Articoli di Fondo

Il (#)Teatro nell’era dei Social

Sono social i brand di moda, le campagne di sensibilizzazione, i programmi televisivi e persino i supermercati. Quasi tutte le attività, commerciali e benefiche, si ingegnano per trovare l’hashtag migliore per diventare virali, e non c’è nuova uscita (album, libri, film) che non dedichino un podcast su Youtube o una pagina di Facebook al backstage, alle interviste esclusive e a misurati spoiler. Persino il papa twitta.

In tutto questo universo di rimandi, parole d’ordine e condivisioni, tra i pochi che rischiano di rimanere indietro ci sono i professionisti del teatro. Proprio loro, quelli che senza pubblico non arrivano (in teoria) a fine mese, ignorano quasi completamente uno dei canali privilegiati per invitare la gente agli spettacoli, preferendo investire grandi quantità di energie e di denaro nelle classiche locandine o interviste.

Ci sono le eccezioni, naturalmente, ma basta scrivere “teatro” nella casella di ricerca di Instagram per accorgersi che in genere anche i feed più importanti in Italia contano pochi follower; Facebook non fa eccezione, con le sue pagine tristi riempite di eventi in programma, aggiornamenti rari e discontinui, e contenuti freddi e impersonali. In Youtube c’è qualche cosa, tra trailer, tutorial e videointerviste… ma ben poco di davvero organizzato, di genuinamente social. È come se il comparto “social marketing” delle aziende teatrali fosse più che altro considerato un vezzo, un ornamento da aggiungere all’attività principale, giusto per dire “ci siamo anche noi”. Come se bastasse avere un account per beneficiare dei vantaggi dell’era dei “mi piace”.

Un’epoca da condividere

Come mai? In fondo lo spettacolo non è altro che un prodotto da vendere, come lo sono un paio di scarpe o una confezione di biscotti; e se è possibile fare pubblicità al nuovo smartphone senza quasi mostrarlo, ma legando al brand esclusivamente un’emozione, allora non ci sono scuse. Non bisogna neanche dirlo, allo spettatore, che se compra il biglietto e si siede in platea proverà un’esperienza unica: è già insito nell’idea di spettacolo il concetto di emozione.

E allora come mai è così evidente sui nostri social l’assenza di contenuti da condividere sulle novità teatrali?
È un fatto che, a eccezione di qualche grande produzione e qualche coraggioso pioniere, sia veramente assordante il silenzio sulle ultime notizie dal mondo del palcoscenico. Eppure non mancano i festival, le rassegne, i concorsi e i premi; ogni città dispone di qualche teatro, e sono in molti organizzatori ad allestire ad hoc palchi all’aperto per animare le feste estive. Abbiamo corsi universitari e accademie dedicate al teatro, ma pare che tutto quello che viene insegnato e studiato resti prerogativa dei pochi che riescono a lavorare nell’ambito o di chi si definisce appassionato. Ed è un vero peccato.

Immaginate di intervistare le persone che incontrate per caso: se chiedete loro quali film danno al cinema, probabilmente in molti sapranno rispondervi. Se domandate quando ricomincia Amici o XFactor, forse alcuni vi risponderanno. Ma provate a chiedere quali novità danno in questa stagione a teatro: scommettiamo che a darvi una risposta sicura saranno molti, molti di meno?

Eppure sono entrambi ambiti dello stesso settore, sono entrambi pianeti del sistema “spettacolo”. E come si appassiona a “Il Trono di Spade” o non si perde l’ennesimo remake de “La Bella e la Bestia”, non vedo perché non ci si dovrebbe aspettare che il pubblico possa mettersi a contare i giorni che lo separano da quel debutto che vuole assolutamente vedere dal vivo.

Cosa manca al nostro teatro, per arrivare al cuore degli spettatori e coinvolgerli?

Rispondere diffusamente sarebbe come aprire il vaso di Pandora: potremmo discutere del sistema con cui si pianificano le stagioni, si potrebbe parlare di quali tipologie di spettacolo vengono privilegiate, di come a volte capire uno spettacolo che si va a vedere per curiosità sia più difficile che montare un mobile dell’Ikea, di come vengano penalizzate le compagnie di giro, di come a scuola non si studi la letteratura teatrale, di come il sistema dei bandi renda difficile verificare davvero la qualità dei prodotti realizzati, della supposta “pigrizia” degli spettatori che non andrebbero a teatro perché è più comodo vedere la TV (come se, invece, per recarsi al cinema o ai concerti non dovessero spostarsi). Ma limitiamoci alla pubblicità.

Cosa manca? Tutto! Non si crea l’attesa, non si prova a rendere pop la cultura, non si coccola il pubblico con anteprime e contenuti dedicati esclusivamente ai fan.

I teatranti, quando si pubblicizzano, lo fanno ancora esclusivamente attraverso i mezzi classici e consolidati; si è ancora fermi agli articoli e alle interviste,  alle recensioni che parlano di questo o quello spettacolo in cui in scena si fanno cose scioccanti, oppure si legge di questo o quell’attore delle fiction che viene reclutato per una tournée.

Qualcuno si promuove da sé, utilizzando i social per mostrare i propri ingaggi e le proprie produzioni, o gli spettacoli che va a vedere,  e lo fa anche bene. Bisogna guardare come fanno, questi theatrical-influencer, e cercare di assimilarne lo spirito d’impresa, la costanza e l’inventiva…  perché c’è poco da fare, per tenere un profilo attraente, valido e aggiornato ci vuole questo, e anche di più.

Non serve sottolineare che per un prodotto di successo non basta la pubblicità, classica o social che sia. È chiaro che, sotto la carta da regalo, deve esserci un prodotto fatto bene, di qualità, che risponda a un’aspettativa o al gusto del pubblico. Che poi non tutti gli spettacoli popolari siano dei capolavori o che non tutte le produzioni d’essai passeranno alla storia è un altro discorso. Che non a tutti piaccia il musical o il teatro di ricerca è un fatto, e non c’è pubblicità che tenga: non si può vendere uno shampoo a chi è calvo.

Ma, essendo certa che nel nostro mondo teatrale le perle ci siano, e che ci siano spettacoli validi per tutti i gusti,  faccio il tifo perché  si creino i presupposti perché possano emergere e lavorare quegli attori, drammaturghi e registi di talento che, al momento, devono sgomitare e fare carte false per condividere con il pubblico la loro passione, le loro abilità e la loro arte. E secondo me si può fare.
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Note di Regia

Il Pensiero dietro alla Rassegna

La rassegna

La rassegna “Il Teatro di Goldoni” prende le mosse dalla collaborazione della compagnia La Gilda delle Arti con i comuni di Osio Sotto, Ciserano, Boltiere e Verdellino, e nasce con l’obiettivo mettere in scena un genere teatrale che ha reso celebre l’Italia in tutto mondo: la Commedia dell’Arte.

Gli spettacoli che compongono la rassegna sono quattro e affrontano, partendo da diversi approcci, il fil rouge dell’intero programma. L’autore di riferimento per ogni adattamento è Carlo Goldoni, che dedicò tutta la sua vita al teatro e che, probabilmente, è la fonte più autorevole per ricostruire lo stile dei Comici dell’Arte senza perderne la vitalità.

Gli spettacoli

Il primo testo in programma è “L’Arlechì, servitore di due padroni”. Si tratta di un adattamento del celebre testo di C. Goldoni “Il servitore di due padroni”, in cui il protagonista cerca maldestramente di accontentare due padroni diversi, senza rendersi conto di combinare continuamente pasticci e malintesi. La rivisitazione che proponiamo è volta essenzialmente in tre direzioni: ridurre la durata dello spettacolo a circa 70 minuti; sostituire lo zanni originale, Truffaldino, con la più famosa maschera di Arlecchino; convertire, infine, il dialetto Settecentesco del copione goldoniano con la parlata bergamasca dei giorni nostri.

Il secondo spettacolo in programma è “La Famiglia dell’Antiquario, ossia la suocera e la nuora”. Anche in questo caso abbiamo ripreso l’omonimo testo di Goldoni e l’ha adattato in termini di lingua e di durata. La trama è ancora una volta un intreccio di fraintendimenti, questa volta tra le padrone di casa; i battibecchi che animano la vicenda sono causati dalla gelosia tra le due donne e sono fomentate dai servitori Arlecchino e Colombina. A fare da paciere è il mercante Pantalone dei Bisognosi che, dopo molti tentativi andati a vuoto, trova una soluzione per far convivere sotto lo stesso tetto una suocera e una nuora.

Il terzo appuntamento della rassegna presenta “La Locandiera”, uno dei testi più celebri
e amati della tradizione teatrale italiana. Questo spettacolo è il frutto della riflessione di Carlo Goldoni sul teatro della Commedia dell’Arte: senza rinunciare al carattere intrigante e comico di Colombina, all’intraprendenza di Brighella e alla presunzione del Capitano, l’autore crea dei personaggi senza maschera, ribattezzandoli rispettivamente Mirandolina, Fabrizio e Cavaliere di Ripafratta. Questo copione segna di fatto la fine della Commedia dell’Arte per il teatro italiano, e la nascita di una nuova stagione letteraria, aperta ai contributi provenienti dalla Francia e dall’Inghilterra, rappresentati in massima parte dalle opere di Moliere e di Shakespeare.

L’ultimo spettacolo della rassegna è “Il capolavoro della vita” e si tratta di una rilettura dell’opera “Memorie” di Goldoni. In un testo fresco e vivace, l’autore ripercorre tutta la sua vita, soffermandosi principalmente sugli spettacoli creati e sugli attori frequentati in gioventù. La Gilda delle Arti propone questo testo a conclusione della rassegna perché, attraverso le parole stesse di Goldoni, si può ricostruire cosa fosse davvero la Commedia dell’Arte a metà Settecento: essa è osservata senza filtri da un contemporaneo, che poteva considerarne pregi e difetti, punti di forza e debolezze. Oltre a fornire una visione retrospettiva dell’intero progetto, lo spettacolo è anche l’occasione di raccontare la storia di un uomo che ha vissuto la sua vita così intensamente e serenamente da farla diventare un vero e proprio capolavoro.

La Commedia dell’Arte…

La Commedia dell’Arte è un genere teatrale sorto nel corso del secolo XVI e sopravvissuto fino alla fine del Settecento. In termini moderni si potrebbe definire “commedia dei professionisti” perché nel Medioevo la parola “Arte” significava “mestiere, professione, corporazione”, e si differenziava nettamente dal teatro amatoriale o dei dilettanti. A inventare e  diffondere la Commedia dell’Arte furono, in effetti, gli attori di professione che, riuniti in compagnie o famiglie itineranti, portarono i loro spettacoli in tutta Europa.

La Commedia dell’Arte si può definire un teatro “all’improvviso” perché gli spettacoli non presupponevano che gli attori studiassero un copione; essi si basavano invece sulla propria esperienza di scena, che li rendeva capaci di creare uno spettacolo in maniera estemporanea: una volta concordata una scaletta di scena con i principali snodi della storia, detta “canovaccio” o “scenario”, gli attori salivano sul palco e si esibivano scegliendo personalmente le battute, i frizzi o i lazzi che appartenevano al loro bagaglio professionale.

Una delle caratteristiche più amate della Commedia dell’Arte è certamente la presenza di maschere o “tipi fissi” che, come Arlecchino, Pantalone e Brighella, erano presenti in tutte le vicende con i rispettivi dialetti e le relative personalità, maschere e livree. Uno spettacolo era composto in genere da una o due coppie di giovani innamorati; uno o due servi, una servetta, i vecchi, come Pantalone e il Dottore, e il Capitano.

…Oggi

Per sua stessa natura, la Commedia dell’Arte è sempre stata una manifestazione orale, non suscettibile di trascrizioni; paradossalmente, un attore che oggi imparasse una parte a memoria, fosse anche quella di Arlecchino, non starebbe facendo Commedia dell’Arte. Mancherebbero infatti dei requisiti fondamentali, come l’uso del canovaccio e l’improvvisazione. Uno spettacolo di “vera” Commedia dell’Arte sarebbe quindi un esperanto di  battute, canzoni, brevi scenette comiche e monologhi tratte dal repertorio di ogni singolo attore, capace di scegliere i migliori escamotage scenici per ogni occasione.

Pertanto, se  oggi  ci si vuole accostare alla Commedia dell’Arte, bisogna ricorrere a quei poeti che nel corso del secolo XVIII hanno realizzato dei copioni scritti, basandosi sulle maschere, sui frizzi e sui lazzi delle Commedie che da molti anni giravano in tutta Europa

 Perché Goldoni

Carlo Goldoni, poeta veneziano vissuto nel XVIII secolo, è uno dei principali autori di riferimento quando si cerca di ricostruire la storia della Commedia dell’Arte. Nell’arco della sua vita, infatti, lavorò per diverse compagnie teatrali specializzate nel lavoro con le maschere, e scrisse canovacci e scenari per i principali attori dell’epoca. Tuttavia, col trascorrere degli anni, cominciò ad auspicare un’evoluzione delle forme del teatro italiano. Le principali mancanze che ravvisava erano la ripetitività delle trame, la scarsa profondità psicologica dei personaggi, e la totale assenza di realismo nelle vicende rappresentate. Inoltre, trovava nella maschera una limitazione delle capacità espressive degli attori.

Così, a partire dal 1738, cominciò a scrivere copioni teatrali che definissero, oltre alla trama, le battute di ogni singolo interprete: non eliminò sin da subito i personaggi che il pubblico tanto amava, e scrisse diverse opere in cui i protagonisti restavano i “tipi fissi” della Commedia dell’Arte; invece scelse una strategia graduale e, per gradi, dotò i personaggi di profondità psicologica, modificando al contempo le trame narrate. Alla fine del suo percorso scrisse un vero e proprio capolavoro della letteratura italiana, La Locandiera, in cui le maschere sono scomparse e convertite in personaggi realistici, come il Cavaliere, il Conte e Mirandolina.

La tradizione interpretata dai giovani

La nostra compagnia lavora sui testi originali con rispetto, ma anche con la freschezza e l’entusiasmo di un gruppo di giovani che ha trovato nelle grandi opere del passato il modo di esprimere valori che ancora oggi, a distanza di più di due secoli, fanno immedesimare, sospirare e divertire il pubblico. Lo stile di lavoro è quello di assimilare il copione per poi rielaborarlo in una chiave sensibile ai gusti degli spettatori dei nostri tempi: innanzitutto, si rinuncia alla resa integrale dell’opera, e la si riduce a un massimo di 80 minuti, per non rendere l’appuntamento con il teatro un onere gravoso in termini di tempo. In secondo luogo si lavora sulla lingua, nel tentativo di ammodernarla senza perderne il piglio. E, infine, ci si diverte a creare nuovi lazzi e situazioni comiche volte a coinvolgere ancora di più gli spettatori, per dare l’impressione che lo spettacolo sia stato scritto proprio per loro.