorso teatrale grazie agli amici che lavoravano già all’interno della compagnia; a questo proposito, Giovanni afferma: “È colpa di Andrea! E poi la gente era simpatica e divertente” … e ora ha scoperto quanto sia portato per recitare; basti vederlo nei panni di Valafrido nell’opera “Il principe scambiato”! È talmente bravo che, nonostante il numero elevato di volte in cui abbiamo svolto le prove e lo spettacolo, cattura la nostra attenzione facendoci ridere come se fosse la prima volta.

Invece Giuseppe ha scoperto il suo talento nell’interpretare diversi ruoli importanti grazie alla sua curiosità nel voler provare qualcosa di nuovo.

E per concludere voglio citare anche Sara Arnoldi , un’altra nostra giovane attrice…

Sara Arnoldi nei panni della Contessa Isabella nell’opera “La famiglia dell’antiquario” di Carlo Goldoni.

…la quale sottolinea come il teatro sia arricchimento culturale e personale.

Infatti quante volte nei cruciverba mi apparivano domande su Goldoni e sulle sue opere … per non parlare di quando ho svolto il test di ammissione per l’università in cui mi sono ritrovata a rispondere ad altrettante domande sul teatro…insomma IL TEATRO E’ OVUNQUE!

Ma non dimentichiamo che, oltre a questo aspetto, l’attività teatrale è DIVERTIMENTO.

Appunto per questo motivo Sara aggiunge come sia divertente poter elaborare come meglio si crede il proprio personaggio e conoscere nuove persone e affrontare nuove esperienze.

Ecco perché si sostiene che recitare in una compagnia teatrale sia rilevante per poter socializzare; un ulteriore punto a favore della GDA è l’aver permesso a ciascuno di noi di sconfiggere insicurezze e la propria timidezza ricordandoci che su quel palcoscenico non si è mai da soli.

E su questo non potrei essere più d’accordo perché la GDA per noi è sinonimo di famiglia e amicizia…perché il teatro è anche questo : ” Gioco di squadra”.

Ed ora spero di aver risposto al quesito già ampiamente discusso, che cerchiate di conoscere meglio questo mondo di artisti e intraprendere questa strada senza avere timore perché vi assicuro che, superato il percorso iniziale, avrete sicuramente molto tempo per adattarvi e scoprire voi stessi.

E non dimenticate che il teatro fa bene sia ai grandi sia ai piccini: se siete interessati a scoprire altre curiosità sul teatro e sulla nostra compagnia potete trovarci su facebook, instagram e youtube!

Articoli di Fondo

Il (#)Teatro nell’era dei Social

Sono social i brand di moda, le campagne di sensibilizzazione, i programmi televisivi e persino i supermercati. Quasi tutte le attività, commerciali e benefiche, si ingegnano per trovare l’hashtag migliore per diventare virali, e non c’è nuova uscita (album, libri, film) che non dedichino un podcast su Youtube o una pagina di Facebook al backstage, alle interviste esclusive e a misurati spoiler. Persino il papa twitta.

In tutto questo universo di rimandi, parole d’ordine e condivisioni, tra i pochi che rischiano di rimanere indietro ci sono i professionisti del teatro. Proprio loro, quelli che senza pubblico non arrivano (in teoria) a fine mese, ignorano quasi completamente uno dei canali privilegiati per invitare la gente agli spettacoli, preferendo investire grandi quantità di energie e di denaro nelle classiche locandine o interviste.

Ci sono le eccezioni, naturalmente, ma basta scrivere “teatro” nella casella di ricerca di Instagram per accorgersi che in genere anche i feed più importanti in Italia contano pochi follower; Facebook non fa eccezione, con le sue pagine tristi riempite di eventi in programma, aggiornamenti rari e discontinui, e contenuti freddi e impersonali. In Youtube c’è qualche cosa, tra trailer, tutorial e videointerviste… ma ben poco di davvero organizzato, di genuinamente social. È come se il comparto “social marketing” delle aziende teatrali fosse più che altro considerato un vezzo, un ornamento da aggiungere all’attività principale, giusto per dire “ci siamo anche noi”. Come se bastasse avere un account per beneficiare dei vantaggi dell’era dei “mi piace”.

Un’epoca da condividere

Come mai? In fondo lo spettacolo non è altro che un prodotto da vendere, come lo sono un paio di scarpe o una confezione di biscotti; e se è possibile fare pubblicità al nuovo smartphone senza quasi mostrarlo, ma legando al brand esclusivamente un’emozione, allora non ci sono scuse. Non bisogna neanche dirlo, allo spettatore, che se compra il biglietto e si siede in platea proverà un’esperienza unica: è già insito nell’idea di spettacolo il concetto di emozione.

E allora come mai è così evidente sui nostri social l’assenza di contenuti da condividere sulle novità teatrali?
È un fatto che, a eccezione di qualche grande produzione e qualche coraggioso pioniere, sia veramente assordante il silenzio sulle ultime notizie dal mondo del palcoscenico. Eppure non mancano i festival, le rassegne, i concorsi e i premi; ogni città dispone di qualche teatro, e sono in molti organizzatori ad allestire ad hoc palchi all’aperto per animare le feste estive. Abbiamo corsi universitari e accademie dedicate al teatro, ma pare che tutto quello che viene insegnato e studiato resti prerogativa dei pochi che riescono a lavorare nell’ambito o di chi si definisce appassionato. Ed è un vero peccato.

Immaginate di intervistare le persone che incontrate per caso: se chiedete loro quali film danno al cinema, probabilmente in molti sapranno rispondervi. Se domandate quando ricomincia Amici o XFactor, forse alcuni vi risponderanno. Ma provate a chiedere quali novità danno in questa stagione a teatro: scommettiamo che a darvi una risposta sicura saranno molti, molti di meno?

Eppure sono entrambi ambiti dello stesso settore, sono entrambi pianeti del sistema “spettacolo”. E come si appassiona a “Il Trono di Spade” o non si perde l’ennesimo remake de “La Bella e la Bestia”, non vedo perché non ci si dovrebbe aspettare che il pubblico possa mettersi a contare i giorni che lo separano da quel debutto che vuole assolutamente vedere dal vivo.

Cosa manca al nostro teatro, per arrivare al cuore degli spettatori e coinvolgerli?

Rispondere diffusamente sarebbe come aprire il vaso di Pandora: potremmo discutere del sistema con cui si pianificano le stagioni, si potrebbe parlare di quali tipologie di spettacolo vengono privilegiate, di come a volte capire uno spettacolo che si va a vedere per curiosità sia più difficile che montare un mobile dell’Ikea, di come vengano penalizzate le compagnie di giro, di come a scuola non si studi la letteratura teatrale, di come il sistema dei bandi renda difficile verificare davvero la qualità dei prodotti realizzati, della supposta “pigrizia” degli spettatori che non andrebbero a teatro perché è più comodo vedere la TV (come se, invece, per recarsi al cinema o ai concerti non dovessero spostarsi). Ma limitiamoci alla pubblicità.

Cosa manca? Tutto! Non si crea l’attesa, non si prova a rendere pop la cultura, non si coccola il pubblico con anteprime e contenuti dedicati esclusivamente ai fan.

I teatranti, quando si pubblicizzano, lo fanno ancora esclusivamente attraverso i mezzi classici e consolidati; si è ancora fermi agli articoli e alle interviste,  alle recensioni che parlano di questo o quello spettacolo in cui in scena si fanno cose scioccanti, oppure si legge di questo o quell’attore delle fiction che viene reclutato per una tournée.

Qualcuno si promuove da sé, utilizzando i social per mostrare i propri ingaggi e le proprie produzioni, o gli spettacoli che va a vedere,  e lo fa anche bene. Bisogna guardare come fanno, questi theatrical-influencer, e cercare di assimilarne lo spirito d’impresa, la costanza e l’inventiva…  perché c’è poco da fare, per tenere un profilo attraente, valido e aggiornato ci vuole questo, e anche di più.

Non serve sottolineare che per un prodotto di successo non basta la pubblicità, classica o social che sia. È chiaro che, sotto la carta da regalo, deve esserci un prodotto fatto bene, di qualità, che risponda a un’aspettativa o al gusto del pubblico. Che poi non tutti gli spettacoli popolari siano dei capolavori o che non tutte le produzioni d’essai passeranno alla storia è un altro discorso. Che non a tutti piaccia il musical o il teatro di ricerca è un fatto, e non c’è pubblicità che tenga: non si può vendere uno shampoo a chi è calvo.

Ma, essendo certa che nel nostro mondo teatrale le perle ci siano, e che ci siano spettacoli validi per tutti i gusti,  faccio il tifo perché  si creino i presupposti perché possano emergere e lavorare quegli attori, drammaturghi e registi di talento che, al momento, devono sgomitare e fare carte false per condividere con il pubblico la loro passione, le loro abilità e la loro arte. E secondo me si può fare.
Condividi?

Note di Regia

Il Pensiero dietro alla Rassegna

La rassegna

La rassegna “Il Teatro di Goldoni” prende le mosse dalla collaborazione della compagnia La Gilda delle Arti con i comuni di Osio Sotto, Ciserano, Boltiere e Verdellino, e nasce con l’obiettivo mettere in scena un genere teatrale che ha reso celebre l’Italia in tutto mondo: la Commedia dell’Arte.

Gli spettacoli che compongono la rassegna sono quattro e affrontano, partendo da diversi approcci, il fil rouge dell’intero programma. L’autore di riferimento per ogni adattamento è Carlo Goldoni, che dedicò tutta la sua vita al teatro e che, probabilmente, è la fonte più autorevole per ricostruire lo stile dei Comici dell’Arte senza perderne la vitalità.

Gli spettacoli

Il primo testo in programma è “L’Arlechì, servitore di due padroni”. Si tratta di un adattamento del celebre testo di C. Goldoni “Il servitore di due padroni”, in cui il protagonista cerca maldestramente di accontentare due padroni diversi, senza rendersi conto di combinare continuamente pasticci e malintesi. La rivisitazione che proponiamo è volta essenzialmente in tre direzioni: ridurre la durata dello spettacolo a circa 70 minuti; sostituire lo zanni originale, Truffaldino, con la più famosa maschera di Arlecchino; convertire, infine, il dialetto Settecentesco del copione goldoniano con la parlata bergamasca dei giorni nostri.

Il secondo spettacolo in programma è “La Famiglia dell’Antiquario, ossia la suocera e la nuora”. Anche in questo caso abbiamo ripreso l’omonimo testo di Goldoni e l’ha adattato in termini di lingua e di durata. La trama è ancora una volta un intreccio di fraintendimenti, questa volta tra le padrone di casa; i battibecchi che animano la vicenda sono causati dalla gelosia tra le due donne e sono fomentate dai servitori Arlecchino e Colombina. A fare da paciere è il mercante Pantalone dei Bisognosi che, dopo molti tentativi andati a vuoto, trova una soluzione per far convivere sotto lo stesso tetto una suocera e una nuora.

Il terzo appuntamento della rassegna presenta “La Locandiera”, uno dei testi più celebri
e amati della tradizione teatrale italiana. Questo spettacolo è il frutto della riflessione di Carlo Goldoni sul teatro della Commedia dell’Arte: senza rinunciare al carattere intrigante e comico di Colombina, all’intraprendenza di Brighella e alla presunzione del Capitano, l’autore crea dei personaggi senza maschera, ribattezzandoli rispettivamente Mirandolina, Fabrizio e Cavaliere di Ripafratta. Questo copione segna di fatto la fine della Commedia dell’Arte per il teatro italiano, e la nascita di una nuova stagione letteraria, aperta ai contributi provenienti dalla Francia e dall’Inghilterra, rappresentati in massima parte dalle opere di Moliere e di Shakespeare.

L’ultimo spettacolo della rassegna è “Il capolavoro della vita” e si tratta di una rilettura dell’opera “Memorie” di Goldoni. In un testo fresco e vivace, l’autore ripercorre tutta la sua vita, soffermandosi principalmente sugli spettacoli creati e sugli attori frequentati in gioventù. La Gilda delle Arti propone questo testo a conclusione della rassegna perché, attraverso le parole stesse di Goldoni, si può ricostruire cosa fosse davvero la Commedia dell’Arte a metà Settecento: essa è osservata senza filtri da un contemporaneo, che poteva considerarne pregi e difetti, punti di forza e debolezze. Oltre a fornire una visione retrospettiva dell’intero progetto, lo spettacolo è anche l’occasione di raccontare la storia di un uomo che ha vissuto la sua vita così intensamente e serenamente da farla diventare un vero e proprio capolavoro.

La Commedia dell’Arte…

La Commedia dell’Arte è un genere teatrale sorto nel corso del secolo XVI e sopravvissuto fino alla fine del Settecento. In termini moderni si potrebbe definire “commedia dei professionisti” perché nel Medioevo la parola “Arte” significava “mestiere, professione, corporazione”, e si differenziava nettamente dal teatro amatoriale o dei dilettanti. A inventare e  diffondere la Commedia dell’Arte furono, in effetti, gli attori di professione che, riuniti in compagnie o famiglie itineranti, portarono i loro spettacoli in tutta Europa.

La Commedia dell’Arte si può definire un teatro “all’improvviso” perché gli spettacoli non presupponevano che gli attori studiassero un copione; essi si basavano invece sulla propria esperienza di scena, che li rendeva capaci di creare uno spettacolo in maniera estemporanea: una volta concordata una scaletta di scena con i principali snodi della storia, detta “canovaccio” o “scenario”, gli attori salivano sul palco e si esibivano scegliendo personalmente le battute, i frizzi o i lazzi che appartenevano al loro bagaglio professionale.

Una delle caratteristiche più amate della Commedia dell’Arte è certamente la presenza di maschere o “tipi fissi” che, come Arlecchino, Pantalone e Brighella, erano presenti in tutte le vicende con i rispettivi dialetti e le relative personalità, maschere e livree. Uno spettacolo era composto in genere da una o due coppie di giovani innamorati; uno o due servi, una servetta, i vecchi, come Pantalone e il Dottore, e il Capitano.

…Oggi

Per sua stessa natura, la Commedia dell’Arte è sempre stata una manifestazione orale, non suscettibile di trascrizioni; paradossalmente, un attore che oggi imparasse una parte a memoria, fosse anche quella di Arlecchino, non starebbe facendo Commedia dell’Arte. Mancherebbero infatti dei requisiti fondamentali, come l’uso del canovaccio e l’improvvisazione. Uno spettacolo di “vera” Commedia dell’Arte sarebbe quindi un esperanto di  battute, canzoni, brevi scenette comiche e monologhi tratte dal repertorio di ogni singolo attore, capace di scegliere i migliori escamotage scenici per ogni occasione.

Pertanto, se  oggi  ci si vuole accostare alla Commedia dell’Arte, bisogna ricorrere a quei poeti che nel corso del secolo XVIII hanno realizzato dei copioni scritti, basandosi sulle maschere, sui frizzi e sui lazzi delle Commedie che da molti anni giravano in tutta Europa

 Perché Goldoni

Carlo Goldoni, poeta veneziano vissuto nel XVIII secolo, è uno dei principali autori di riferimento quando si cerca di ricostruire la storia della Commedia dell’Arte. Nell’arco della sua vita, infatti, lavorò per diverse compagnie teatrali specializzate nel lavoro con le maschere, e scrisse canovacci e scenari per i principali attori dell’epoca. Tuttavia, col trascorrere degli anni, cominciò ad auspicare un’evoluzione delle forme del teatro italiano. Le principali mancanze che ravvisava erano la ripetitività delle trame, la scarsa profondità psicologica dei personaggi, e la totale assenza di realismo nelle vicende rappresentate. Inoltre, trovava nella maschera una limitazione delle capacità espressive degli attori.

Così, a partire dal 1738, cominciò a scrivere copioni teatrali che definissero, oltre alla trama, le battute di ogni singolo interprete: non eliminò sin da subito i personaggi che il pubblico tanto amava, e scrisse diverse opere in cui i protagonisti restavano i “tipi fissi” della Commedia dell’Arte; invece scelse una strategia graduale e, per gradi, dotò i personaggi di profondità psicologica, modificando al contempo le trame narrate. Alla fine del suo percorso scrisse un vero e proprio capolavoro della letteratura italiana, La Locandiera, in cui le maschere sono scomparse e convertite in personaggi realistici, come il Cavaliere, il Conte e Mirandolina.

La tradizione interpretata dai giovani

La nostra compagnia lavora sui testi originali con rispetto, ma anche con la freschezza e l’entusiasmo di un gruppo di giovani che ha trovato nelle grandi opere del passato il modo di esprimere valori che ancora oggi, a distanza di più di due secoli, fanno immedesimare, sospirare e divertire il pubblico. Lo stile di lavoro è quello di assimilare il copione per poi rielaborarlo in una chiave sensibile ai gusti degli spettatori dei nostri tempi: innanzitutto, si rinuncia alla resa integrale dell’opera, e la si riduce a un massimo di 80 minuti, per non rendere l’appuntamento con il teatro un onere gravoso in termini di tempo. In secondo luogo si lavora sulla lingua, nel tentativo di ammodernarla senza perderne il piglio. E, infine, ci si diverte a creare nuovi lazzi e situazioni comiche volte a coinvolgere ancora di più gli spettatori, per dare l’impressione che lo spettacolo sia stato scritto proprio per loro.