La parola agli attori

Nel corpo di uno sconosciuto

Negli scorsi due articoli, Laura e Valeria hanno ben descritto il nuovo spettacolo che La Gilda delle Arti sta preparando: Casa di Bambola del buon Henrik Ibsen.

Un’opera assai diversa dagli spettacoli che siamo soliti portare in scena, una vera sfida per molti di noi. 
Per questo mi è stato chiesto di scrivere questo articolo, per raccontare delle difficolta trovate nell’interpretare un personaggio tanto diverso dall’attore che lo interpreta, nel mio caso “Nils Krogstad”: il freddo strozzino che darà tanti problemi alla dolce Nora. 
 
Un articolo molto più personale del solito dunque, una sorta di mio diario circa il periodo delle prove per “Casa di Bambola” col quale far conoscere a voi lettori tutte le magagne che si nascondono dietro il meticolosissimo lavoro di immedesimazione per questo nuovo, particolare progetto.   

Ora, per capire meglio l’origine del difficile rapporto tra me e Nils, vi confesso che la mia esperienza come attore all’interno della Gilda è sempre stata risate, burle,”tarallucci e vino”.  

Dopo il primo ruolo nell’Academy in Otello, tutti  i personaggi che sono andato  ad interpretare rispecchiavano sempre in un modo o nell’altro la mia personalità:  da Valafrido de Il principe scambiato con i suoi vuoti di memoria e il fare scanzonato e irriverente, a il Cavalier del Bosco ne La famiglia dell’antiquario che dopo aver fatto da spoletta tra suocera e nuora, sviene e viene portato fuori di peso dalla domestica, o il borioso e fanfarone dottor Purgone de Il malato immaginario, per non parlare in fine poi dei personaggi interpretati durante le visite guidate, come il gioviale Conte Benaglio che accoglie i visitatori in casa sua o Antonio Ghislanzoni e le sue invettive contro Manzoni. 
 

“Ma Gio, sei tanto bravo e simpatico, ma cos’hanno in comune tutti questi ruoli?”
Oh, carissimo affezionato lettore del Blog della Gilda, è semplicissimo: tutti questi ruoli erano ruoli leggeri, comici perfino. Reggono tutti, da soli o in compagnia di personaggi altrettanto fuori di senno, solitamente interpretati dal buon Daniele con il quale mi diverto a stuzzicare il pubblico, la linea comica dello spettacolo. Per usare un termine tecnico tanto caro ai cinefili d’oltreoceano, svolgono il ruolo di “Comic relief, ovvero alleggerire la trama tramite la comicità  

Ma in questo caso no. In questo caso è tutto diverso. 
 
“Casa di Bambola” è uno spettacolo serio, reale, un vero e proprio spaccato di vita della Norvegia del XIX secolo (e di certo non uno dei più piacevoli). 
Nella vita di Nora non c’è spazio per le facezie di un pagliaccio. Gli unici momenti di gioia e leggerezza sono effimeri e, spesso, come si vedrà durante lo spettacolo, completamente finti. 
E di certo questi piccoli momenti di leggerezza all’interno della trama non vengono portati da Krogstad che, mi si permetta la citazione, “Non deve far ridere perché non c’è niente da ridere! Non è la linea comica!” . 

Renè mi dà la sua opinione circa il personaggio di Krogstad, dopo che ho cercato recitarlo con “il chiaro accento tedesco, come da copione”

Quindi niente più battute, niente più umorismo slapstick o mazzate in testa e, soprattutto, niente più rotture della quarta parete e ammiccamenti al pubblico (sigh), sul set di questa pièce si fa sul serio! 

Tanto si fa sul serio che anche il modus operandi della preparazione di uno spettacolo ha subito un’imprevista variazione: a differenza degli altri spettacoli, prima di cominciare a studiare il copione, ci è stato richiesto di compilare un identikit del personaggio

Queste schede andavano compilate dal punto di vista del personaggio, rispondendo a sia domande triviali del tipo “gli piace il suo lavoro?”, “pregi e difetti?” fino ad arrivare a domande ben più profonde, come per esempio “quali sono i suoi valori?”. Questa parte, devo ammettere, è stata la più semplice, anche perché da inveterato giocatore di giochi di ruolo, questo non era nulla di più che compilare la “Scheda personaggio” prima di una campagna… solo senza incantesimi e inventario per armatura e pozioni. 

Chiara rappresentazione dell’allineamento dei vari personaggi, dei registi e del gatto di Miriam. Non avete idea di quanto gli piaccia giocare con la webcam.

La parte più interessante di questo lavoro preventivo sul personaggio però è stata la discussione che è seguita alla compilazione dell’identikit. In chiamata online (durante una pandemia globale si fa quel che si può) ognuno ha letto ciò che pensava sul personaggio preso in questione. Già in questa parte molti di noi, io compreso, si sono resi conto di aver trattato troppo male il proprio personaggio. Abituati com’eravamo alle principesse e agli Arlecchini, messi davanti ad un personaggio “vero”, molti di noi hanno trovato ben pochi pregi e fin troppi difetti nella personalità di chi dovevamo interpretare. 

Grazie ai pareri di Miriam e degli altri membri della compagnia, che ci hanno aiutati a vedere anche i personaggi che noi consideravamo negativi sotto un’altra luce ben più umana e comprensiva, siamo riusciti a empatizzare di più con in nostri personaggi e a calarci nei loro panni. Tutto sommato, Krogstad non è una canaglia senz’appello come pensavo, c’è del buono in lui, e questo di certo mi ha aiutato a interpretarne la parte. 

Dopo un simile lavoro, si passa alla parte corposa: le prove vere e proprie! 
Purtroppo, limitati dalla pandemia ma ligi ai DPCM , anche queste hanno avuto luogo online in coppia, un dialogo per volta, con l’onnipresente Miriam che dirige e osserva. 

Dal mio primo dialogo con Marzia (che interpreta il personaggio di Nora) ho subito capito che preparare questa parte avrebbe richiesto sangue sudore e lacrime. I sorrisetti sono banditi, i movimenti non necessari proibiti, sopracciglia immobili, voce sicura e ferma, etc. etc. Per la prima volta, insomma, ero chiamato a comportarmi in maniera naturale sul palco, ma seguendo una natura che non corrispondeva alla mia. Ed è stato dannatamente difficile! 
 
Krogstad è un personaggio tormentato, con un passato criminale e per certi versi oscuro. Non ha intenzione di ammorbidirsi davanti alle debolezze e ingenuità di Nora. Duro e determinato, è quanto di più lontano dalla mia personalità, che è decisamente più affine a quella di un Golden Retriever non particolarmente sveglio. E soprattutto, fortunatamente, il mio passato è davvero meno travagliato del suo, senza lutti matrimoniali né, tantomeno, una vita da criminale (Signor-agente-dell’FBI che mi spia dalla webcam mentre scrivo,  giuro di essere innocente!!!). 

Quindi, come una secchiata d’acqua gelida, piovono le prime critiche della regista. “muoviti di meno”, “ti è scappato un mezzo sorriso”, “più fermo nelle intenzioni”, “rifacciamo”, “ancora una volta!” e ogni volta che ti rendi conto che l’interpretazione non è abbastanza vera, ripensi con nostalgia ai personaggi macchietta e alle battute improvvisate con Daniele e Giovanni F. durante Il principe scambiato. Tutto sommato, rispetto alle prime prove di Casa di Bambola, le mazzate in testa non erano così male… 

E le critiche della regista non sono la parte peggiore. Senti di star scimmiottando un estraneo piuttosto che star interpretando uno strozzino norvegese e, più ci impegno ci metti, meno naturale esce il dialogo. Risultato? Sei vicino a gettare la spugna. Per di più, buona parte delle mie battute sono insieme a Marzia, attrice assai avvezza a calarsi nel suo personaggio, sia per sua bravura che per il fatto che, avendo molte più battute di noi altri, ormai è già rodata e nel personaggio.E quindi il morale scende, provi e riprovi ma ancora non va. 

Ma poi un ricordo torna alla mente: quando Miriam al telefono ti ha proposto il ruolo dicendo “Gio, so che è difficile ma sento che ce la puoi fare. Se non ne fossi convinta, non te lo avrei nemmeno proposto”. 

Bam! Gli spinaci per Braccio di Ferro, la pozione magica per Asterix, la botta di adrenalina di Ms. Wallace in Pulp fiction, Gandalf che attacca all’alba cavalcando coi Rohirrim al Fosso di Helm! Si è di nuovo in piedi col morale alle stelle pronti a dare del proprio meglio!  

Precisissimo grafico redatto dal nostro team di esperti dopo aver assistito alle prove.

Incoraggiati da questo e dai propri compagni, allora si comincia a lavorare con impegno sulla scena e, tra un improperio detto a denti stretti e microfono spento e un pensiero ingiurioso rivolto alla buon’anima di Ibsen, si porta  a casa la scena! Penna ed evidenziatori in mano, si riempie il copione di appunti e annotazioni, tanto da far invidia ai manuali di storia generale ad una settimana dall’esame. 

Sarò sincero, mai in anni di militanza nella Gilda sono arrivato al termine di una prova tanto provato ma fiero di me. Certo, era bello divertirsi ad interpretare maschere e macchiette che uscivano alla prima prova, ma la soddisfazione di sentirsi dire dopo due ore di prove “Bravo! Era questo che intendevo!”, non ha prezzo. 

Mettersi nei panni di una persona così diversa, di un’altra epoca e con ideali totalmente agli antipodi dei propri, dona tutt’un altro punto di vista su un mucchio di cose e, per quanto si possa provare a empatizzare con un personaggio guardando un film o leggendo un libro, quest’immedesimazione così profonda è un privilegio esclusivo di chi, come noi, vive da dietro le quinte il teatro (e, mutatis mutandis, il cinema). 

Alla prima sarà stupendo, finalmente potremo mettere in scena il frutto di mesi di prove. 
Ho però degli obiettivi molto personali circa lo spettacolo: spero di riuscire a trasmettere al pubblico che verrà a vederci il senso profondo che solo un’interpretazione sentita di Krogstad riuscirebbe a dare. Spero di riuscire a far capire che Nils non è un criminale dal cuore di ghiaccio come io, a una lettura superficiale del copione, avevo erroneamente pensato. Ma soprattutto spero di riuscire a rendere giustizia a un personaggio complesso e ben scritto, che merita di certo tutto l’impegno che sta venendo messo nella preparazione di questo spettacolo. 
Possibilmente senza incorrere nelle ire del fantasma di Ibsen: non dev’essere bello avere il fantasma di un drammaturgo norvegese che gira per casa ricordandoti quanto la tua interpretazione mediocre lo abbia fatto rivoltare nella tomba. 

Nonno Simpson, dopo aver visto il nostro spettacolo, ci da la sua interpretazione del personaggio di Krogstad.

Bon, diario di bordo delle mie peripezie finito.  

Alla fine ho finito per affezionarmi a Krogstad, in un modo o nell’altro, quasi come se lo conoscessi davvero … e, perché no, anche di essere cresciuto come attore.  Tutto sommato non è restando nella propria comfort zone che si migliora, nella bambagia si sta comodi ma non si esplora né si impara molto.  

Tra le domande dell’Identikit ce n’era una molto particolare: “saresti suo amico?”, avevo risposto “no” senza esitazione. 

A mesi di distanza, penso di star cominciando a cambiare idea. 

Articoli di Fondo

Il Regista

Con Marzia e Valeria abbiamo parlato approfonditamente di cosa significhi fare teatro e di cosa succede dietro le quinte;  quindi dopo “attori” e “scenografia”, nella genesi di uno spettacolo, manca solo una cosa (forse la più importante): la regia!

“Ma cos’è esattamente un regista?” vi chiederete, cari compari di avventure.
“Eh, bella domanda!” sarà la mia più sincera risposta.

Già infatti distinguendo tra i vari tipi di regia, ci rendiamo conto che non esiste una definizione univoca di regista, e se esistesse sarebbe riduttiva .

Di certo non parliamo di una regia cinematografica alla Kubrick, col regista sulla sua bella seggiolina che sbraita ordini nel megafono durante una scena, anche perché durante uno spettacolo a teatro sentire Giovanni Fiorinelli che urla “STOP, TAGLIA!” da dietro le quinte rovinerebbe un tantino l’atmosfera.

Rappresentazione della tipica regia della gilda durante le prove. Il “bianco e nero” è una necessità di produzione, solo agli spettacoli dal vivo siamo a colori

Quindi concentriamoci ora solo sulla regia di uno spettacolo teatrale.

Per capire meglio di cosa stiamo parlando possiamo prendere mille strade diverse ma, sarà per deformazione professionale, penso che il miglior modo di capire a fondo un concetto sia quello di sviscerarlo, andando per prima cosa a vedere come è nato millenni e millenni fa per poi seguirlo nella sua evoluzione fino ai giorni nostri.

Concedete quindi ad uno studente universitario di Storia con la passione del teatro di portarvi con lui in un breve viaggio attraverso la storia della regia.

Come ormai siamo abituati a leggere ovunque, il teatro è nato nell’antiche  Póleisgreche circa nel VI secolo A.C.In quel tempo lo scrittore dell’opera (“Didaskalos”: maestro) era anche considerato responsabile della messa in scena, dagli attori fino ai costumi e scenografia. Non era raro che il Didaskalos dirigesse anche il coro, componesse egli stesso la musica che accompagnava lo spettacolo o che addirittura partecipasse egli stesso all’opera che aveva composto, insieme alla compagnia di attori semi-professionisti da lui scelta.  Il titolo di “maestro” è emblema del fatto che questa figura non si limitasse solo ad organizzare gli attori, ma molto spesso insegnasse loro anche la nobile arte della recitazione (o del canto, nel caso dei cori). Insomma, un factotum di professione che non oso immaginare quanto stesse antipatico agli attori, ma che sapeva decisamente fare il suo lavoro.

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Didaskalos che guarda perplesso una maschera

Con l’assorbimento da parte dei Latini della cultura greca, fin dai primi anni della fondazione di Roma, si sviluppa anche qui un modo di fare teatro simile a quello greco. Ci sono però delle sostanziali differenze. Il ruolo del Didaskalos smette formalmente di esistere e, al suo posto, vengono a crearsi delle figure più settoriali: l’Auctor (autore), il Conductor (una sorta di direttore di scena ante litteram) e il Choragus (assimilabile a un moderno attrezzista).

Dopo un periodo di accentramento del potere organizzativo nelle mani di un Regista vero e proprio durante il periodo medievale e, successivamente, nel Rinascimento (questo era dovuto alla grande complessità delle tragedie portate in scena, spesso in ampi spazi aperti e con un grande numero di comparse e oggetti di scena), si tornò all’affermazione della gestione dello spettacolo da parte dell’intera compagnia con l’avvento della Commedia dell’arte.

Eh sì, perché non seguendo un copione, e quindi non essendoci un autore, lo spettacolo era tutto tenuto in piedi dalle abilità recitative e di improvvisazione degli stessi attori che componevano le compagnie itineranti!

A dirigere il loro lavoro con la creazione di canovacci e indicazioni di scena ci pensavano alcuni degli appartenenti alle compagnie. Attori che, forse per carisma, forse per doti organizzative particolari, riuscivano ad imporsi e a dare una direzione più stabile agli spettacoli.

Il più celebre è certamente Carlo Goldoni, che con la sua “riforma del tetro”, non solo organizzò una gestione più stabile alle compagnie, ma sostituì anche il loro canovaccio che usavano come base delle loro improvvisazioni, con un vero e proprio copione.

Il buon vecchio pacioccoso Goldoni, pronto a rivoluzionare il mondo del teatro

Il ruolo del regista moderno si può dire essere nato dalla messa in scena degli spettacoli della compagnia Meininger  in Sassonia verso la fine del XIX sec., inizio XX sec. Similmente ai direttori medievali, la enorme complessità d certe messe in scena necessitò la presa di posizione di un vero e proprio direttore di scena, che sapesse interpretare al meglio il copione (anche se non scritto da lui) e che riuscisse a coordinare al meglio i vari attori in scena per rendere al meglio quanto scritto su carta.

Da qui si generò la figura francese del “regisseur” (letteralmente “direttore”) poi italianizzato per assonanza in “Regista”.

*DRIIIIIIIIIN!!!!

Lezione di storia finita.

Ma in tutto questo, la Gilda come lavora? Anarchia degli attori? Dittatura della coppia reale “Ghezzi-Armanni”? Oligarchia dei grandi potenti vicini alla Diarchia come Marzia, Sara e Giovanni F.?

In realtà è un misto di quanto sopra (tranne l’anarchia degli attori: quella resterà solo un’utopia per noi poveri attorucci sottoposti, anche se penso che gli spettacoli uscirebbero delle discrete ciofeche senza direzione,sigh…).

Dato che a noi della Gilda qualsiasi cosa venuta dopo gli inizi del ‘900 non piace, seguiamo il modello ‘settecentesco scegliendo i registi tra i migliori attori della nostra compagnia, ma a differenza di Goldoni non sono sempre gli stessi (cambiano spesso da spettacolo a spettacolo, anche solo nelle combinazioni) e lavorano sempre in coppia per supportarsi e confrontarsi l’un l’altro. Il copione può essere scritto o riadattato direttamente da loro oppure da un altro membro della compagnia, come per esempio “Il principe scambiato”, scritto interamente da Miriam ma diretto da Giovanni F. e Stefano.

“Ma Gio, sei uno storico eccezionale e uno scrittore impareggiabile, ma non sarebbe il caso che fossero proprio i registi della Gilda a raccontare come lavorano e consa ne pensano del loro ruolo all’interno della genesi di uno spettacolo?”

Beh, caro lettore che a cui, avendo il totale controllo di questo articolo, faccio porre questa domanda dall’umile premessa, hai ragione! Per quanto sia un piacere lavorare con colleghi e amici così validi, è per me difficile entrare nelle loro testoline organizzative e dirvi più nel dettaglio cosa significhi dirigere uno spettacolo.

Andiamo allora sentire direttamente cosa dicono alcuni dei nostri “regisseur”:

Sara, veterana regista di mille spettacoli tra cui “La Famiglia dell’Antiquario” e “Le Allegre Comari di Windsor”,ci racconta la sua esperienza:

Marzia e Giovanni che, attenti ad ogni accento, si preparano a dare indicazioni durante le prove dell’Academy

-“Fare regia nel mio caso è stato: Collaborazione, osservazione,immedesimazione e immaginazione.

Collaborazione: ho co-diretto con Marzia, ci siamo sempre confrontate e abbiamo trovato compromessi tra le visioni di entrambe e, veramente, dove non arrivava una ci metteva una toppa l’altra.Basta anche solo pensare alla gestione delle stesse prove, dove lasciavo guidare il gruppo a Marzia, mentre io intervenivo dove serviva più disciplina o un esempio pratico sul dove volevamo andasse a parare l’intenzione degli attori di qualche scena.

 Osservazione: è solo l’esperienza degli anni e l’osservazionedel modo altrui di fare regia che ti permettono di avere gli strumenti per guidare altri verso la realizzazione del progetto, con stratagemmi e approcci vari; anche solo per apprendere la capacità di sapersi sintonizzare con l’attore che tu, come regista, hai di fronte.

Immaginazione: il regista deve avere già in testa chiaramente quello che vuol vedere realizzato.

Infine immedesimazione: in questa visione in cui sei tu regista che per primo ti immagini a recitare la scena che si vuol realizzare, devi far attenzione a tenere sempre la mente aperta. E’importantissimo dare spazio creatività dei tuoi attori! Questo fa sì che siano spronati a far proprio il personaggio a loro assegnato e a mettere in gioco la loro creatività, per poi addirittura finire col ritrovarsi fra le mani un modo di interpretare la scena in modo più efficace di quanto tu stesso abbia pensato in fase di progettazione.

Quindi direi che ci vuole una buona dose di rispetto sia da parte dell’attore (che si deve affidare alla guida del regista) chedel regista (che delle volte può fare un “passo indietro” e lasciar fare all’attore)

Nel mio caso mi sento un po’ un capitano che porta a termine la visione del generale-autore.”-

La dizione: grande nemico dell’attore in erba e chiodo fisso (a ragione) dei registi

Dello stesso avviso sono Miriam e Nicola, inseparabile coppia che anche se ultimamente non spesso alla direzione diretta delle opere in costruzione, visionano sempre tutto dall’alto e controllano che ogni spettacolo fili liscio prima che venga messo in scena.

-“A noi piace darci alla regia perché lo vediamo come un momento di “ricreazione del testo”. Quando scegliamo uno spettacolo su cui lavorare, già pensiamo a come dovrebbero apparire le scene; ma è solo durante le prove che avviene “la magia” e l’idea diventa spettacolo grazie all’interpretazione degli attori”-

Ci raccontano poi dei loro diversi modi di dirigere e montare uno spettacolo:

-”Io e Nicola abbiamo due stili un po’ diversi”- racconta Miriam  –“lui è più portato alla valorizzazione di alcuni aspetti comici, spesso esulando anche dal testo scritto, andando a creare delle situazioni divertenti con gli attori in un’ottica di improvvisazione. Io invece preferisco lavorare sul copione: ritengo sia una sfida interessante rendere al meglio il testo originale con tutti gli strumenti che attori e registi hanno ha disposizione.”-

_”Diamo molta importanza alla comunicazione non verbale e non partiamo mai da un preconcetto. Per noi è fondamentale il ruolo creativo dell’attore e delle sue idee. Abbiamo notato negli anni che imporre il proprio modo di fare su un attore impoverisce le possibilità espressive che potrebbe avere.”-

Ci danno infine un paio di consigli molto importanti:

-“… il testo è bello e rende solo se lo si rende proprio, ma la cosa più importante di tutte è divertirsi”-.

Possiamo quindi notare come sia assolutamente necessario, un dialogo continuo tra registi e attori, in modo da creare un’irresistibile sinergia che porta infine alla creazione di uno spettacolo che non sia solo basato sull’interpretazione del singolo, ma su quella di tutti!

Nessun ruolo imposto dall’alto e nessun capriccio degli attori sono alla base della buona riuscita dello spettacolo, tutto all’insegna della collaborazione, del rispetto reciproco ma, soprattutto, del divertimento.

Quindi, si’ore e si’ori, siamo arrivati alla fine di questa luuuunga  dissertazione sul ruolo del regista a teatro. Ci sarebbe molto altro da dire, ma penso che uno spettacolo ben riuscito sia assai migliore di un articolo su un blog per farvi capire quanto un regista sia importante.

Quindi, mi raccomando, venite a tenerci compagnia al prossimo spettacolo e, magari, conoscendo regista e attori, provate ad immaginare quali scene sono state ideate da chi.  C: