La parola agli attori

GdAcademy: una storia dietro al progetto.

Quando da piccola mi sfidavano al “gioco dei mimi”, uno dei compiti più ardui era far indovinare il “lavoro dell’attore”. Già, perché la parrucchiera usa le forbici, il cantante ha il microfono, il pilota ha un volante, ma… l’attore cosa diamine fa? Non si può mimare uno che di mestiere finge di essere un altro. E allora, come facevo?

Bè, lo facevo e basta. Innanzitutto mi mettevo in quella che, secondo me, era la posa-da-attore: mi accigliavo, guardavo in lontananza e immaginavo di avere un teschio in mano; poi, con le labbra, articolavo senza suono un terribile “Essere o non essere: questo è il problema.”

Un riassunto per immagini dei momenti salienti di “Amleto”.
Foto di WikiImages da Pixabay

Amleto: ragazzi, a cinque-sei anni si recitava Shakespeare… mica caramelle. E lo facevamo a turno più o meno tutti, senza che ci suonasse strano. In fondo, cos’altro era l’attore, se non uno che recitava grandi storie? Noi, almeno, facevamo così e indovinavamo senza troppi problemi. Chissà se i bambini di oggi mimano “il teatro” nello stesso modo o se optano per uno stile più contemporaneo, che so, modello “Bestie di Scena” di Emma Dante.

“Bestie di scena” è una produzione del 2017 firmata da Emma Dante, una delle artiste più importanti del panorama teatrale contemporaneo. Il video può essere utile per farsi un’idea del tipo di linguaggio artistico che la caratterizza.

Ma torniamo al gioco; eravamo rimasti che, per inscenare gli altri mestieri bastava mimare un’azione, mentre per fare l’attore serviva simularne tre… primo, mettersi in posa; secondo, recitare un sentimento con il volto; terzo, far l’atto di parlare. Anche se abbozzata e un po’ schematica, in questo semplice gioco è nascosta una interessante riflessione “cosa significa fare l’attore”: saper occupare lo spazio, mostrare i moti dell’anima e unire le parole ai fatti. Certo, stare sul palco richiede anche altre abilità, ma direi che per essere partiti dal “gioco dei mimi” siamo a buon punto. Bene: proseguiamo.

Passano gli anni. Cresco, studio, faccio sport, compio la prima scelta importante e mi iscrivo al liceo socio-psico-pedagogico (che oggi è un curriculum estinto, segno inequivocabile del tempo che scorre inesorabile, ed è stato sostituito dal “liceo delle scienze umane”). Al secondo anno decido di approfittare di una delle opportunità date dalla scuola, e chiedo ai miei genitori il permesso di partecipare al corso di teatro del venerdì pomeriggio. Niente in contrario, quindi si va alla prima lezione. Ci si mette in cerchio e ci si presenta. Tutti zitti, parla il regista; parte subito in quarta, va al nocciolo del problema:

Ecco cosa viene in mente di solito, pensando al “teatro”. Anche se oggi non serve più un luogo tanto bello e imponente per andare in scena, dubito che perderà il suo fascino, coi posti assegnati, il sipario che si apre e le luci che si spengono creando la giusta atmosfera.
Foto di TravelCoffeeBook da Pixabay

“Come si muove “il cattivo”, come cammina “il buono”? Pensate di saperlo? Eppure, se nella realtà non è facile definire il bene e il male, perché dovrebbe esserlo nel teatro? Smettiamo di pensare per stereotipi, e cerchiamo di andare a fondo: l’attore è tale quando, dopo una lunga ricerca, trova un linguaggio vero e autentico, che permea tutto il suo essere. Non basta recitare, bisogna essere.”

Che choc, che trauma. Niente sipario, niente ruoli e, francamente, non avevo neanche capito che tipo di spettacolo avremmo fatto. Ma sono carica, affascinata da questa nuova prospettiva che non ho mai considerato e mi ci butto a capofitto. Passo dopo passo mi innamoro sempre di più di quel mondo, fatto di energie e sinergie, di immagini e di relazioni con gli altri attori, della fiducia nel regista, del lavoro individuale che sfocia in una meravigliosa composizione. Mi piace che nessuno sia invidioso dell’altro: avremo tutti (o meglio, tutte: eravamo solo ragazze) lo stesso peso nello spettacolo finale, nessuno sarà messo da parte, nessuno avrà vergogna perché il gruppo ci proteggerà nelle scene corali. Basta, ho deciso: il vero teatro è quello di Eugenio Barba, dell’Odin Teatret.

L’Odin è una realtà molto famosa per chi si occupa di teatro, un po’ meno per chi non bazzica l’ambiente (come me all’epoca). Ecco un breve video per farsi un’idea dello stile di lavoro.

Montiamo lo spettacolo in poche settimane, in un tour de force assurdo: il 2 giugno, Festa della Repubblica, la scuola resta aperta per noi, che dobbiamo provare dalla mattina alla sera. Le mamme sono riuscite a confezionare i costumi che il regista voleva in tempi record, e noi ragazze abbiamo recuperato gli oggetti più strani, tra cui un’accetta, un ceppo di legno e una stadera. Malgrado la fatica, ce l’abbiamo fatta. Ora è tutto pronto… nulla ci separa dal fatidico giorno. Siamo pronte al debutto.

Mio fratello, ovviamente, è invitato. Non brilla di entusiasmo all’idea di vedere questo “spettacolo-studio”, ma do ut des: anche io vengo alle partite, quindi è tempo di ricambiare. Giusto per non arrivare impreparato, a tradimento mi chiede: “ma stasera, di preciso, di cos’è che parla lo spettacolo?”. Pausa imbarazzante. Farfuglio qualcosa senza senso, con mio fratello che mi fissa, sempre in attesa di una risposta. “Non è uno spettacolo classico” dico, “è fuori dagli stereotipi. È contemporaneo.” Lui non fa commenti, prende la cosa per buona… ma io comincio a sentire qualcosa che non avevo mai provato; fino a quel momento ero stata così immersa nei preparativi che avevo dato per scontato che il risultato sarebbe stato un grande spettacolo. Anche se ho sedici anni appena compiuti, il fatto di non riuscire a parlare del debutto senza dover giustificare con un “è una cosa particolare” mi mette in allerta.

Qualcosa incrina la perfezione della mia idea di teatro… ma siamo solo all’inizio perché, dopo lo spettacolo, arriva ben assestato un altro colpo: col sorriso stampato in faccia per la soddisfazione, corro dai miei. “Vi è piaciuto?” chiedo. “Siete state molto brave, complimenti.” Le parole sono gentili e di congratulazioni, ma il linguaggio non verbale non mente, e me ne accorgo: lo spettacolo non è stato all’altezza di ciò che prometteva.

Uno degli oggetti di scena che usavamo più di tutti era la maschera neutra: per molti anni ho continuato a usarla per i laboratori che dirigevo e per creare presenze inquietanti e misteriose negli spettacoli… mentre adesso sono praticamente in pensione e le maschere che vedo più spesso sono quelle della Commedia dell’Arte!
Foto di Leandro De Carvalho da Pixabay

Sono un po’ scossa, così decido di analizzare oggettivamente il lavoro fatto per prenderne le distanze; concludo che, in effetti, avevamo lavorato tanto e con passione a un risultato che non aveva incontrato il favore del pubblico dei genitori (che, obiettivamente, è il più parziale, quello disposto più di tutti a vedere il buono del lavoro svolto). Ma in fondo era solo il primo anno, mi dico. Il secondo sarà molto meglio. E mi ri-iscrivo al corso.

Stavolta sono molto più critica, perché il copione è sempre lo stesso; camminate, composizioni, coreografie… e montaggio dello spettacolo in poche prove, di corsa. Ora pure io mi rendo conto che il pubblico non capirà nulla, e lo faccio presente al regista.

Mi ricordo bene la situazione; era una delle prime volte che mi mettevo di traverso, contro un maestro che stimavo e ammiravo. Speravo con tutta me stessa che mi convincesse che mi sbagliavo… ma le argomentazioni che usò non mi persuasero, e io andai in scena consapevole che sarebbe stato, un’altra volta, un evento autoreferenziale, che avremmo capito solo noi e il regista che l’aveva ideato.

Sono in bilico; non so se iscrivermi ancora al corso. Non voglio fare un altro debutto così. Ma magari quest’anno sarà meglio… e poi tutte le mie amiche, a cui sono molto legata, si iscriveranno ancora; prendo tempo, e accetto l’invito del regista, che ci segnala che ci sarà in città un evento eccezionale: nel centro storico si esibiranno gli attori dell’Odin Teatret, il modello del nostro operato. Perfetto, mi dico: così vedrò a che cosa punta il mio lavoro. Pago il biglietto, prendo posto, assisto allo spettacolo, esco e ascolto i commenti entusiasti del regista e di alcune delle mie amiche.

Perfetto, mi dico: ora so che non mi iscriverò a teatro. Punto.

Quando per prendere una decisione fai una lista di pro e contro e, alla fine, capisci che non è servita a niente.
Foto di analogicus da Pixabay 

Ho un anno sabbatico, diciamo, e mi dedico ad altri interessi. Poi, inaspettatamente, mia cugina mi invita a vedere uno spettacolo organizzato da alcuni suoi amici e mi chiede di accompagnarla: il titolo è “La Bella e la Bestia”. Io accetto pur essendo un po’ prevenuta: sarà il solito spettacolino con le battute del film, messo insieme da ragazzi che lo fanno per hobby; e invece… invece vedo la luce.

Bravi, bravi, bravi; musica dal vivo, ingegno nel riadattare il testo originale, organizzazione impeccabile. Rimango davvero colpita e, quando qualche mese dopo, la compagnia cerca nuovi componenti, mi lancio nella mischia. Sarò dei loro. Comincia per me una nuova fase, all’insegna di un teatro forse tradizionale, ma reso vivo dalle energie di chi lo anima: un gruppo in cui si accetta di studiare, di avere una parte più o meno lunga, e di essere indispensabile; un gruppo in cui tutti fanno tutto (costumi, musicisti, cantanti, trovarobe, scenografi, grafici, attori, registi, coreografi, drammaturghi), e il capo è solo il coordinatore delle energie dei singoli e l’ispiratore delle iniziative. Ma soprattutto un gruppo che desidera, e persegue, il confronto con gli spettatori: lo spettacolo funziona se piace a noi, ma anche al pubblico, e in questa relazione sta la miglior leva per crescere, per dare di più.

Finalmente avevo scoperto che cos’era “recitare” per me, e che cosa mi aspettavo dal teatro.

Una delle primissime prove con la “nuova” compagnia di ragazzi, gli ShArt – Show&Art.

Ecco qual è la mia storia dietro la GdAcademy: anni di ricerca del senso del teatro, centinaia di prove, dozzine di repliche e un grande, insaziabile desiderio di condividere e contagiare gli altri con l’entusiasmo che una tale esperienza sa trasmettere. E, ora che sono io a insegnare, cerco di farlo con i migliori mezzi di cui dispongo, curando più che posso ogni fase del lavoro: perché un corso di teatro non può non tenere conto dell’organizzazione delle prove; non può sorvolare sulla difficoltà a reperire costumi e oggetti; non può  ignorare i gusti del pubblico a cui si rivolgerà e non può fingere che, quello che un attore fa quando studia e viene alle prove, non sia un lavoro… per quanto giovane sia la sua età e scarsa la sua esperienza; solo per questo, merita di essere valorizzato.

Non ci sono solo io dietro le quinte della GdAcademy, ma personalmente credo fortemente in questo progetto; in esso sono trasfuse tutte le passioni, le delusioni e le vittorie di questi anni, oltre che la certezza che in ognuno ci sia un talento pronto per essere messo in luce… e la mia speranza è che chi parteciperà, oltre trovare la sua strada artistica, goda di tutti quei privilegi che sono connessi a far parte di un bel gruppo di giovani, motivati, altruisti e laboriosi; e io ne so qualcosa, visto che, oltre che un lavoro e una direzione artistica, grazie al teatro, ho trovato pure mio marito!

Eccoci! Io e mio marito in fase di allestimento del palcoscenico prima di un debutto.
La parola agli attori

Teatro: hobby, passione o formazione?

Siamo nel 2019… nel corso di un secolo in cui nonostante le innovazioni tecnologiche il teatro rimane vivo. La “sopravvivenza” del teatro in una società come la nostra è dovuta ad attori come noi della GDA (La Gilda delle Arti, n.d.r.) che riconosce l’importanza culturale che esso possiede.

Potrei benissimo darvi molte motivazioni che risponderebbero all’eterna domanda del “perché uno dovrebbe fare teatro” e suggerirvi anche tanti altri siti che abbiano altrettante risposte… però vorrei prima presentarvi qualcosa di più concreto e reale riportando su queste pagine il ” perché i nostri giovani attori hanno iniziato e continuano a fare teatro”.

…NOI

Come primo esempio vi presento la mia breve storia su come sono finita a far parte di questa compagnia teatrale.

Io nei panni di Ariel (opera “La Tempesta” di William Shakespeare)

Tutto ebbe inizio quando, all’età di 14 anni, mi fu proposto il laboratorio teatrale al CRE in cui per la prima volta misi in gioco me stessa in qualcosa di completamente diverso rispetto ai miei interessi. Ho avuto molta fantasia fin da piccola, ma ho sempre nascosto questo mio lato per paura di essere conosciuta per quella che sono veramente.

Infatti (e questo un po’ per colpa/merito di mio padre) mi piaceva tantissimo scrivere e recitare poesie e filastrocche e così, un po’ per curiosità e un po’ per gioco, mi sono trovata sul palcoscenico; il primo ruolo che ho interpretato è stato il gatto con gli stivali …mmm bè, in realtà durante le prove ero un coniglio che appariva in scena per pochi secondi, ma per “volere del fato” o altro, durante lo spettacolo diventai il gatto con gli stivali (per fortuna dovevo solo mimare).

Da quel momento in poi, attraverso il teatro, iniziai ad essere una persona molto estroversa.

Infatti, prima di questa mia passione, ero abbastanza timida ed esprimevo le mie emozioni e i miei pensieri solo attraverso lo sguardo. Già… le mie espressioni facciali erano cosi ” famose” che sono state il mio particolare strumento di comunicazione per moltissimo tempo…e in effetti lo sono tutt’ora!

Fortunatamente queste mie occhiate tornano molto utili all’interno del lavoro teatrale perché, oltre alle parole , l’espressione del corpo risulta essere fondamentale per noi attori. Effettivamente cos’è che rende autentica la recitazione, se non l’espressione del viso? I gesti, gli sguardi, il linguaggio non verbale sono la chiave che consente non solo al pubblico di vedere un personaggio più vero, ma anche all’attore di sentire il proprio ruolo e immedesimarsi al meglio.

Tutto questo serve affinché “si abbatta” quell’accostamento che a volte si fa con la parola attore e finzione, perché

ci sono due categorie di attori: l’attore mediocre, che recita il suo testo, e il grande attore che lo resuscita.

M. Escayrol

Spesso si pensa che l’attore debba fingere di essere un personaggio, ma in realtà il nostro obiettivo è quello di essere tale personaggio e fare in modo di arrivare a chi ci osserva e a chi ci ascolta.

Ecco a voi gli sguardi assorti del pubblico di fronte ad uno dei nostri tanti spettacoli.
Ecco uno dei tanti effetti che ci piace ottenere dal teatro.

Tornando alla nostra domanda iniziale, ecco la prima risposta che mi sento di dare : fare teatro ai giorni nostri è importante per scoprire se stessi e riuscire poi a elaborare al meglio la propria personalità, visto che attraverso i personaggi si esplora ogni parte di sé.
Per esempio, interpretando il ruolo della “Principessa Smarrita” ispirato al film “Come d’incanto”, ho scoperto di essere una persona un po’ utopista e sognatrice, nonostante abbia più volte affermato di essere una persona molto concreta.

 Stefano Tirloni alla ricerca dei lati nascosti della sua personalità nell’opera “Anastasia”

Un altro dei benefici che porta il praticare l’attività teatrale è l’imparare a gestire le proprie emozioni, a sviluppare empatia e a usare al meglio la propria voce poiché il pubblico deve capire bene ciò che si sta dicendo e quindi l’articolazione, gli accenti ecc… in pratica LA DIZIONE (cioè il ” saper parlare bene”), è un fattore importante.

Inizialmente per me è stata una sfida svolgere certi esercizi, come per esempio gli scioglilingua, ma col tempo ho cominciato ad apprezzare la chiarezza e le emozioni che una corretta dizione consente di trasmettere con la voce. Inoltre la dizione ci insegna a parlare adeguatamente in diverse situazioni della vita di tutti i giorni (durante un’interrogazione, una conferenza, un colloquio di lavoro ecc…) e ad avere una miglior prestazione di fronte ad un pubblico.

Se come buone ragioni per fare teatro non vi bastano, eccone pronta una terza: col teatro si imparano la concentrazione e le strategie per gestire la memoria; dico davvero: non immaginate che sfida sia stata per me imparare i copioni … e sopratutto scoprire che, malgrado l’impegno e le ore passate a studiarli, qualche volta sul palco ho dovuto inventare delle battute di sana pianta!

In effetti il teatro è anche un bel modo per allenare la mente e l’attenzione: sapere la parte è il nucleo per tutto il lavoro di immedesimazione e di comunicazione di cui vi parlavo prima, e vi assicuro che imparare battute e monologhi non è sempre una passeggiata. Considerate che non si tratta mai semplicemente di recitare “a pappagallo” il testo, ma di ricordarsi da dove si entra, dove si esce, di cambiare costume, di prendere quell’oggetto, di muoversi in quella maniera e, in tutto questo, di non dimenticare di essere veri. Bisogna essere a dir poco multitasking… Eppure è divertente! Pensate che, man mano che si va avanti, è impossibile non desiderare di cimentarsi con ruoli che richiedono un impegno sempre maggiore, tanto che, guardandosi indietro, si finisce per dire “ah… come facevo a dire che QUELLA era una parte difficile?”

E qui uno potrebbe dire: “bè, è tutta una questione di concentrazione”; in parte è vero, ma non basta. Come vi accennavo, per quanto uno abbia studiato bene e sia concentrato, si può trovare a dover affrontare il terribile ERRORE IN SCENA: parlo di quel momento in cui tu, o il tuo partner, sbagliate la battuta. Immaginate la situazione: platea e galleria piene, suspance a go go, centinaia di volti fissi su di voi, gli altri attori della compagnia dietro le quinte, il regista che soffoca un’imprecazione e tu, in un nanosecondo, devi salvare la situazione poiché lo spettacolo deve andare avanti!

Per darci coraggio in queste situazioni di “paura” ciò che noi attori ci ricordiamo è che “il pubblico non conosce il copione, quindi tutto dipende da come gestiamo la scena “.

Ad esempio, ricordo benissimo quando mi ritrovai in scena con il mio compagno Daniele durante lo spettacolo “La famiglia dell’antiquario”: lui si è dimenticato la sua battuta e io ho dovuto subito inventarne un’altra per poi procedere entrambi tranquillamente. Questo ultimo particolare consente di sviluppare un senso di responsabilità non solo su se stessi ma anche sugli altri.

E ora, come vi ho detto all’inizio, vorrei presentarvi come i miei compagni si pongono di fronte a tale domanda:

Giovanni Fiorinelli , attore della nostra compagnia , afferma…

Giovanni Fiorinelli nell’opera  “Le allegre comari di Windsor”  di William Shakespeare.

…”con il teatro si riesce ad avere più autostima e sicurezza in noi stessi” tanto che mi ha confessato che si vanta di questa sua passione con le ragazze poiché risulta essere un’ottima tecnica di abbordaggio …(ma questa è un’altra storia heheh).

Così come Giovanni vi presento anche Giovanni Aresi e Giuseppe Modica…

Giovanni Aresi nei panni di Valafrido nell’opera “Il principe scambiato” di Miriam Ghezzi.
Giuseppe Modica nell’opera “Anastasia” come Dimitri Alexandrovich Smirnov.

… questi due nostri attori che hanno intrapreso il loro percorso teatrale grazie agli amici che lavoravano già all’interno della compagnia; a questo proposito, Giovanni afferma: “È colpa di Andrea! E poi la gente era simpatica e divertente” … e ora ha scoperto quanto sia portato per recitare; basti vederlo nei panni di Valafrido nell’opera “Il principe scambiato”! È talmente bravo che, nonostante il numero elevato di volte in cui abbiamo svolto le prove e lo spettacolo, cattura la nostra attenzione facendoci ridere come se fosse la prima volta.

Invece Giuseppe ha scoperto il suo talento nell’interpretare diversi ruoli importanti grazie alla sua curiosità nel voler provare qualcosa di nuovo.

E per concludere voglio citare anche Sara Arnoldi , un’altra nostra giovane attrice…

Sara Arnoldi nei panni della Contessa Isabella nell’opera “La famiglia dell’antiquario” di Carlo Goldoni.

…la quale sottolinea come il teatro sia arricchimento culturale e personale.

Infatti quante volte nei cruciverba mi apparivano domande su Goldoni e sulle sue opere … per non parlare di quando ho svolto il test di ammissione per l’università in cui mi sono ritrovata a rispondere ad altrettante domande sul teatro…insomma IL TEATRO E’ OVUNQUE!

Ma non dimentichiamo che, oltre a questo aspetto, l’attività teatrale è DIVERTIMENTO.

Appunto per questo motivo Sara aggiunge come sia divertente poter elaborare come meglio si crede il proprio personaggio e conoscere nuove persone e affrontare nuove esperienze.

Ecco perché si sostiene che recitare in una compagnia teatrale sia rilevante per poter socializzare; un ulteriore punto a favore della GDA è l’aver permesso a ciascuno di noi di sconfiggere insicurezze e la propria timidezza ricordandoci che su quel palcoscenico non si è mai da soli.

E su questo non potrei essere più d’accordo perché la GDA per noi è sinonimo di famiglia e amicizia…perché il teatro è anche questo : ” Gioco di squadra”.

Ed ora spero di aver risposto al quesito già ampiamente discusso, che cerchiate di conoscere meglio questo mondo di artisti e intraprendere questa strada senza avere timore perché vi assicuro che, superato il percorso iniziale, avrete sicuramente molto tempo per adattarvi e scoprire voi stessi.

E non dimenticate che il teatro fa bene sia ai grandi sia ai piccini: se siete interessati a scoprire altre curiosità sul teatro e sulla nostra compagnia potete trovarci su facebook, instagram e youtube!

Articoli di Fondo

Il (#)Teatro nell’era dei Social

Sono social i brand di moda, le campagne di sensibilizzazione, i programmi televisivi e persino i supermercati. Quasi tutte le attività, commerciali e benefiche, si ingegnano per trovare l’hashtag migliore per diventare virali, e non c’è nuova uscita (album, libri, film) che non dedichino un podcast su Youtube o una pagina di Facebook al backstage, alle interviste esclusive e a misurati spoiler. Persino il papa twitta.

In tutto questo universo di rimandi, parole d’ordine e condivisioni, tra i pochi che rischiano di rimanere indietro ci sono i professionisti del teatro. Proprio loro, quelli che senza pubblico non arrivano (in teoria) a fine mese, ignorano quasi completamente uno dei canali privilegiati per invitare la gente agli spettacoli, preferendo investire grandi quantità di energie e di denaro nelle classiche locandine o interviste.

Ci sono le eccezioni, naturalmente, ma basta scrivere “teatro” nella casella di ricerca di Instagram per accorgersi che in genere anche i feed più importanti in Italia contano pochi follower; Facebook non fa eccezione, con le sue pagine tristi riempite di eventi in programma, aggiornamenti rari e discontinui, e contenuti freddi e impersonali. In Youtube c’è qualche cosa, tra trailer, tutorial e videointerviste… ma ben poco di davvero organizzato, di genuinamente social. È come se il comparto “social marketing” delle aziende teatrali fosse più che altro considerato un vezzo, un ornamento da aggiungere all’attività principale, giusto per dire “ci siamo anche noi”. Come se bastasse avere un account per beneficiare dei vantaggi dell’era dei “mi piace”.

Un’epoca da condividere

Come mai? In fondo lo spettacolo non è altro che un prodotto da vendere, come lo sono un paio di scarpe o una confezione di biscotti; e se è possibile fare pubblicità al nuovo smartphone senza quasi mostrarlo, ma legando al brand esclusivamente un’emozione, allora non ci sono scuse. Non bisogna neanche dirlo, allo spettatore, che se compra il biglietto e si siede in platea proverà un’esperienza unica: è già insito nell’idea di spettacolo il concetto di emozione.

E allora come mai è così evidente sui nostri social l’assenza di contenuti da condividere sulle novità teatrali?
È un fatto che, a eccezione di qualche grande produzione e qualche coraggioso pioniere, sia veramente assordante il silenzio sulle ultime notizie dal mondo del palcoscenico. Eppure non mancano i festival, le rassegne, i concorsi e i premi; ogni città dispone di qualche teatro, e sono in molti organizzatori ad allestire ad hoc palchi all’aperto per animare le feste estive. Abbiamo corsi universitari e accademie dedicate al teatro, ma pare che tutto quello che viene insegnato e studiato resti prerogativa dei pochi che riescono a lavorare nell’ambito o di chi si definisce appassionato. Ed è un vero peccato.

Immaginate di intervistare le persone che incontrate per caso: se chiedete loro quali film danno al cinema, probabilmente in molti sapranno rispondervi. Se domandate quando ricomincia Amici o XFactor, forse alcuni vi risponderanno. Ma provate a chiedere quali novità danno in questa stagione a teatro: scommettiamo che a darvi una risposta sicura saranno molti, molti di meno?

Eppure sono entrambi ambiti dello stesso settore, sono entrambi pianeti del sistema “spettacolo”. E come si appassiona a “Il Trono di Spade” o non si perde l’ennesimo remake de “La Bella e la Bestia”, non vedo perché non ci si dovrebbe aspettare che il pubblico possa mettersi a contare i giorni che lo separano da quel debutto che vuole assolutamente vedere dal vivo.

Cosa manca al nostro teatro, per arrivare al cuore degli spettatori e coinvolgerli?

Rispondere diffusamente sarebbe come aprire il vaso di Pandora: potremmo discutere del sistema con cui si pianificano le stagioni, si potrebbe parlare di quali tipologie di spettacolo vengono privilegiate, di come a volte capire uno spettacolo che si va a vedere per curiosità sia più difficile che montare un mobile dell’Ikea, di come vengano penalizzate le compagnie di giro, di come a scuola non si studi la letteratura teatrale, di come il sistema dei bandi renda difficile verificare davvero la qualità dei prodotti realizzati, della supposta “pigrizia” degli spettatori che non andrebbero a teatro perché è più comodo vedere la TV (come se, invece, per recarsi al cinema o ai concerti non dovessero spostarsi). Ma limitiamoci alla pubblicità.

Cosa manca? Tutto! Non si crea l’attesa, non si prova a rendere pop la cultura, non si coccola il pubblico con anteprime e contenuti dedicati esclusivamente ai fan.

I teatranti, quando si pubblicizzano, lo fanno ancora esclusivamente attraverso i mezzi classici e consolidati; si è ancora fermi agli articoli e alle interviste,  alle recensioni che parlano di questo o quello spettacolo in cui in scena si fanno cose scioccanti, oppure si legge di questo o quell’attore delle fiction che viene reclutato per una tournée.

Qualcuno si promuove da sé, utilizzando i social per mostrare i propri ingaggi e le proprie produzioni, o gli spettacoli che va a vedere,  e lo fa anche bene. Bisogna guardare come fanno, questi theatrical-influencer, e cercare di assimilarne lo spirito d’impresa, la costanza e l’inventiva…  perché c’è poco da fare, per tenere un profilo attraente, valido e aggiornato ci vuole questo, e anche di più.

Non serve sottolineare che per un prodotto di successo non basta la pubblicità, classica o social che sia. È chiaro che, sotto la carta da regalo, deve esserci un prodotto fatto bene, di qualità, che risponda a un’aspettativa o al gusto del pubblico. Che poi non tutti gli spettacoli popolari siano dei capolavori o che non tutte le produzioni d’essai passeranno alla storia è un altro discorso. Che non a tutti piaccia il musical o il teatro di ricerca è un fatto, e non c’è pubblicità che tenga: non si può vendere uno shampoo a chi è calvo.

Ma, essendo certa che nel nostro mondo teatrale le perle ci siano, e che ci siano spettacoli validi per tutti i gusti,  faccio il tifo perché  si creino i presupposti perché possano emergere e lavorare quegli attori, drammaturghi e registi di talento che, al momento, devono sgomitare e fare carte false per condividere con il pubblico la loro passione, le loro abilità e la loro arte. E secondo me si può fare.
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Note di Regia

Il Pensiero dietro alla Rassegna

La rassegna

La rassegna “Il Teatro di Goldoni” prende le mosse dalla collaborazione della compagnia La Gilda delle Arti con i comuni di Osio Sotto, Ciserano, Boltiere e Verdellino, e nasce con l’obiettivo mettere in scena un genere teatrale che ha reso celebre l’Italia in tutto mondo: la Commedia dell’Arte.

Gli spettacoli che compongono la rassegna sono quattro e affrontano, partendo da diversi approcci, il fil rouge dell’intero programma. L’autore di riferimento per ogni adattamento è Carlo Goldoni, che dedicò tutta la sua vita al teatro e che, probabilmente, è la fonte più autorevole per ricostruire lo stile dei Comici dell’Arte senza perderne la vitalità.

Gli spettacoli

Il primo testo in programma è “L’Arlechì, servitore di due padroni”. Si tratta di un adattamento del celebre testo di C. Goldoni “Il servitore di due padroni”, in cui il protagonista cerca maldestramente di accontentare due padroni diversi, senza rendersi conto di combinare continuamente pasticci e malintesi. La rivisitazione che proponiamo è volta essenzialmente in tre direzioni: ridurre la durata dello spettacolo a circa 70 minuti; sostituire lo zanni originale, Truffaldino, con la più famosa maschera di Arlecchino; convertire, infine, il dialetto Settecentesco del copione goldoniano con la parlata bergamasca dei giorni nostri.

Il secondo spettacolo in programma è “La Famiglia dell’Antiquario, ossia la suocera e la nuora”. Anche in questo caso abbiamo ripreso l’omonimo testo di Goldoni e l’ha adattato in termini di lingua e di durata. La trama è ancora una volta un intreccio di fraintendimenti, questa volta tra le padrone di casa; i battibecchi che animano la vicenda sono causati dalla gelosia tra le due donne e sono fomentate dai servitori Arlecchino e Colombina. A fare da paciere è il mercante Pantalone dei Bisognosi che, dopo molti tentativi andati a vuoto, trova una soluzione per far convivere sotto lo stesso tetto una suocera e una nuora.

Il terzo appuntamento della rassegna presenta “La Locandiera”, uno dei testi più celebri
e amati della tradizione teatrale italiana. Questo spettacolo è il frutto della riflessione di Carlo Goldoni sul teatro della Commedia dell’Arte: senza rinunciare al carattere intrigante e comico di Colombina, all’intraprendenza di Brighella e alla presunzione del Capitano, l’autore crea dei personaggi senza maschera, ribattezzandoli rispettivamente Mirandolina, Fabrizio e Cavaliere di Ripafratta. Questo copione segna di fatto la fine della Commedia dell’Arte per il teatro italiano, e la nascita di una nuova stagione letteraria, aperta ai contributi provenienti dalla Francia e dall’Inghilterra, rappresentati in massima parte dalle opere di Moliere e di Shakespeare.

L’ultimo spettacolo della rassegna è “Il capolavoro della vita” e si tratta di una rilettura dell’opera “Memorie” di Goldoni. In un testo fresco e vivace, l’autore ripercorre tutta la sua vita, soffermandosi principalmente sugli spettacoli creati e sugli attori frequentati in gioventù. La Gilda delle Arti propone questo testo a conclusione della rassegna perché, attraverso le parole stesse di Goldoni, si può ricostruire cosa fosse davvero la Commedia dell’Arte a metà Settecento: essa è osservata senza filtri da un contemporaneo, che poteva considerarne pregi e difetti, punti di forza e debolezze. Oltre a fornire una visione retrospettiva dell’intero progetto, lo spettacolo è anche l’occasione di raccontare la storia di un uomo che ha vissuto la sua vita così intensamente e serenamente da farla diventare un vero e proprio capolavoro.

La Commedia dell’Arte…

La Commedia dell’Arte è un genere teatrale sorto nel corso del secolo XVI e sopravvissuto fino alla fine del Settecento. In termini moderni si potrebbe definire “commedia dei professionisti” perché nel Medioevo la parola “Arte” significava “mestiere, professione, corporazione”, e si differenziava nettamente dal teatro amatoriale o dei dilettanti. A inventare e  diffondere la Commedia dell’Arte furono, in effetti, gli attori di professione che, riuniti in compagnie o famiglie itineranti, portarono i loro spettacoli in tutta Europa.

La Commedia dell’Arte si può definire un teatro “all’improvviso” perché gli spettacoli non presupponevano che gli attori studiassero un copione; essi si basavano invece sulla propria esperienza di scena, che li rendeva capaci di creare uno spettacolo in maniera estemporanea: una volta concordata una scaletta di scena con i principali snodi della storia, detta “canovaccio” o “scenario”, gli attori salivano sul palco e si esibivano scegliendo personalmente le battute, i frizzi o i lazzi che appartenevano al loro bagaglio professionale.

Una delle caratteristiche più amate della Commedia dell’Arte è certamente la presenza di maschere o “tipi fissi” che, come Arlecchino, Pantalone e Brighella, erano presenti in tutte le vicende con i rispettivi dialetti e le relative personalità, maschere e livree. Uno spettacolo era composto in genere da una o due coppie di giovani innamorati; uno o due servi, una servetta, i vecchi, come Pantalone e il Dottore, e il Capitano.

…Oggi

Per sua stessa natura, la Commedia dell’Arte è sempre stata una manifestazione orale, non suscettibile di trascrizioni; paradossalmente, un attore che oggi imparasse una parte a memoria, fosse anche quella di Arlecchino, non starebbe facendo Commedia dell’Arte. Mancherebbero infatti dei requisiti fondamentali, come l’uso del canovaccio e l’improvvisazione. Uno spettacolo di “vera” Commedia dell’Arte sarebbe quindi un esperanto di  battute, canzoni, brevi scenette comiche e monologhi tratte dal repertorio di ogni singolo attore, capace di scegliere i migliori escamotage scenici per ogni occasione.

Pertanto, se  oggi  ci si vuole accostare alla Commedia dell’Arte, bisogna ricorrere a quei poeti che nel corso del secolo XVIII hanno realizzato dei copioni scritti, basandosi sulle maschere, sui frizzi e sui lazzi delle Commedie che da molti anni giravano in tutta Europa

 Perché Goldoni

Carlo Goldoni, poeta veneziano vissuto nel XVIII secolo, è uno dei principali autori di riferimento quando si cerca di ricostruire la storia della Commedia dell’Arte. Nell’arco della sua vita, infatti, lavorò per diverse compagnie teatrali specializzate nel lavoro con le maschere, e scrisse canovacci e scenari per i principali attori dell’epoca. Tuttavia, col trascorrere degli anni, cominciò ad auspicare un’evoluzione delle forme del teatro italiano. Le principali mancanze che ravvisava erano la ripetitività delle trame, la scarsa profondità psicologica dei personaggi, e la totale assenza di realismo nelle vicende rappresentate. Inoltre, trovava nella maschera una limitazione delle capacità espressive degli attori.

Così, a partire dal 1738, cominciò a scrivere copioni teatrali che definissero, oltre alla trama, le battute di ogni singolo interprete: non eliminò sin da subito i personaggi che il pubblico tanto amava, e scrisse diverse opere in cui i protagonisti restavano i “tipi fissi” della Commedia dell’Arte; invece scelse una strategia graduale e, per gradi, dotò i personaggi di profondità psicologica, modificando al contempo le trame narrate. Alla fine del suo percorso scrisse un vero e proprio capolavoro della letteratura italiana, La Locandiera, in cui le maschere sono scomparse e convertite in personaggi realistici, come il Cavaliere, il Conte e Mirandolina.

La tradizione interpretata dai giovani

La nostra compagnia lavora sui testi originali con rispetto, ma anche con la freschezza e l’entusiasmo di un gruppo di giovani che ha trovato nelle grandi opere del passato il modo di esprimere valori che ancora oggi, a distanza di più di due secoli, fanno immedesimare, sospirare e divertire il pubblico. Lo stile di lavoro è quello di assimilare il copione per poi rielaborarlo in una chiave sensibile ai gusti degli spettatori dei nostri tempi: innanzitutto, si rinuncia alla resa integrale dell’opera, e la si riduce a un massimo di 80 minuti, per non rendere l’appuntamento con il teatro un onere gravoso in termini di tempo. In secondo luogo si lavora sulla lingua, nel tentativo di ammodernarla senza perderne il piglio. E, infine, ci si diverte a creare nuovi lazzi e situazioni comiche volte a coinvolgere ancora di più gli spettatori, per dare l’impressione che lo spettacolo sia stato scritto proprio per loro.