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Il Regista

Con Marzia e Valeria abbiamo parlato approfonditamente di cosa significhi fare teatro e di cosa succede dietro le quinte;  quindi dopo “attori” e “scenografia”, nella genesi di uno spettacolo, manca solo una cosa (forse la più importante): la regia!

“Ma cos’è esattamente un regista?” vi chiederete, cari compari di avventure.
“Eh, bella domanda!” sarà la mia più sincera risposta.

Già infatti distinguendo tra i vari tipi di regia, ci rendiamo conto che non esiste una definizione univoca di regista, e se esistesse sarebbe riduttiva .

Di certo non parliamo di una regia cinematografica alla Kubrick, col regista sulla sua bella seggiolina che sbraita ordini nel megafono durante una scena, anche perché durante uno spettacolo a teatro sentire Giovanni Fiorinelli che urla “STOP, TAGLIA!” da dietro le quinte rovinerebbe un tantino l’atmosfera.

Rappresentazione della tipica regia della gilda durante le prove. Il “bianco e nero” è una necessità di produzione, solo agli spettacoli dal vivo siamo a colori

Quindi concentriamoci ora solo sulla regia di uno spettacolo teatrale.

Per capire meglio di cosa stiamo parlando possiamo prendere mille strade diverse ma, sarà per deformazione professionale, penso che il miglior modo di capire a fondo un concetto sia quello di sviscerarlo, andando per prima cosa a vedere come è nato millenni e millenni fa per poi seguirlo nella sua evoluzione fino ai giorni nostri.

Concedete quindi ad uno studente universitario di Storia con la passione del teatro di portarvi con lui in un breve viaggio attraverso la storia della regia.

Come ormai siamo abituati a leggere ovunque, il teatro è nato nell’antiche  Póleisgreche circa nel VI secolo A.C.In quel tempo lo scrittore dell’opera (“Didaskalos”: maestro) era anche considerato responsabile della messa in scena, dagli attori fino ai costumi e scenografia. Non era raro che il Didaskalos dirigesse anche il coro, componesse egli stesso la musica che accompagnava lo spettacolo o che addirittura partecipasse egli stesso all’opera che aveva composto, insieme alla compagnia di attori semi-professionisti da lui scelta.  Il titolo di “maestro” è emblema del fatto che questa figura non si limitasse solo ad organizzare gli attori, ma molto spesso insegnasse loro anche la nobile arte della recitazione (o del canto, nel caso dei cori). Insomma, un factotum di professione che non oso immaginare quanto stesse antipatico agli attori, ma che sapeva decisamente fare il suo lavoro.

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Didaskalos che guarda perplesso una maschera

Con l’assorbimento da parte dei Latini della cultura greca, fin dai primi anni della fondazione di Roma, si sviluppa anche qui un modo di fare teatro simile a quello greco. Ci sono però delle sostanziali differenze. Il ruolo del Didaskalos smette formalmente di esistere e, al suo posto, vengono a crearsi delle figure più settoriali: l’Auctor (autore), il Conductor (una sorta di direttore di scena ante litteram) e il Choragus (assimilabile a un moderno attrezzista).

Dopo un periodo di accentramento del potere organizzativo nelle mani di un Regista vero e proprio durante il periodo medievale e, successivamente, nel Rinascimento (questo era dovuto alla grande complessità delle tragedie portate in scena, spesso in ampi spazi aperti e con un grande numero di comparse e oggetti di scena), si tornò all’affermazione della gestione dello spettacolo da parte dell’intera compagnia con l’avvento della Commedia dell’arte.

Eh sì, perché non seguendo un copione, e quindi non essendoci un autore, lo spettacolo era tutto tenuto in piedi dalle abilità recitative e di improvvisazione degli stessi attori che componevano le compagnie itineranti!

A dirigere il loro lavoro con la creazione di canovacci e indicazioni di scena ci pensavano alcuni degli appartenenti alle compagnie. Attori che, forse per carisma, forse per doti organizzative particolari, riuscivano ad imporsi e a dare una direzione più stabile agli spettacoli.

Il più celebre è certamente Carlo Goldoni, che con la sua “riforma del tetro”, non solo organizzò una gestione più stabile alle compagnie, ma sostituì anche il loro canovaccio che usavano come base delle loro improvvisazioni, con un vero e proprio copione.

Il buon vecchio pacioccoso Goldoni, pronto a rivoluzionare il mondo del teatro

Il ruolo del regista moderno si può dire essere nato dalla messa in scena degli spettacoli della compagnia Meininger  in Sassonia verso la fine del XIX sec., inizio XX sec. Similmente ai direttori medievali, la enorme complessità d certe messe in scena necessitò la presa di posizione di un vero e proprio direttore di scena, che sapesse interpretare al meglio il copione (anche se non scritto da lui) e che riuscisse a coordinare al meglio i vari attori in scena per rendere al meglio quanto scritto su carta.

Da qui si generò la figura francese del “regisseur” (letteralmente “direttore”) poi italianizzato per assonanza in “Regista”.

*DRIIIIIIIIIN!!!!

Lezione di storia finita.

Ma in tutto questo, la Gilda come lavora? Anarchia degli attori? Dittatura della coppia reale “Ghezzi-Armanni”? Oligarchia dei grandi potenti vicini alla Diarchia come Marzia, Sara e Giovanni F.?

In realtà è un misto di quanto sopra (tranne l’anarchia degli attori: quella resterà solo un’utopia per noi poveri attorucci sottoposti, anche se penso che gli spettacoli uscirebbero delle discrete ciofeche senza direzione,sigh…).

Dato che a noi della Gilda qualsiasi cosa venuta dopo gli inizi del ‘900 non piace, seguiamo il modello ‘settecentesco scegliendo i registi tra i migliori attori della nostra compagnia, ma a differenza di Goldoni non sono sempre gli stessi (cambiano spesso da spettacolo a spettacolo, anche solo nelle combinazioni) e lavorano sempre in coppia per supportarsi e confrontarsi l’un l’altro. Il copione può essere scritto o riadattato direttamente da loro oppure da un altro membro della compagnia, come per esempio “Il principe scambiato”, scritto interamente da Miriam ma diretto da Giovanni F. e Stefano.

“Ma Gio, sei uno storico eccezionale e uno scrittore impareggiabile, ma non sarebbe il caso che fossero proprio i registi della Gilda a raccontare come lavorano e consa ne pensano del loro ruolo all’interno della genesi di uno spettacolo?”

Beh, caro lettore che a cui, avendo il totale controllo di questo articolo, faccio porre questa domanda dall’umile premessa, hai ragione! Per quanto sia un piacere lavorare con colleghi e amici così validi, è per me difficile entrare nelle loro testoline organizzative e dirvi più nel dettaglio cosa significhi dirigere uno spettacolo.

Andiamo allora sentire direttamente cosa dicono alcuni dei nostri “regisseur”:

Sara, veterana regista di mille spettacoli tra cui “La Famiglia dell’Antiquario” e “Le Allegre Comari di Windsor”,ci racconta la sua esperienza:

Marzia e Giovanni che, attenti ad ogni accento, si preparano a dare indicazioni durante le prove dell’Academy

-“Fare regia nel mio caso è stato: Collaborazione, osservazione,immedesimazione e immaginazione.

Collaborazione: ho co-diretto con Marzia, ci siamo sempre confrontate e abbiamo trovato compromessi tra le visioni di entrambe e, veramente, dove non arrivava una ci metteva una toppa l’altra.Basta anche solo pensare alla gestione delle stesse prove, dove lasciavo guidare il gruppo a Marzia, mentre io intervenivo dove serviva più disciplina o un esempio pratico sul dove volevamo andasse a parare l’intenzione degli attori di qualche scena.

 Osservazione: è solo l’esperienza degli anni e l’osservazionedel modo altrui di fare regia che ti permettono di avere gli strumenti per guidare altri verso la realizzazione del progetto, con stratagemmi e approcci vari; anche solo per apprendere la capacità di sapersi sintonizzare con l’attore che tu, come regista, hai di fronte.

Immaginazione: il regista deve avere già in testa chiaramente quello che vuol vedere realizzato.

Infine immedesimazione: in questa visione in cui sei tu regista che per primo ti immagini a recitare la scena che si vuol realizzare, devi far attenzione a tenere sempre la mente aperta. E’importantissimo dare spazio creatività dei tuoi attori! Questo fa sì che siano spronati a far proprio il personaggio a loro assegnato e a mettere in gioco la loro creatività, per poi addirittura finire col ritrovarsi fra le mani un modo di interpretare la scena in modo più efficace di quanto tu stesso abbia pensato in fase di progettazione.

Quindi direi che ci vuole una buona dose di rispetto sia da parte dell’attore (che si deve affidare alla guida del regista) chedel regista (che delle volte può fare un “passo indietro” e lasciar fare all’attore)

Nel mio caso mi sento un po’ un capitano che porta a termine la visione del generale-autore.”-

La dizione: grande nemico dell’attore in erba e chiodo fisso (a ragione) dei registi

Dello stesso avviso sono Miriam e Nicola, inseparabile coppia che anche se ultimamente non spesso alla direzione diretta delle opere in costruzione, visionano sempre tutto dall’alto e controllano che ogni spettacolo fili liscio prima che venga messo in scena.

-“A noi piace darci alla regia perché lo vediamo come un momento di “ricreazione del testo”. Quando scegliamo uno spettacolo su cui lavorare, già pensiamo a come dovrebbero apparire le scene; ma è solo durante le prove che avviene “la magia” e l’idea diventa spettacolo grazie all’interpretazione degli attori”-

Ci raccontano poi dei loro diversi modi di dirigere e montare uno spettacolo:

-”Io e Nicola abbiamo due stili un po’ diversi”- racconta Miriam  –“lui è più portato alla valorizzazione di alcuni aspetti comici, spesso esulando anche dal testo scritto, andando a creare delle situazioni divertenti con gli attori in un’ottica di improvvisazione. Io invece preferisco lavorare sul copione: ritengo sia una sfida interessante rendere al meglio il testo originale con tutti gli strumenti che attori e registi hanno ha disposizione.”-

_”Diamo molta importanza alla comunicazione non verbale e non partiamo mai da un preconcetto. Per noi è fondamentale il ruolo creativo dell’attore e delle sue idee. Abbiamo notato negli anni che imporre il proprio modo di fare su un attore impoverisce le possibilità espressive che potrebbe avere.”-

Ci danno infine un paio di consigli molto importanti:

-“… il testo è bello e rende solo se lo si rende proprio, ma la cosa più importante di tutte è divertirsi”-.

Possiamo quindi notare come sia assolutamente necessario, un dialogo continuo tra registi e attori, in modo da creare un’irresistibile sinergia che porta infine alla creazione di uno spettacolo che non sia solo basato sull’interpretazione del singolo, ma su quella di tutti!

Nessun ruolo imposto dall’alto e nessun capriccio degli attori sono alla base della buona riuscita dello spettacolo, tutto all’insegna della collaborazione, del rispetto reciproco ma, soprattutto, del divertimento.

Quindi, si’ore e si’ori, siamo arrivati alla fine di questa luuuunga  dissertazione sul ruolo del regista a teatro. Ci sarebbe molto altro da dire, ma penso che uno spettacolo ben riuscito sia assai migliore di un articolo su un blog per farvi capire quanto un regista sia importante.

Quindi, mi raccomando, venite a tenerci compagnia al prossimo spettacolo e, magari, conoscendo regista e attori, provate ad immaginare quali scene sono state ideate da chi.  C:

La parola agli attori

Cosa succede dietro le quinte

Quando ero piccola, entrando in un teatro, rimanevo affascinata da tutto quello che mi circondava. Immaginavo che tutte gli oggetti presenti fossero animati: per me le poltrone rosse attendevano solo che il loro ospite decidesse finalmente di abbandonarsi al loro abbraccio e di godersi lo spettacolo; le luci, con il loro scintillio, erano impazienti all’idea di seguire gli attori durante i combattimenti con le spade e già si commuovevano al pensiero di dover cogliere tutti i baci e i sospiri degli amanti che di lì a poco sarebbero andati in scena; il sipario aspettava solo il momento giusto per aprire il suo manto e catapultare gli spettatori in un mondo magico.

Ecco, il teatro per me è un mondo magico. Qui possiamo assistere ad incredibili atti di coraggio, impossibili storie d’amore o ad avventure che lasciano senza fiato.

Nonostante il piccolo particolare che io adesso sia considerata una donna adulta, devo dire che quando entro in un teatro rimango affascinata e stupita come se fossi tornata bambina. Se doveste venire con me a vedere uno spettacolo, una volta entrati in sala, probabilmente mi vedreste con il naso all’insù e con la bocca aperta ad ammirare quella meraviglia.

Teatro Sociale di Brescia

Se quando ero più piccola attendevo l’inizio dello spettacolo scalciando e correndo in giro adesso mi soffermo a guardare con occhio critico ogni più piccolo particolare: il sipario, le luci, le poltrone, le maschere, ecc. Credo però che la cosa più interessante sia vedere le ombre dei piedi degli attori che si muovono dietro al palcoscenico. Mi chiedo sempre che cosa staranno facendo: staranno ripassando la parte o magari stanno scherzando tra loro? Una volta aperto il sipario la curiosità diminuisce e rimango rapita dallo spettacolo. Qualcuno però potrebbe essere più curioso di me e anche durante lo svolgimento dello spettacolo continua a pensare a cosa starà succedendo dietro le quinte. Io non posso raccontarvi quello che fanno tutti gli attori quando non sono in scena ma vorrei portavi dietro le quinte di un nostro spettacolo, potrete sbirciare lì dove al pubblico solitamente è proibito guardare.

Dietro le quinte di un nostro spettacolo, L’Arlechì servitore di due padroni

Raccontarvi “solo” del dietro le quinte, però, mi sembrava un po’ poco quindi ho deciso di spiegarvi cosa succede durante la giornata tipo di uno spettacolo. Per cominciare stabilito il punto di ritrovo e, dopo aver composto tetris perfetti nei bagagliai delle macchine con tutti gli oggetti di scena, le strutture, le sedie, i tavolini, i microfoni e un’infinita serie di cavi e cavetti, finalmente siamo pronti a partire. La fedele carovana segue diligentemente il nostro direttore artistico, Nicola Armanni. Senza di lui probabilmente saremmo ancora dispersi per qualche strada della bergamasca. Essendo una compagnia itinerante ci esibiamo sempre in luoghi diversi e il viaggio ormai è diventato una parte fondamentale, almeno per me, del vivere la compagnia teatrale. Durante questi viaggi, lunghi o brevi, facili o impervi, sono nate amicizie e in alcuni casi anche l’amore. Tornando al nostro racconto, una volta raggiunto il teatro per prima cosa iniziamo a scaricare tutte le macchine: devo dire che distruggere ogni volta questi capolavori dell’organizzazione mi dispiace, tanto ho la certezza che una volta smontato tutto qualcosa non ci starà più. Una volta scaricato il malloppo ci si divide i compiti: montare la struttura che usiamo come fondale, sistemare gli oggetti che dovremo utilizzare in scena, predisporre i microfoni, settare le luci, ecc. Con gli anni a tutti è stato affidato un ruolo e tutti ormai lo conosciamo e lo svolgiamo alla perfezione. Durante questa prima parte della nostra giornata insieme si ride e si scherza, ci si raccontano le novità e si chiacchiera con leggerezza, senza mai dimenticare di fare qualche story su Instagram. Siamo una famiglia, e come a un pranzo domenicale con i parenti condividiamo quello che è successo nel corso dei giorni precedenti. Siamo un gruppo affiatato e grazie alla passione del teatro sono nate delle splendide e durature amicizie, proprio come racconta Valeria nel suo ultimo articolo

Il magico trio tutto al femminile dell’Arlechì: io, Miriam e Sara

Dopo aver predisposto tutto quello che ci occorre per lo spettacolo iniziano le prove dei microfoni: qui, come un direttore d’orchestra, Nicola ci dirige in un concerto dissonante di frasi ripetute fino allo stremo. Ognuno di noi poi viene chiamato per la sua parte da solista: io devo dire che sono abbastanza ripetitiva, ogni volta attacco con uno dei monologhi scritti per me da Miriam Ghezzi, nostra regista e drammaturga, per lo spettacolo “La famiglia dell’Antiquario”. Sarà che è uno degli spettacoli che più mi è rimasto nella memoria, forse è quello che più mi è rimasto nel cuore. Continuano le prove audio, tutti gli attori vengono ammoniti sempre con la stessa frase:” Ora rifalla recitando”. Dopo che Nicola, soddisfatto, ci congeda dalle prove audio scatta il momento di riposo, dobbiamo recuperare tutte le energie perse per poter essere pronti per lo spettacolo. Inizia allora la lotta per l’egemonia sul mixer, tutti vogliono vincere ma solo uno avrà l’onore di decidere la musica. Puntualmente io e Giovanni, attore nella compagnia, iniziamo a battibeccare su quale sia la canzone più bella o più adatta al momento. Arriva il momento di prepararsi, manca sempre meno allo spettacolo. Iniziamo a ripassare le scene salienti dello spettacolo, sotto l’attento occhio di Miriam e Nicola. Una volta terminate le prove si passa al trucco e al parrucco: fondotinta, mascara, spazzole e ciprie inondano i tavoli dei camerini, lo specchio viene occupato e c’è sempre qualcuno che ha dimenticato qualcosa. 

Una volta terminato si indossano finalmente i costumi e dal camerino ci si sposta sul palcoscenico. Ecco, se dovessero chiedermi cosa sicuramente conserverò della mia esperienza nel teatro sono proprio quei momenti trascorsi sul palco con il sipario chiuso. Si percepisce concentrazione, agitazione e forse un pizzico di paura ma anche tanta energia e tanta voglia di entrare finalmente in scena. È forse il momento più importante di tutto lo spettacolo: qui raccogliamo le forze per poter dare il cento per cento sul palcoscenico. Nonostante la maggioranza dei sentimenti e delle sensazioni ci accomunano ogni membro della compagnia affronta quei minuti in maniera diversa: Sara sparisce, improvvisamente non la trovi più da nessuna parte ma non bisogna agitarsi, sta semplicemente cercando il suo personaggio e quando l’avrà trovato sarà pronta ad andare in scena; Nicolas sceglie un punto e sta lì, fermo, con il copione intento a leggere attentamente tutte le sue battute, anche se le conosce tutte a memoria ha comunque paura che qualcosa gli possa sfuggire. Io inizio a camminare, mi piace percorrere tutta la larghezza del palcoscenico. Nel frattempo, in realtà non penso allo spettacolo o alle battute, forse anche io come Sara cerco in me il personaggio che dovrò interpretare e spero sempre di riuscire a trovarlo in tempo. Il tempo passa e ora è arrivato il momento di andare alle luci della ribalta, tutti pronti per la prima scena ma prima non può mancare il rito scaramantico di tutti gli attori: “Merda, merda, merda!”.

Pochi minuti prima di entrare in scena, Il Principe Scambiato

Ricomponiamoci, lo spettacolo adesso inizia davvero. Dopo aver pronunciato la prima battuta tutto diventa più facile, lo spettacolo è partito e adesso nessuno ci può più fermare. Prima uscita, un po’ di respiro. Dietro si respira un’aria serena: c’è chi elemosina dell’acqua perché, come sempre, non l’ha portata o magari dei fazzoletti; si ride sottovoce alle battute dei nostri colleghi in scena e devo dire che a volte è davvero difficile non ridere a crepapelle, bisogna pur sempre non farsi sentire.

Dietro le quinte siamo stretti, abbiamo sedie, oggetti e copioni sparsi dappertutto. In mezzo a tutto questo ci destreggiamo con i cambi d’abito, forse una delle cose più difficili da fare dietro le quinte. Qui però ci prendiamo anche in giro, dopo aver portato in scena per tanto tempo uno spettacolo si imparano anche le battute degli altri e allora si iniziano ad imitare, a volte in maniera molto comica, quello che sta accadendo in scena.

Ovviamente si ripassano anche le scene, le uscite e le entrate e si raccoglie la concentrazione per fare quella scena che magari in prova non è venuta come desideravi. Ogni tanto ci si ferma semplicemente ad ascoltare quello che sta succedendo in scena, si rimane in silenzio per potersi godere, anche se solo con l’udito, la propria scena preferita dello spettacolo.

Giovanni e Stefano dietro le quinte de L’Arlechì servitore di due padroni

Sta arrivando la fine, mancano solo gli inchini. Qui la situazione diventa caotica, un continuo entrare e uscire di scena che potrebbe quasi far venire il mal di testa ma che, grazie all’applauso del pubblico, diventa un dolce movimento. Ultimo inchino, applauso al pubblico e tutti dietro le quinte. Il sipario si chiude, le luci si alzano e tutti ricominciamo a respirare. Ogni volta che portiamo in scena uno spettacolo provo un turbinio di emozioni e non importa se sia la sera della prima o la ventesima replica. Sarebbe bello permettere al pubblico di vedere tutto questo, tutto quello che un attore è prima, durante e dopo lo spettacolo. Con questo articolo spero di essere riuscita a trasportarvi in questa atmosfera. Certo, non è come essere presente con noi, dietro le quinte, forse però adesso potrete dire di aver scoperto un po’ di quel mondo segreto e nascosto che si cela dietro il sipario.  

La parola agli attori

GdAcademy: una storia dietro al progetto.

Quando da piccola mi sfidavano al “gioco dei mimi”, uno dei compiti più ardui era far indovinare il “lavoro dell’attore”. Già, perché la parrucchiera usa le forbici, il cantante ha il microfono, il pilota ha un volante, ma… l’attore cosa diamine fa? Non si può mimare uno che di mestiere finge di essere un altro. E allora, come facevo?

Bè, lo facevo e basta. Innanzitutto mi mettevo in quella che, secondo me, era la posa-da-attore: mi accigliavo, guardavo in lontananza e immaginavo di avere un teschio in mano; poi, con le labbra, articolavo senza suono un terribile “Essere o non essere: questo è il problema.”

Un riassunto per immagini dei momenti salienti di “Amleto”.
Foto di WikiImages da Pixabay

Amleto: ragazzi, a cinque-sei anni si recitava Shakespeare… mica caramelle. E lo facevamo a turno più o meno tutti, senza che ci suonasse strano. In fondo, cos’altro era l’attore, se non uno che recitava grandi storie? Noi, almeno, facevamo così e indovinavamo senza troppi problemi. Chissà se i bambini di oggi mimano “il teatro” nello stesso modo o se optano per uno stile più contemporaneo, che so, modello “Bestie di Scena” di Emma Dante.

“Bestie di scena” è una produzione del 2017 firmata da Emma Dante, una delle artiste più importanti del panorama teatrale contemporaneo. Il video può essere utile per farsi un’idea del tipo di linguaggio artistico che la caratterizza.

Ma torniamo al gioco; eravamo rimasti che, per inscenare gli altri mestieri bastava mimare un’azione, mentre per fare l’attore serviva simularne tre… primo, mettersi in posa; secondo, recitare un sentimento con il volto; terzo, far l’atto di parlare. Anche se abbozzata e un po’ schematica, in questo semplice gioco è nascosta una interessante riflessione “cosa significa fare l’attore”: saper occupare lo spazio, mostrare i moti dell’anima e unire le parole ai fatti. Certo, stare sul palco richiede anche altre abilità, ma direi che per essere partiti dal “gioco dei mimi” siamo a buon punto. Bene: proseguiamo.

Passano gli anni. Cresco, studio, faccio sport, compio la prima scelta importante e mi iscrivo al liceo socio-psico-pedagogico (che oggi è un curriculum estinto, segno inequivocabile del tempo che scorre inesorabile, ed è stato sostituito dal “liceo delle scienze umane”). Al secondo anno decido di approfittare di una delle opportunità date dalla scuola, e chiedo ai miei genitori il permesso di partecipare al corso di teatro del venerdì pomeriggio. Niente in contrario, quindi si va alla prima lezione. Ci si mette in cerchio e ci si presenta. Tutti zitti, parla il regista; parte subito in quarta, va al nocciolo del problema:

Ecco cosa viene in mente di solito, pensando al “teatro”. Anche se oggi non serve più un luogo tanto bello e imponente per andare in scena, dubito che perderà il suo fascino, coi posti assegnati, il sipario che si apre e le luci che si spengono creando la giusta atmosfera.
Foto di TravelCoffeeBook da Pixabay

“Come si muove “il cattivo”, come cammina “il buono”? Pensate di saperlo? Eppure, se nella realtà non è facile definire il bene e il male, perché dovrebbe esserlo nel teatro? Smettiamo di pensare per stereotipi, e cerchiamo di andare a fondo: l’attore è tale quando, dopo una lunga ricerca, trova un linguaggio vero e autentico, che permea tutto il suo essere. Non basta recitare, bisogna essere.”

Che choc, che trauma. Niente sipario, niente ruoli e, francamente, non avevo neanche capito che tipo di spettacolo avremmo fatto. Ma sono carica, affascinata da questa nuova prospettiva che non ho mai considerato e mi ci butto a capofitto. Passo dopo passo mi innamoro sempre di più di quel mondo, fatto di energie e sinergie, di immagini e di relazioni con gli altri attori, della fiducia nel regista, del lavoro individuale che sfocia in una meravigliosa composizione. Mi piace che nessuno sia invidioso dell’altro: avremo tutti (o meglio, tutte: eravamo solo ragazze) lo stesso peso nello spettacolo finale, nessuno sarà messo da parte, nessuno avrà vergogna perché il gruppo ci proteggerà nelle scene corali. Basta, ho deciso: il vero teatro è quello di Eugenio Barba, dell’Odin Teatret.

L’Odin è una realtà molto famosa per chi si occupa di teatro, un po’ meno per chi non bazzica l’ambiente (come me all’epoca). Ecco un breve video per farsi un’idea dello stile di lavoro.

Montiamo lo spettacolo in poche settimane, in un tour de force assurdo: il 2 giugno, Festa della Repubblica, la scuola resta aperta per noi, che dobbiamo provare dalla mattina alla sera. Le mamme sono riuscite a confezionare i costumi che il regista voleva in tempi record, e noi ragazze abbiamo recuperato gli oggetti più strani, tra cui un’accetta, un ceppo di legno e una stadera. Malgrado la fatica, ce l’abbiamo fatta. Ora è tutto pronto… nulla ci separa dal fatidico giorno. Siamo pronte al debutto.

Mio fratello, ovviamente, è invitato. Non brilla di entusiasmo all’idea di vedere questo “spettacolo-studio”, ma do ut des: anche io vengo alle partite, quindi è tempo di ricambiare. Giusto per non arrivare impreparato, a tradimento mi chiede: “ma stasera, di preciso, di cos’è che parla lo spettacolo?”. Pausa imbarazzante. Farfuglio qualcosa senza senso, con mio fratello che mi fissa, sempre in attesa di una risposta. “Non è uno spettacolo classico” dico, “è fuori dagli stereotipi. È contemporaneo.” Lui non fa commenti, prende la cosa per buona… ma io comincio a sentire qualcosa che non avevo mai provato; fino a quel momento ero stata così immersa nei preparativi che avevo dato per scontato che il risultato sarebbe stato un grande spettacolo. Anche se ho sedici anni appena compiuti, il fatto di non riuscire a parlare del debutto senza dover giustificare con un “è una cosa particolare” mi mette in allerta.

Qualcosa incrina la perfezione della mia idea di teatro… ma siamo solo all’inizio perché, dopo lo spettacolo, arriva ben assestato un altro colpo: col sorriso stampato in faccia per la soddisfazione, corro dai miei. “Vi è piaciuto?” chiedo. “Siete state molto brave, complimenti.” Le parole sono gentili e di congratulazioni, ma il linguaggio non verbale non mente, e me ne accorgo: lo spettacolo non è stato all’altezza di ciò che prometteva.

Uno degli oggetti di scena che usavamo più di tutti era la maschera neutra: per molti anni ho continuato a usarla per i laboratori che dirigevo e per creare presenze inquietanti e misteriose negli spettacoli… mentre adesso sono praticamente in pensione e le maschere che vedo più spesso sono quelle della Commedia dell’Arte!
Foto di Leandro De Carvalho da Pixabay

Sono un po’ scossa, così decido di analizzare oggettivamente il lavoro fatto per prenderne le distanze; concludo che, in effetti, avevamo lavorato tanto e con passione a un risultato che non aveva incontrato il favore del pubblico dei genitori (che, obiettivamente, è il più parziale, quello disposto più di tutti a vedere il buono del lavoro svolto). Ma in fondo era solo il primo anno, mi dico. Il secondo sarà molto meglio. E mi ri-iscrivo al corso.

Stavolta sono molto più critica, perché il copione è sempre lo stesso; camminate, composizioni, coreografie… e montaggio dello spettacolo in poche prove, di corsa. Ora pure io mi rendo conto che il pubblico non capirà nulla, e lo faccio presente al regista.

Mi ricordo bene la situazione; era una delle prime volte che mi mettevo di traverso, contro un maestro che stimavo e ammiravo. Speravo con tutta me stessa che mi convincesse che mi sbagliavo… ma le argomentazioni che usò non mi persuasero, e io andai in scena consapevole che sarebbe stato, un’altra volta, un evento autoreferenziale, che avremmo capito solo noi e il regista che l’aveva ideato.

Sono in bilico; non so se iscrivermi ancora al corso. Non voglio fare un altro debutto così. Ma magari quest’anno sarà meglio… e poi tutte le mie amiche, a cui sono molto legata, si iscriveranno ancora; prendo tempo, e accetto l’invito del regista, che ci segnala che ci sarà in città un evento eccezionale: nel centro storico si esibiranno gli attori dell’Odin Teatret, il modello del nostro operato. Perfetto, mi dico: così vedrò a che cosa punta il mio lavoro. Pago il biglietto, prendo posto, assisto allo spettacolo, esco e ascolto i commenti entusiasti del regista e di alcune delle mie amiche.

Perfetto, mi dico: ora so che non mi iscriverò a teatro. Punto.

Quando per prendere una decisione fai una lista di pro e contro e, alla fine, capisci che non è servita a niente.
Foto di analogicus da Pixabay 

Ho un anno sabbatico, diciamo, e mi dedico ad altri interessi. Poi, inaspettatamente, mia cugina mi invita a vedere uno spettacolo organizzato da alcuni suoi amici e mi chiede di accompagnarla: il titolo è “La Bella e la Bestia”. Io accetto pur essendo un po’ prevenuta: sarà il solito spettacolino con le battute del film, messo insieme da ragazzi che lo fanno per hobby; e invece… invece vedo la luce.

Bravi, bravi, bravi; musica dal vivo, ingegno nel riadattare il testo originale, organizzazione impeccabile. Rimango davvero colpita e, quando qualche mese dopo, la compagnia cerca nuovi componenti, mi lancio nella mischia. Sarò dei loro. Comincia per me una nuova fase, all’insegna di un teatro forse tradizionale, ma reso vivo dalle energie di chi lo anima: un gruppo in cui si accetta di studiare, di avere una parte più o meno lunga, e di essere indispensabile; un gruppo in cui tutti fanno tutto (costumi, musicisti, cantanti, trovarobe, scenografi, grafici, attori, registi, coreografi, drammaturghi), e il capo è solo il coordinatore delle energie dei singoli e l’ispiratore delle iniziative. Ma soprattutto un gruppo che desidera, e persegue, il confronto con gli spettatori: lo spettacolo funziona se piace a noi, ma anche al pubblico, e in questa relazione sta la miglior leva per crescere, per dare di più.

Finalmente avevo scoperto che cos’era “recitare” per me, e che cosa mi aspettavo dal teatro.

Una delle primissime prove con la “nuova” compagnia di ragazzi, gli ShArt – Show&Art.

Ecco qual è la mia storia dietro la GdAcademy: anni di ricerca del senso del teatro, centinaia di prove, dozzine di repliche e un grande, insaziabile desiderio di condividere e contagiare gli altri con l’entusiasmo che una tale esperienza sa trasmettere. E, ora che sono io a insegnare, cerco di farlo con i migliori mezzi di cui dispongo, curando più che posso ogni fase del lavoro: perché un corso di teatro non può non tenere conto dell’organizzazione delle prove; non può sorvolare sulla difficoltà a reperire costumi e oggetti; non può  ignorare i gusti del pubblico a cui si rivolgerà e non può fingere che, quello che un attore fa quando studia e viene alle prove, non sia un lavoro… per quanto giovane sia la sua età e scarsa la sua esperienza; solo per questo, merita di essere valorizzato.

Non ci sono solo io dietro le quinte della GdAcademy, ma personalmente credo fortemente in questo progetto; in esso sono trasfuse tutte le passioni, le delusioni e le vittorie di questi anni, oltre che la certezza che in ognuno ci sia un talento pronto per essere messo in luce… e la mia speranza è che chi parteciperà, oltre trovare la sua strada artistica, goda di tutti quei privilegi che sono connessi a far parte di un bel gruppo di giovani, motivati, altruisti e laboriosi; e io ne so qualcosa, visto che, oltre che un lavoro e una direzione artistica, grazie al teatro, ho trovato pure mio marito!

Eccoci! Io e mio marito in fase di allestimento del palcoscenico prima di un debutto.