Note di Regia

Una squadra fortissimi

Avete presente quando, alle elementari o alle medie, vi toccava formare una squadra? Io ricordo molto bene le partite a palla prigioniera all’intervallo che, quando non erano il classico derby 3^A VS 3^B, richiedevano una consumata abilità tattica nella scelta dei membri vincenti. Ecco, sono passati anni da allora… anzi, decenni… eppure, a ogni nuovo spettacolo, puntualmente si ripropone per me il dilemma del caposquadra: chi metto nel cast?

Devo essere sincera. Prima di pensare a cosa scrivere in questo articolo, non mi sono mai sentita una “caposquadra”: la genesi di uno spettacolo della Gilda non è una sfida contro un avversario e, finché la compagnia contava pochi attori, abbiamo sempre cercato di dare una parte a ciascuno. Il bello, per noi, è sempre stato recitare insieme, incontrarci e ridere alle prove, imparare dai talenti degli altri e soprattutto calcare il palco più volte che si poteva. Insomma, per la Gilda non è mai stato un “chi scelgo?”, ma un “chi di voi è disponibile?”.

Le cose sono un po’ cambiate negli ultimi anni, quando il lavoro ha cominciato a ingranare meglio che mai e si è reso necessario produrre più di uno spettacolo all’anno per andare incontro alle richieste degli organizzatori e del pubblico. Non ridete, dico sul serio! Prima dell’emergenza sanitaria, stavamo andando alla grande. Anche per questo avevamo pensato di mettere in scena uno spettacolo che, come Casa di Bambola, prevede solo sei attori.

Dico “avevamo pensato” non per usare il plurale maiestatis che fa molto sovrano d’altri tempi, ma perché la direzione che prendono gli spettacoli, in gergo “la direzione artistica” della compagnia, passa inesorabilmente da almeno due doganieri: la sottoscritta, che annusa l’aria come Gandalf e decreta che “quella è la via”, e mio marito Nicola che, come Gandalf, a volte riserva alle mie ispirazioni lo stesso trattamento del Barlog di Morgoth.

Non sempre la scelta del nuovo spettacolo è una questione pacifica, in famiglia.

Dopo questa piccola parentesi sulla genesi del repertorio della compagnia, torniamo alla questione. Fare il cast per Casa di Bambola è stato un po’ come comporre una squadra di palla prigioniera, e la nostra campagna acquisti ha avuto questo esito:

  1. Doralice della Famiglia dell’Antiquario, la Nuora >Nora (notare il minimo cambiamento di lettere)
  2. Romeo di Romeo e Giulietta >Torvald Helmer
  3. Beatrice di Molto Rumore per Nulla > Signora Linde
  4. Valafrido del Principe Scambiato > Nils Krogstad
  5. Uno dei tre narratori della nostra versione di Fantaghirò> Dottor Rank
  6. Lucia Mondella dei Promessi Sposi 2.0 > Helene

Ora, mi rendo conto che quello elencato sembri più un minestrone di personaggi che un cast. Eppure, nella ricetta deve esserci proprio questo: l’aver vestito i panni dei ruoli più diversi, aver lavorato negli spettacoli più impensati, e aver conosciuto i propri colleghi nelle più varie sfaccettature espressive. Già. L’ingrediente segreto è l’affiatamento. Anzi, mi correggo: la fiducia.
L’affiatamento viene col tempo. Ci si conosce, ci si misura, si recita insieme, e il gioco è fatto. La fiducia, invece, è un altro paio di maniche: è un dono, una virtù, una grazia. Scegliete voi la definizione che preferite… l’importante è ricordare che è assurdamente difficile da conquistare e piuttosto facile da perdere. No Martini? No party. No Fiducia? No affiatamento.

Ecco un’immagine del debutto di Nora come attrice nel 2012. Faceva l’innaffiatoio: una bella carriera, non trovate?

In questo, ci sentiamo (e io mi sento) profondamente privilegiati. Tutte le ragazze e i ragazzi della compagnia ci degnano di una grandissima fiducia, anche quando proprioniamo loro delle vere e proprie mission impossible. Cosa intendo? Be’, intendo che a uno dei nostri più navigati attori brillanti, specializzato nelle parti comiche, abbiamo proposto di interpretare il tormentato Krogstad (che di comico, forse, avrà solo la pettinatura). Intendo che alla protagonista di Casa di Bambola, di scena per due ore e un quarto con una sola breve pausa, abbiamo chiesto di addossarsi questo difficile ruolo. Intendo che, a un gruppo abituato a interpretare commedie divertenti e fiabe a lieto fine, abbiamo chiesto di mettere mano a un copione di grandissima carica drammatica e scarsissimo tenore comico.

I ragazzi si sono fidati di noi e hanno scelto di mettere al servizio di un miraggio, ossia il debutto di uno spettacolo concepito in periodo Covid-19, molto del loro tempo e tante delle loro energie. E’ una responsabilità non indifferente, perché conosciamo il livello di coinvolgimento che un lavoro simile comporta, e sappiamo anche quanto alacremente sanno applicarsi i nostri attori allo studio della parte e alla preparazione del personaggio. E’ una responsabilità che sentiamo, sì, e che ci spinge a pianificare con attenzione cura il lavoro di ciascuno.

E veniamo al sodo di questo mio lungo preambolo. Dall’alto della mia posizione di regista, ve lo confesso, ogni tanto la tentazione di usare il plurale maiestatis c’è. Ogni tanto ho di quei momenti in cui, in un sordo e crescente vibrare di campane tibetane e in un fascio di luce dorata, mi sento Semola che estrae la Spada dalla Roccia. “Io” insegno agli attori come leggere il testo. “Io” li correggo. “Io” ho una visione dello spettacolo a cui loro devono conformarsi. Suona antipatico, vero? Eh, lo so. A volte mi sto antipatica da sola.

E questa mia regalità registica è corredata di appunti sul copione, schizzi sui fogli da disegno, lunghe spiegazioni su come-vedo-la-scena, analisi chirurgiche di questa o quella battuta… insomma, quando mi impegno mi prendo sul serio. Il mio motto in questi casi? Tutto sotto controllo.

“Un po’ più a destra, un po’ più a sinistra…” i dettagli fanno la differenza, in fondo!

Adesso potete ridere. Sì, perché non c’è niente di più stupido di pretendere che sia “tutto sotto controllo” quando si parla di Arte. E ancora di più nel teatro: cercare di controllare uno spettacolo è come tenere sul fuoco una pentola a pressione senza farla sfiatare, perché non si possono contenere le energie, la creatività, la personalità di tanti attori che mettono mente, anima e corpo al servizio del loro personaggio. Una simile carica non è da controllare: è da gestire, assecondare, gustare. Nel corso delle prove c’è la stessa tensione tangibile di un interrogatorio a un omicida che mente spudoratamente, la stessa allegria del Carnevale in maschera, lo stesso sudore che in un allenamento sportivo, la stessa dedizione di un orafo che cesella metallo prezioso.

Ed è in questo che la lezione di umiltà si manifesta. C’è, in tutte le prove (ma in Casa di Bambola in particolare) un momento di non ritorno; un momento in cui quello che hai fatto e detto fino a quel momento sembra sparire, dissolversi, non esistere più, o addirittura non esserci mai stato… e lo spettacolo diventa una creatura a sé, qualcosa che sì, forse qua e là ti somiglia, ma va con le sue gambe. Con le gambe dei suoi interpreti, a dirla tutta. E tu, che avevi tutto sotto controllo, ti trovi come seduto al cinema a vedere un film di cui non sai praticamente nulla; e guardi gli attori e dici: “ma chi sono questi? Dove sono finite le persone che conoscevo?”

Faccio fatica a spegarlo, perciò uso un’ultima immagine. Prendete le tessere del gioco del Domino, mettetele in equilibrio sul lato stretto e create una figura. Impiegate fatica e tempo per farlo, ma alla fine guardate soddisfatti alla vostra spirale di tesserine: poi basta un tocco, un alito di vento, un gatto che passa e… zac! Tutta la vostra abilità geometrica cade a catena. Eppure quello che resta non è un caos disordinato, ma un disegno nuovo, più unito e compiuto.
Ecco quello che ho provato, quando per la prima volta ho visto il sorriso solare di Stefano trasformarsi in uno sguardo intenso e carico di desiderio. Ecco cosa è successo, quando Tiziana/Linde e Giovanni/Krogstad si sono dati appuntamento fuori casa degli Helmer. Ecco cosa succede quando Laura, a quasi vent’anni, parla come una vedova e madre di famiglia. Ecco cosa è accaduto, quando ho ascoltato Giovanni/Helmer e Marzia/Nora recitare di filato l’ultimo atto.

Cos’è per me la regia? Condividere una visione, predisporre la direzione in cui guardare.

Ve lo dico chiaro e tondo, cosa è successo. La “caposquadra” con la Spada nella Roccia si è resa conto che il suo posto è in panchina. Anzi, diciamo nel parterre, con i popcorn nella destra e i fazzolettini di carta nella sinistra, per godersi lo spettacolo di quella “squadra fortissimi, piena di gente fantastici” che sa far ridere, ammaliare e far sognare anche il più inaccessibile dei cuori di pietra… quello della regista, che credeva di avere tutto sotto controllo.

La parola agli attori

«Nora, Nora» e l’incontro con il sig. Stanislavskij

Breve resoconto della croce e delizia degli attori: rendere credibile un personaggio

Estate 2020. Dopo mesi di quarantena, incertezza e stress finalmente si ha la sensazione di ricominciare a respirare. Insieme alla voglia di tornare ad una sorta di “normalità” si fa spazio una vocina nella mia testa che dice solo una parola: teatro. Mi rendo conto che probabilmente per alcuni l’ultimo pensiero, in una situazione del genere, sia proprio il teatro… ma dopo anni scanditi da prove, spettacoli e laboratori è diventato la quotidianità per me. È un amico, un amico che dopo mesi di assenza forse poteva tornare a farsi sentire. La compagnia inizia a muoversi: letture animate con spettatori dai balconi e due spettacoli all’aperto. Miriam e Nicola (rispettivamente regista e direttore artistico della compagnia) non sono stati certo fermi nel periodo di lockdown e hanno iniziato a lavorare ad un progetto ambizioso: Casa di Bambola. Arriva così ad agosto la fatidica chiamata: Vorresti interpretare Nora? Il resto è storia…

Ed eccomi qua con il mio compagno di disavventure Giovanni Fiorinelli che si presterà ad essere il mio amato maritino, Torvald Helmer

Torniamo indietro di qualche anno: una più giovane e avventurosa me si imbarca, con Miriam e Nicola, nell’impresa di andare a vedere uno spettacolo al Centro Teatrale Bresciano. Pronti via! Saliamo in macchina, trenta minuti di viaggio accompagnati da ottima musica. Altri trenta minuti per trovare parcheggio, ma Nicola non demorde e raggiunge l’obbiettivo. Bene, ormai ci siamo. Sì, ma è tardi e quindi bisogna correre per non perdere l’inizio. Arriviamo al teatro trafelati, senza fiato e con un possibile infarto in atto, ma siamo in tempo. Entriamo e il meraviglioso blu che caratterizza il teatro di Brescia si sprigiona tutto in torno a noi, ci sediamo e gli attori occupano il palcoscenico. Dopo circa due ore e mezza, trascorse come uno schiocco di dita, mi ritrovo ad applaudire attonita e con le lacrime agli occhi. Quello spettacolo era Casa di Bambola.

Nel caso in cui ve lo siate persi ecco il trailer dello spettacolo made in Gilda, giusto per farvi capire il mood dell’opera

Ho voluto raccontarvi questo aneddoto per farvi capire quanto sia stata felice di accettare una parte come quella di Nora. Dopo l’iniziale entusiasmo, però, ha cominciato a nascere in me la paura. Sì, paura. Perché, vi chiederete. Perché una parte come quella di Nora non può essere affrontata con leggerezza, con incoscienza. Mostri sacri si sono cimentati in questa parte: Alla Nazimova, Lilla Brignone, Giulia Lazzarini, Ottavia Piccolo, Micaela Esdea. Immaginatemi ora in iperventilazione con le ginocchia diventate due budini. L’unica cosa che riuscivo a ripetermi era: un bel respiro e passa la paura.

Neanche il Covid ci può fermare, la compagnia approda su Meet

Autunno 2020. Iniziano le prove, e vista la situazione sanitaria, dobbiamo reinventarci e lanciarci online. Meet diventa il nostro fedele compagno e iniziamo a studiare la parte, atto dopo atto. Vista la complessità del copione, Miriam e Nicola decidono di concentrarsi sullo studio del personaggio. Ed ecco l’incontro con Stanislavskij che ho anticipato nel titolo. Mentre lo studio del copione procede, vengono date a tutti gli attori delle indicazioni per fare una specie di identikit del proprio personaggio. Dovevamo cercare di capire come parla e come si muove; quale è il suo passato e quale potrebbe essere il suo futuro; che tipo di rapporto potremmo avere con loro. Una volta capito tutto questo, dovevamo traslarlo in parole e raccontarlo ai nostri compagni. Ogni incontro per l’identikit diventava un momento di confronto tra tutti noi: ognuno diceva la propria opinione, dava consigli e suggerimenti. Sicuramente, una delle mie parti preferite delle prove. Non è la prima volta che cerco di studiare un personaggio e trovare una connessione con lui, ma sicuramente non mi era mai capitato di farlo in maniera così accurata. Credo che questo esercizio sia stato fondamentale per inquadrare Nora, o per lo meno la mia Nora.

Sì, lo so… Avrei potuto scegliere una foto seria ma questa sicuramente mi rispecchia di più, e forse anche la mia Nora. E poi quanto siamo belli tutti sorridenti?

Una piccola precisazione è d’obbligo: il lavoro che abbiamo fatto non rispecchia al cento per cento quello di Stanislavskij. Ci siamo ispirati a lui e abbiamo cercato di raccogliere gli spunti che per noi erano più interessanti e che potevamo mettere in pratica anche lavorando a distanza. Devo dire che l’inizio non è stato dei migliori. Immaginate di ritrovarvi davanti ad una tela bianca e di poter creare tutto ciò che volete. In un primo momento potreste pensare che sia fantastico poter esprimere tutta la vostra creatività… ma la libertà può anche spaventare. Il testo di Ibsen è stato una guida fondamentale, senza quello non avrei potuto avere dei confini all’interno dei quali muovermi e riempire gli spazi vuoti. Leggendo e rileggendo il copione, mi rendevo sempre più conto di quanto Nora poteva avvicinarsi a me, ed è stato fondamentale il lavoro sull’identikit per calarmi completamente nel personaggio. Tante altre attrici hanno già interpretato Nora, ma questa è la mia occasione per darle altre sfumature, trovare dei modi diversi e a me affini per caratterizzarla.

I miei Virgilio in questa impresa titanica

Tutto molto bello, direte voi, ma tutto questo lavoro a cosa serve? Serve a rendere credibile il personaggio. Nora dopotutto è personaggio di fantasia, scritto in maniera meravigliosa, non c’è dubbio, ma è pur sempre inchiostro su carta. La sfida è renderla vera, renderla credibile con i suoi sbalzi d’umore e con la sua incapacità di comprendere appieno quello che le sta accadendo intorno. Io non sono Nora: non sono sposata, non sono madre e non ho vissuto le esperienze che l’hanno resa la donna che conoscerete nello spettacolo. Ma è questo che mi affascina, trovare nel dramma che ha vissuto e che sta per vivere delle affinità con le esperienze che mi hanno reso la donna che cerca di interpretarla. Durante uno stage teatrale il regista e attore Juri Ferrini ci disse: Dovete difendere il vostro personaggio. Difenderlo ad ogni costo, aggiungerei io. Non importa quanto può essere poco verosimile il suo comportamento, non importa quanto le sue scelte possano essere opinabili, non importa quanti errori abbia commesso dobbiamo difenderlo, sempre. Dobbiamo capirlo, assecondarlo e appoggiarlo, qualsiasi cosa accada. Questo è l’obbiettivo che mi sono prefissata quando ho accettato la parte di Nora. Vorrei che Nora rimanesse nella testa degli spettatori una volta finito lo spettacolo. Vorrei che gli spettatori si chiedano cosa avrebbero fatto loro in quella situazione e che, nonostante tutto, la riescano a capire… come sto cercando di fare io. Per quanto questo personaggio mi faccia arrabbiare, per quanto sia difficile rendere credibile le montagne russe che sono le sue emozioni, per quanto sia distante da me e per quanto alcuni aspetti di lei non riesco proprio a mandarli giù, io… le voglio bene; sì, le voglio bene, e per questo cerco di comprenderla e di appoggiare tutte le scelte che compie durante l’opera. Ho paura di non riuscire a trasmettere tutto questo? Assolutamente sì. Ma quando, durante le prove, mi spoglio di tutto quello che è successo durante la giornata, quando tolgo tutto lo stress del lavoro, la casa, le scadenze da rispettare e divento Nora mi sento più leggera. So che i miei compagni, la mia regista e il mio direttore artistico sono lì per supportarmi e per riprendermi, quando necessario. Ci sono prove che non vedi l’ora finiscano perché sono troppo pesanti, perché non funziona niente e tutto quello che dici in realtà è solo un ammasso di parole recitate e non sentite, ma nonostante questo la voglia di migliorare per me, per i miei compagni è sempre maggiore.

Ecco qui la quota rosa di questo spettacolo. Certo, manca la regista… chissà dove si era cacciata

Primavera 2021 (quasi). Abbiamo finito l’identikit, abbiamo finito lo studio della parte e ora si iniziano a provare gli atti. Dopo tutto quello che abbiamo vissuto in questi mesi mi è venuto spontaneo pormi alcune domande.

Cosa mi aspetto dal giorno dello spettacolo? Mi aspetto agitazione, ansia, paura di fallire ma anche tanta gioia perché nonostante il periodo difficile che abbiamo attraversato, nonostante le prove online, nonostante la fatica e le ore di studio passate sul copione siamo tutti consapevoli di esserci messi alla prova. Abbiamo calato i nostri assi dalle maniche, siamo cresciuti come attori e abbiamo davvero dato il massimo.

Cosa porterò con me di questa esperienza? La volontà di creare sempre un rapporto con il mio personaggio, di renderlo vero, per quanto mi è possibile. Mi sono resa conto di quanto un lavoro di gruppo sia fondamentale, a prescindere dal numero di battute del proprio ruolo nello spettacolo. Mi porterò dietro la consapevolezza di quanto un copione possa mettermi in crisi, la convinzione che, anche quando le richieste di un regista sembrano impossibili, puoi trovare un modo per renderle tue e raggiungere l’obbiettivo. Ora ho capito ancora di più che quando delle persone ripongono fiducia in te difficilmente è mal riposta, nonostante tu ti possa sentire sopraffatto dal compito e per quanto gli ostacoli ti sembrano insormontabili.

L’ultima grande domanda che mi sono posta è: cosa mi ha insegnato Nora? Mi ha insegnato che per quanto le cose possano essere difficili, per quanti sbagli possiamo commettere, il dovere più grande che abbiamo è quello verso noi stessi. Sarebbe facile vivere in una casa di bambola: abituarsi agli orpelli, alle conversazioni vuote e ai finti sorrisi… ma quando la realtà distrugge la fantasia, lì davvero capiamo di essere liberi. Questo auguro agli spettatori: siate coraggiosi e liberi, siate un po’ come Nora.

La parola agli attori

Nel corpo di uno sconosciuto

Negli scorsi due articoli, Laura e Valeria hanno ben descritto il nuovo spettacolo che La Gilda delle Arti sta preparando: Casa di Bambola del buon Henrik Ibsen.

Un’opera assai diversa dagli spettacoli che siamo soliti portare in scena, una vera sfida per molti di noi. 
Per questo mi è stato chiesto di scrivere questo articolo, per raccontare delle difficolta trovate nell’interpretare un personaggio tanto diverso dall’attore che lo interpreta, nel mio caso “Nils Krogstad”: il freddo strozzino che darà tanti problemi alla dolce Nora. 
 
Un articolo molto più personale del solito dunque, una sorta di mio diario circa il periodo delle prove per “Casa di Bambola” col quale far conoscere a voi lettori tutte le magagne che si nascondono dietro il meticolosissimo lavoro di immedesimazione per questo nuovo, particolare progetto.   

Ora, per capire meglio l’origine del difficile rapporto tra me e Nils, vi confesso che la mia esperienza come attore all’interno della Gilda è sempre stata risate, burle,”tarallucci e vino”.  

Dopo il primo ruolo nell’Academy in Otello, tutti  i personaggi che sono andato  ad interpretare rispecchiavano sempre in un modo o nell’altro la mia personalità:  da Valafrido de Il principe scambiato con i suoi vuoti di memoria e il fare scanzonato e irriverente, a il Cavalier del Bosco ne La famiglia dell’antiquario che dopo aver fatto da spoletta tra suocera e nuora, sviene e viene portato fuori di peso dalla domestica, o il borioso e fanfarone dottor Purgone de Il malato immaginario, per non parlare in fine poi dei personaggi interpretati durante le visite guidate, come il gioviale Conte Benaglio che accoglie i visitatori in casa sua o Antonio Ghislanzoni e le sue invettive contro Manzoni. 
 

“Ma Gio, sei tanto bravo e simpatico, ma cos’hanno in comune tutti questi ruoli?”
Oh, carissimo affezionato lettore del Blog della Gilda, è semplicissimo: tutti questi ruoli erano ruoli leggeri, comici perfino. Reggono tutti, da soli o in compagnia di personaggi altrettanto fuori di senno, solitamente interpretati dal buon Daniele con il quale mi diverto a stuzzicare il pubblico, la linea comica dello spettacolo. Per usare un termine tecnico tanto caro ai cinefili d’oltreoceano, svolgono il ruolo di “Comic relief, ovvero alleggerire la trama tramite la comicità  

Ma in questo caso no. In questo caso è tutto diverso. 
 
“Casa di Bambola” è uno spettacolo serio, reale, un vero e proprio spaccato di vita della Norvegia del XIX secolo (e di certo non uno dei più piacevoli). 
Nella vita di Nora non c’è spazio per le facezie di un pagliaccio. Gli unici momenti di gioia e leggerezza sono effimeri e, spesso, come si vedrà durante lo spettacolo, completamente finti. 
E di certo questi piccoli momenti di leggerezza all’interno della trama non vengono portati da Krogstad che, mi si permetta la citazione, “Non deve far ridere perché non c’è niente da ridere! Non è la linea comica!” . 

Renè mi dà la sua opinione circa il personaggio di Krogstad, dopo che ho cercato recitarlo con “il chiaro accento tedesco, come da copione”

Quindi niente più battute, niente più umorismo slapstick o mazzate in testa e, soprattutto, niente più rotture della quarta parete e ammiccamenti al pubblico (sigh), sul set di questa pièce si fa sul serio! 

Tanto si fa sul serio che anche il modus operandi della preparazione di uno spettacolo ha subito un’imprevista variazione: a differenza degli altri spettacoli, prima di cominciare a studiare il copione, ci è stato richiesto di compilare un identikit del personaggio

Queste schede andavano compilate dal punto di vista del personaggio, rispondendo a sia domande triviali del tipo “gli piace il suo lavoro?”, “pregi e difetti?” fino ad arrivare a domande ben più profonde, come per esempio “quali sono i suoi valori?”. Questa parte, devo ammettere, è stata la più semplice, anche perché da inveterato giocatore di giochi di ruolo, questo non era nulla di più che compilare la “Scheda personaggio” prima di una campagna… solo senza incantesimi e inventario per armatura e pozioni. 

Chiara rappresentazione dell’allineamento dei vari personaggi, dei registi e del gatto di Miriam. Non avete idea di quanto gli piaccia giocare con la webcam.

La parte più interessante di questo lavoro preventivo sul personaggio però è stata la discussione che è seguita alla compilazione dell’identikit. In chiamata online (durante una pandemia globale si fa quel che si può) ognuno ha letto ciò che pensava sul personaggio preso in questione. Già in questa parte molti di noi, io compreso, si sono resi conto di aver trattato troppo male il proprio personaggio. Abituati com’eravamo alle principesse e agli Arlecchini, messi davanti ad un personaggio “vero”, molti di noi hanno trovato ben pochi pregi e fin troppi difetti nella personalità di chi dovevamo interpretare. 

Grazie ai pareri di Miriam e degli altri membri della compagnia, che ci hanno aiutati a vedere anche i personaggi che noi consideravamo negativi sotto un’altra luce ben più umana e comprensiva, siamo riusciti a empatizzare di più con in nostri personaggi e a calarci nei loro panni. Tutto sommato, Krogstad non è una canaglia senz’appello come pensavo, c’è del buono in lui, e questo di certo mi ha aiutato a interpretarne la parte. 

Dopo un simile lavoro, si passa alla parte corposa: le prove vere e proprie! 
Purtroppo, limitati dalla pandemia ma ligi ai DPCM , anche queste hanno avuto luogo online in coppia, un dialogo per volta, con l’onnipresente Miriam che dirige e osserva. 

Dal mio primo dialogo con Marzia (che interpreta il personaggio di Nora) ho subito capito che preparare questa parte avrebbe richiesto sangue sudore e lacrime. I sorrisetti sono banditi, i movimenti non necessari proibiti, sopracciglia immobili, voce sicura e ferma, etc. etc. Per la prima volta, insomma, ero chiamato a comportarmi in maniera naturale sul palco, ma seguendo una natura che non corrispondeva alla mia. Ed è stato dannatamente difficile! 
 
Krogstad è un personaggio tormentato, con un passato criminale e per certi versi oscuro. Non ha intenzione di ammorbidirsi davanti alle debolezze e ingenuità di Nora. Duro e determinato, è quanto di più lontano dalla mia personalità, che è decisamente più affine a quella di un Golden Retriever non particolarmente sveglio. E soprattutto, fortunatamente, il mio passato è davvero meno travagliato del suo, senza lutti matrimoniali né, tantomeno, una vita da criminale (Signor-agente-dell’FBI che mi spia dalla webcam mentre scrivo,  giuro di essere innocente!!!). 

Quindi, come una secchiata d’acqua gelida, piovono le prime critiche della regista. “muoviti di meno”, “ti è scappato un mezzo sorriso”, “più fermo nelle intenzioni”, “rifacciamo”, “ancora una volta!” e ogni volta che ti rendi conto che l’interpretazione non è abbastanza vera, ripensi con nostalgia ai personaggi macchietta e alle battute improvvisate con Daniele e Giovanni F. durante Il principe scambiato. Tutto sommato, rispetto alle prime prove di Casa di Bambola, le mazzate in testa non erano così male… 

E le critiche della regista non sono la parte peggiore. Senti di star scimmiottando un estraneo piuttosto che star interpretando uno strozzino norvegese e, più ci impegno ci metti, meno naturale esce il dialogo. Risultato? Sei vicino a gettare la spugna. Per di più, buona parte delle mie battute sono insieme a Marzia, attrice assai avvezza a calarsi nel suo personaggio, sia per sua bravura che per il fatto che, avendo molte più battute di noi altri, ormai è già rodata e nel personaggio.E quindi il morale scende, provi e riprovi ma ancora non va. 

Ma poi un ricordo torna alla mente: quando Miriam al telefono ti ha proposto il ruolo dicendo “Gio, so che è difficile ma sento che ce la puoi fare. Se non ne fossi convinta, non te lo avrei nemmeno proposto”. 

Bam! Gli spinaci per Braccio di Ferro, la pozione magica per Asterix, la botta di adrenalina di Ms. Wallace in Pulp fiction, Gandalf che attacca all’alba cavalcando coi Rohirrim al Fosso di Helm! Si è di nuovo in piedi col morale alle stelle pronti a dare del proprio meglio!  

Precisissimo grafico redatto dal nostro team di esperti dopo aver assistito alle prove.

Incoraggiati da questo e dai propri compagni, allora si comincia a lavorare con impegno sulla scena e, tra un improperio detto a denti stretti e microfono spento e un pensiero ingiurioso rivolto alla buon’anima di Ibsen, si porta  a casa la scena! Penna ed evidenziatori in mano, si riempie il copione di appunti e annotazioni, tanto da far invidia ai manuali di storia generale ad una settimana dall’esame. 

Sarò sincero, mai in anni di militanza nella Gilda sono arrivato al termine di una prova tanto provato ma fiero di me. Certo, era bello divertirsi ad interpretare maschere e macchiette che uscivano alla prima prova, ma la soddisfazione di sentirsi dire dopo due ore di prove “Bravo! Era questo che intendevo!”, non ha prezzo. 

Mettersi nei panni di una persona così diversa, di un’altra epoca e con ideali totalmente agli antipodi dei propri, dona tutt’un altro punto di vista su un mucchio di cose e, per quanto si possa provare a empatizzare con un personaggio guardando un film o leggendo un libro, quest’immedesimazione così profonda è un privilegio esclusivo di chi, come noi, vive da dietro le quinte il teatro (e, mutatis mutandis, il cinema). 

Alla prima sarà stupendo, finalmente potremo mettere in scena il frutto di mesi di prove. 
Ho però degli obiettivi molto personali circa lo spettacolo: spero di riuscire a trasmettere al pubblico che verrà a vederci il senso profondo che solo un’interpretazione sentita di Krogstad riuscirebbe a dare. Spero di riuscire a far capire che Nils non è un criminale dal cuore di ghiaccio come io, a una lettura superficiale del copione, avevo erroneamente pensato. Ma soprattutto spero di riuscire a rendere giustizia a un personaggio complesso e ben scritto, che merita di certo tutto l’impegno che sta venendo messo nella preparazione di questo spettacolo. 
Possibilmente senza incorrere nelle ire del fantasma di Ibsen: non dev’essere bello avere il fantasma di un drammaturgo norvegese che gira per casa ricordandoti quanto la tua interpretazione mediocre lo abbia fatto rivoltare nella tomba. 

Nonno Simpson, dopo aver visto il nostro spettacolo, ci da la sua interpretazione del personaggio di Krogstad.

Bon, diario di bordo delle mie peripezie finito.  

Alla fine ho finito per affezionarmi a Krogstad, in un modo o nell’altro, quasi come se lo conoscessi davvero … e, perché no, anche di essere cresciuto come attore.  Tutto sommato non è restando nella propria comfort zone che si migliora, nella bambagia si sta comodi ma non si esplora né si impara molto.  

Tra le domande dell’Identikit ce n’era una molto particolare: “saresti suo amico?”, avevo risposto “no” senza esitazione. 

A mesi di distanza, penso di star cominciando a cambiare idea. 

La parola agli attori

“Casa di Bambola”: il dramma che non ti aspetti

La Gilda delle Arti entra nell’800 e ne esce vincente con il capolavoro di Henrik Ibsen.

Dimenticatevi Goldoni, Molière, Shakespeare, quest’anno La Gilda delle Arti si cimenta in qualcosa di nuovo ma che di certo non vi deluderà… quest’anno rimarrete davvero stupiti.

Perché la Casa di Bambola di Ibsen è diversa da ciò a cui siete abituati: è un dramma borghese di fine ‘800 che parla di una moglie e una madre, Nora, che capirà di essere prima di tutto una donna. 

Curiosi? Scopriamo di cosa parla.

Iniziamo col dire che, come ci suggerisce non poco esplicitamente il termine “dramma”, non è un’opera fatta di scene comiche, di cadute, di giochi di parole, al contrario è una storia che fa riflettere. È vero, è ambientata nell’Europa di più di cent’anni fa (e da allora qualcosa è certamente cambiato) ma ciò non significa che non possa avere un valore anche oggi, dato che, adattando una citazione di Italo Calvino,

Un classico non ha mai finito di dire ciò che ha da dire.

Non si può negare, infatti, che l’opera tratti temi che ci stanno a cuore anche di questi tempi: basti pensare all’emancipazione femminile, questione calda in quegli anni e soprattutto nella prima metà del ‘900, ma che per certi versi riguarda anche il nostro periodo storico, poiché anche se la figura femminile in generale può essere detta emancipata (anche se non ovunque), i numeri e alcuni pregiudizi tuttora presenti ci dicono che la strada verso la piena parità di genere è ancora lunga e non solo nel mondo del lavoro. 

Scavando più a fondo troviamo il tema delle apparenze, in quanto allora la rispettabilità e l’onore di una famiglia, in particolare del capofamiglia, erano essenziali per essere accettati da tutti; si faceva quindi il possibile per mantenere una facciata in linea con i valori della società… e cosa ci fosse dietro quella facciata perfetta poco importava. Ma anche oggi, anzi specialmente oggi in un mondo fatto di immagini su Instagram, post su Facebook, video su TikTok, “Mi piace” e cuoricini, sono le apparenze ciò che più conta davvero e per conservarle siamo disposti a sacrificare noi stessi. è presente poi il tema dell’amore, che non è l’amore a cui i film più romantici e struggenti ci hanno abituato, quell’amore totalizzante che ci rende capaci di qualsiasi cosa, ma è un amore più complesso e difficile da inquadrare… tanto che è lecito chiedersi se quello sia effettivamente amore o solo un legame conveniente. Sono tante, dunque, le tematiche che vengono toccate e ad ogni lettura o ad ogni visione se ne scoprono altre.

Tutto ciò ci restituisce un’opera complessa se non dal punto di vista della trama in sé, sicuramente dal punto di vista del messaggio o messaggi finali. 

Complessità che si riflette soprattutto nei protagonisti: gli attori e la regista hanno dedicato particolare cura nel definire i vari personaggi, che mostrano diverse sfumature lungo l’opera. È stato un processo lungo e a tratti molto difficile, ma alla fine è servito a tutti per avere un’idea unica e coerente della vicenda in modo che anche il lavoro sul copione risultasse più agevole ai fini di una buona recitazione. Si è ragionato sul carattere, sui motivi che hanno spinto i personaggi ad agire in un determinato modo e sulle conseguenze di tali azioni sugli altri personaggi e si è costruito anche un possibile background che ha arricchito la visione del personaggio nella storia. Questo percorso ha regalato non poche sorprese, perché alla fine dell’analisi, la prima impressione di un personaggio ne usciva, se non completamente ribaltata, sicuramente molto cambiata; e, come nella vita non possiamo etichettare le persone come assolutamente buone o cattive, così anche in Casa di Bambola non esistono antagonisti veri e propri, ma solo protagonisti.

Dunque, il pubblico non vedrà in scena delle maschere, ma delle persone vere con sentimenti, desideri, aspirazioni reali, persone nelle quali ci si possa immedesimare. Non si racconta di principesse da salvare, principi azzurri, cavalieri dall’armatura scintillante, mostri malvagi, boschi incantati, ma si parla di vita vera. Dopotutto è una storia che ha per protagonisti una normale coppia sposata, abbastanza benestante che deve affrontare una situazione problematica particolare legata ad un prestito… insomma niente di più lontano da una favola Disney.

Ibsen, infatti, nelle sue opere cerca la realtà, non scrive di epoche lontane nel passato, non immagina contesti futuristici e distanti, non vuole creare un mondo dove il pubblico possa evadere dalla quotidianità e dai propri problemi, ma scrive del suo mondo, della sua realtà e davanti alla menzogna, all’ipocrisia, ai pregiudizi e alle disuguaglianze sociali non sfugge ma li affronta e li denuncia apertamente. Inutile dire che le sue opere, e ne è un esempio proprio “Casa di Bambola”, erano molto provocatorie e il pubblico di allora non sempre apprezzava.

In sostanza, quindi, Ibsen parla della società, società che nel corso dei decenni è cambiata e ha risolto alcune questioni, ne ha aperte altre e purtroppo ne lascia irrisolte altre ancora.

Locandina di una rappresentazione del 1881
Locandina “La Gilda delle Arti”

Se fin qui abbiamo dato il merito per la bellezza di quest’opera soprattutto al suo autore, ora è giunto il momento di parlare di chi questo spettacolo lo sta preparando.

Innanzitutto, è giusto dire che niente è stato lasciato al caso. Il tempo a nostra disposizione (che a causa di una piccola pandemia mondiale è aumentato) ci ha permesso di fare un lavoro certosino sulle battute, su ogni singola battuta: anche quelle più corte che sembravano insignificanti hanno richiesto diverse ripetizioni prima di raggiungere la versione finale. Nonostante le prove a distanza, quindi, ogni dialogo è stato affrontato con grande cura, ripetendolo, modificandolo e ripetendolo di nuovo, senza mai accontentarsi della mediocrità ma puntando sempre verso l’eccellenza e con una grande attenzione ai particolari. La cura dei dettagli non si è fermata solo alle battute, ma coinvolge anche la scenografia che diventa parte integrante della rappresentazione partecipando anch’essa al senso e al significato dell’opera.

Disegni per la preparazione della scenografia

Fin dalla prima lettura del copione, che ha regalato qualche sorriso e tanto su cui discutere, era chiaro che quello che si stava per mettere in scena non era uno spettacolo come gli altri: i tempi sono cambiati e anche la trama e il finale non sono i classici. Se però la prima lettura ha lasciato delle perplessità, il lavoro sul copione e sui personaggi le ha chiarite tutte, trasformando quelle che erano perplessità e difficoltà, in punti di forza che rendono l’opera ancora più intrigante. Una fra tutte la distanza temporale e culturale fra noi, gente del ventunesimo secolo, e Nora e Torvald, coppia dell’800: per quanto si sia rimasti fedeli ai contenuti originali e agli aspetti fondamentali, è naturale che la regia e gli attori siano stati influenzati anche dalla percezione moderna dei fatti, da una mentalità che per molti aspetti è lontana da quella di fine ‘800 e ciò ha fatto in modo che l’opera risultasse ancora più affascinante, dato il dialogo tra passato e modernità. 

Ribadiamo ancora una volta che l’opera in questione è complessa e sono molti gli aspetti da valutare, ma non spaventatevi, ciò non rende l’opera pesante, oscura o meno bella, al contrario la arricchisce regalando ad ogni prova e (si spera) ad ogni visione nuovi spunti di riflessione, un po’ come quando si guarda un film più volte e ogni volta si scoprono cose che non si era tenute in considerazione e, perché no, anche critiche. Pertanto riscopriamo il piacere di scavare più a fondo, di andare in profondità senza fermarci alla superficie.

Prove online

Infine, possiamo vedere la riuscita di questo spettacolo come il superamento di un periodo che per quanto sia stato difficile e tragico e che avrebbe potuto potenzialmente mettere in stand-by la cultura, non ha fermato la creatività e la voglia di fare di persone che ha deciso di dedicare il proprio tempo alla recitazione e quindi all’arte. Le classiche prove in presenza sono state sostituite in gran parte da prove online, davanti ad uno schermo, costellate da ritardi e problemi tecnici, ma mai inutili o scontate. Non ci siamo arresi e abbiamo sfruttato al massimo gli strumenti a nostra disposizione.

Quindi se siete in cerca di uno spettacolo bello, interessante, intrigante, per nulla banale, Casa di Bambola è quello giusto!

La parola agli attori

Le bambole portano sempre guai

Casa di Bambola?
La prima volta che ho sentito nominare il titolo di quest’ opera teatrale ho pensato : “sicuramente ci sarà qualcosa di drammatico, poiché le bambole portano sempre guai!“… e infatti…
Ma ora lasciamo da parte il mio pregiudizio verso le bambole e torniamo a noi!

Casa di bambola è un testo teatrale realizzato da Henrik Ibsen nel 1879 in lingua norvegese. Egli era contrario ai sentimentalismi del teatro ottocentesco e portò sulla scena il conflitto fra l’individuo e l’ipocrisia dei valori della società borghese.
Antepose la verità al conformismo, il bisogno di giustizia all’ingiustizia. Per questo motivo Casa di bambola è stato scritto con lo scopo di mettere alla luce i tradizionali ruoli dell’uomo e della donna nell’ambito del matrimonio durante l’epoca vittoriana…

Ma tutto questo perché?

Insomma ci troviamo nell’800, in una cittadina della Norvegia, periodo in cui la donna vive un periodo di transizione molto importante! Per lei è un secolo di cambiamenti e di una nuova presa di coscienza. Durante questo periodo storico la vita delle donne divenne sempre più difficile a causa della diffusione dell’ideale di “donna angelo”, condiviso dalla maggior parte della società, al punto di renderla una figura centrale… ma di servizio; infatti si diceva :” la donna è Angelo del focolare, è il cuore pulsante della casa, il fiore all’occhiello del marito”!

Ancora una volta la donna non vale per se stessa poiché è considerata una figura priva di intelletto e di personalità, importante solo per il ruolo che ricopre per gli altri.
Inoltre, le donne erano viste come esseri puri e puliti e a causa di questa visione, i loro corpi erano concepiti come templi che non dovevano essere adornati con gioielli né essere utilizzati per sforzi fisici o nella pratica sessuale. Il ruolo delle donne si riduceva a procreare e ad occuparsi della casa.

Da ciò possiamo dedurre il perché Ibsen abbia proprio usato tale titolo per la sua opera,
nei suoi primi appunti per il suo dramma infatti scrisse: «Ci sono due tipi di leggi morali, due tipi di coscienze, una in un uomo e un’altra completamente differente in una donna. L’una non può comprendere l’altra; ma nelle questioni pratiche della vita, la donna è giudicata dalle leggi degli uomini, come se non fosse una donna, ma un uomo».

Quando Casa di Bambola debuttò, il dramma di Ibsen suscitò scandolo e molte critiche al punto che lo stesso Ibsen dovette cambiare finale! Pensate che l’attrice che interpretava Nora, la protagonista, si rifiutò di recitare le ultime battute, sia perché le riteneva pronunciate da una madre snaturata sia perché non se la sentiva di correre il rischio di un insuccesso, interpretando un personaggio così anomalo e così pericolosamente rivoluzionario.

Nelle foto le interpreti di Nora più celebri, in quest’ordine: Alla Nazimova, Lilla Brignone per la regia di Vittorio Cottafavi, Giulia Lazzarini, Ottavia Piccolo (1986), Micaela Esdea.

Infatti rappresentare una figura femminile, nel 1879, che mostrasse una presa di coscienza della propria vita e della propria posizione rispetto alla famiglia e alla società, non era per niente facile poiché per la mentalità vittoriana il legame del matrimonio era considerato sacrosanto e gli atteggiamenti assunti dalla protagonista dell’opera erano percepiti come qualcosa di intollerabile e impensabile.

Tra le tante rappresentazioni di questo spettacolo, resta memorabile quella che vide come protagonista l’intensa attrice russa Alla Nazimova, che interpretò per la prima volta lo spettacolo nel 1907. Nel 1922 sarebbe stata anche la protagonista della relativa trasposizione cinematografica. La Rai ha mandato in onda quattro edizioni della commedia, interpretate, nel ruolo di Nora, da Lilla Brignone, Giulia Lazzarini, nel 1968, Ottavia Piccolo e Micaela Esdra, nel 1986.

Comunque la vicenda di Nora non è soltanto una polemica sulla condizione femminile del XIX secolo, ma esprime anche una testimonianza della voglia di libertà e di esaltazione della vita. Nel dramma, infatti, Nora non comprende le norme che gli uomini hanno imposto alle donne e non riesce a convincersi che siano giuste, poiché non è disposta a rinunciare a vivere guidata dai propri ideali.

Di Nora ammiro il suo coraggio e le scelte impegnative che compie perché va a toccare tasti evidenti ma oscurati per convenzione. Ecco cosa intendo: Nora vuole vivere pienamente e realizzarsi come persona, badando a se stessa autonomamente senza essere mai più la “bambola” di qualche bambino viziato:
«Credo di essere prima di tutto una creatura umana, come te… o meglio, voglio tentare di divenirlo.»

Ma chi è questa ” donna” che scombussolò cosi tante persone? Bè, lei è NORA!

Nora è il personaggio principale, colei che si trova a far fronte alla ” fortuna ” di appartenere alla media borghesia, la cui massima aspirazione è raggiungere una posizione sociale ed economica benestante; ciò però si traduce in una vita fatta di ipocrisie, falsi sorrisi e di un attaccamento spropositato al denaro e alla posizione. Proprio per continuare ad avere tutto questo Nora, allegra, sventata e superficiale, durante un periodo difficile commette un’azione riprensibile oltre che illegale. Quando il marito … mmm non ve lo dico! Così avrete un motivo in più per venire a vederci a teatro, poiché saranno i nostri attori a mostrarvelo!

E visto che parliamo di loro ve li presento:

Marzia Corti nei panni di Nora, protagonista femminile e “Barbie a tempo pieno”.
Moglie di Torvald e madre. E’ resiliente, coraggiosa, determinata ma anche fragile…
Ma grazie a determinate situazioni riesce a trovare se stessa.

Giovanni Fiorinelli nei panni di Torvald Helmer
Marito della protagonista
Inguaribile romantico, un principe azzurro “sfortunamente reale “.

Laura crotti nei panni di Helene, domestica e bambinaia della famiglia Helmer
Lavoratrice diligente e discreta.
Vuole molto bene ai bambini di Nora.

Stefano Tirloni nei panni di Dottor Rank, migliore amico di Helmer e Nora
Segretamente innamorato di Nora e affetto da una malattia che lo sta portando alla morte…
ma nonostante questo non si abbatte .

Giovanni aresi nei panni di Nils Krogstad, collega di Torvald.
E’un personaggio complesso, dal passato oscuro. A primo impatto risulta come l’antagonista della storia, ma poi si scopre essere molto di più.
Ad insaputa di Trovald, prestò una grossa somma a Nora che ora rivuole indietro.
Perciò premerà su Nora per ottenere dei vantaggi personali mettendo in moto la trama.

Tiziana Cortinovis nei panni di Kristine Linde.
Amica di scuola di Nora.
È una donna forte, riflessiva che prende decisioni con razionalità.

Ora che avete un quadro sui nostri attori e sui personaggi dell’opera,che ne dite di spoilerare un po’ la trama? Ovviamente non vi dirò tutto poiché ci tengo a vedervi a teatro…

Il dramma ci presenta il quadro di una coppia borghese con tre figli e si svolge nella casa di Nora e Torvald. A mio parere sembra quasi che i personaggi si muovano in uno spazio scenografico sghembo, caricaturale, oscillando tra la verità e la menzogna, tra il desiderio e la necessità. Una scena stilizzata per raccontare al meglio uno sconfortante deserto relazionale ed esistenziale popolato non da volti ma da maschere che si apprestano a inscenare un dramma della finzione.

Il marito Torvald Helmer è in procinto di diventare direttore della filiale di una banca di cui è già funzionario; Nora, la moglie, è una giovane donna con la quale Torvald sembra aver instaurato un rapporto più da padre premuroso che da marito, ritenendola puerile e spensierata. Nora però non è mai stata quella “bambola” irresponsabile che il marito sembra ritenere. In passato, infatti, per poter curare una grave malattia del marito, la donna ha contratto un debito con Krogstad, un usuraio, ottenendolo in modo illegale .

La situazione sembra migliorare quando Torvald è promosso direttore della filiale di banca in cui lavora. Proprio lì, però, è impiegato anche Krogstad. Per ottenere vantaggi personali, Krogstad minaccia Nora di rivelare tutto e comincia a ricattarla …

Come si comporterà Nora?

Cederà alle minacce di Krogstad oppure riuscirà ad affrontare la situazione con astuzia?
Se Trovald scoprisse ciò che ha fatto Nora, che provvedimenti metterà in atto? Resterà il dolce marito comprensivo oppure butterà giù la maschera e mostrerà il vero volto che ha nei confronti di Nora?

Sicuramente, se si tratta di un dramma, qualcosa di “SHOCK” succederà, no?

Bè cari lettori, il mio scopo in questo articolo è sicuramente quello di incuriosirvi su quest’opera teatrale che speriamo di potervi presentare il prima possibile!
Preparatevi a restare a bocca aperta di fronte alla scena conclusiva del dramma… e chissà quali saranno le vostre impressioni!

Resterete sbalorditi e scandalizzati come lo è stato il pubblico di tanti anni fa… oppure no?

Articoli di Fondo

Il Teatro ai tempi del Coronavirus

I comici dell’Arte lo sapevano: dopo il Carnevale, addio spettacoli! Almeno fino a Pasqua.

Certo, perché inizia la Quaresima: quaranta giorni di penitenza, riflessione o, se volete, purificazione per meglio accogliere il mistero Pasquale. È chiaro che, se devo pensare alla salute della mia anima, mica ci vado a vedere le Colombine e le Servette con quei bei decolté, fatti apposta per ingolosire gli spettatori. E mica pago per andare a ridere di lazzi e  battutacce, non sempre eleganti, giocati sugli istinti e sulle bestialità dell’uomo: tra sputazze, intrighi, inganni, diavoli che si chiamano con la formula “Berlich” e si scacciano con “Berloch” e  doppi sensi a tutto spiano, forse, mi sarei un tantino dimenticata dal monito del Mercoledì Santo “polvere sei e polvere ritornerai” (che per fortuna ora suona come un più dolce invito: “convertiti e credi al Vangelo”).

Insomma… dopo il Martedì Grasso, il teatro si fermava. Curioso che qui a Bergamo, la patria di Arlecchino e di Brighella, il fatidico STOP agli spettacoli sia scattato proprio nella domenica di Carnevale. Curioso che, dopo secoli dopo il tramonto della Commedia dell’Arte, si sia riesumata una misura restrittiva che durerà, più o meno, fino a Pasqua.

Ma di cosa mi stupisco, dopotutto? Siamo sinceri: quanti video e post che girano su Facebook e Whatsapp ce lo dicono? Dalla peste di manzoniana memoria, alle misure prese nel Medioevo per arginare le epidemie, ai servizi dei telegiornali dell’istituto “Luce” che parlano dell’influenza asiatica, direi che la mia riflessione sul teatro della serie non-c’è-niente-di-nuovo-sotto-il-sole non è proprio una trovata che brilla di originalità.

Servizio dell’Istituto Luce che, nel 1957, documenta la diffusione dell’influenza asiatica in Italia… interessanti le varie raccomandazioni!

Ma tant’è: come i colleghi di Goldoni, anche noi abbiamo interrotto bruscamente la nostra stagione… e se tralasciamo i dettagli che:

  • il divieto è stato emanato dalle autorità civili e non religiose,
  • i comici dell’arte non avevano da annullare delle date fissate in quaresima (perché semplicemente non le avevano programmate),
  • in gioco non c’è la salute delle anime ma degli spettatori in carne e ossa,

direi che noi attori siamo sulla stessa barca di quelli del Settecento. Anzi, dirò di più. Siamo sulla stessa barca anche dei sacerdoti, dato che in questo strano periodo sono sospese le messe. Un parallelismo non così incredibile, se anche Paolo Grassi, il co-fondatore del Piccolo Teatro Stabile di Milano con Giorgio Strehler, descriveva così il Teatro:

Il luogo dove una comunità liberamente riunita si rivela a se stessa, il luogo dove una comunità ascolta una parola da accettare o da respingere.

Ma basta coi discorsi sui massimi sistemi. Torniamo ai nostri tempi, magari evitando di rubare altre citazioni (che tra Paulo Coelho per il titolo, la liturgia per le Ceneri e da ultimo Paolo Grassi, ho già fatto sufficiente razzia).

Torniamo al Teatro in Quarantena.

Che c’è da dire? In effetti non molto: semplicemente, gli spettacoli, le prove, i festival, gli stage sono stati rimandati o cancellati, e la ragione è che è entrato, sulla scena del Teatro, il Coronavirus… e il mondo è troppo piccolo per tutti e due.

I problemi che si ripercuotono sul nostro lavoro di teatranti sono evidenti anche a chi non è del mestiere: no spettacolo, no party, no money. In più, senza prove, non si può nemmeno profondere energia nella creazione di uno spettacolo nuovo. Non da ultimo, c’è l’incertezza di quanto durerà quest’emergenza, che porta ad annullare (e non a rimandare) gli spettacoli e rende praticamente impossibile programmare il lavoro dei prossimi mesi.

E non è un modo per piangersi addosso, sia chiaro. È semplicemente un dato di fatto.

Avete presente il panico che è esploso quando è trapelata la bozza del Decreto che chiudeva la Lombardia? Tutti che dicevano: ma allora chiudono le aziende? E i lavoratori? Come faranno a tirare fine mese? Ecco. Noi viviamo lo stesso panico: se chiudono i teatri fino a data da destinarsi… la nostra azienda chiude!

Non tutti i mali vengono per nuocere.

Ci sono ricaduta, nel citazionismo, ma ho una buona ragione per farlo. Parlando con degli amici che lavorano come impiegati, questa frase è saltata più o meno fuori, in un bel momento di ottimismo.

“Vedrete che questa è la volta buona che ci svegliamo per lo smart-working. Vedrete che finalmente cominceremo a lavorare da casa e ci allineeremo ai Paesi più avanzati, dove è già la normalità.”

Io, che lavoro nel teatro e come guida turistica, ascoltavo pensierosa; con un po’ di amarezza, ho risposto:

“Sì, però dipende dai lavori che fai. Io, nel mio, ho bisogno della gente.”

E non è per essere attaccata al passato o per difendere una presunta purezza del mestiere. Senza pubblico non c’è teatro, e se non ci sono turisti non ci sono visite guidate.

In Facebook mi sono imbattuta in questo articolo di Enrico Galiano che fa riflettere sulla necessità del contatto tra persone per educare. Se vi interessa, lo trovate qui.

Leggevo in questi giorni dei suggerimenti da parte di persone che intervenivano nelle discussioni tra noi lavoratori dello spettacolo su Facebook, e c’era qualcuno che proponeva: fate spettacoli in streaming!

Mi è venuto da sorridere.

A parte che il pubblico è disaffezionato in generale al teatro e che, se non fai qualcosa di davvero interessante o richiesto, se non ti inserisci in una rassegna e non fai una marea di pubblicità, difficilmente avrai frotte di pubblico pagante.

Figurarsi se c’è gente che, avendo Netflix o Amazon Prime, decide di pagare un biglietto (poi, come…?) per vedere uno spettacolo in streaming.

Poi, a parte i monologhi o gli spettacoli con tre-quattro attori, che cosa puoi mettere in scena? Io faccio parte di una compagnia teatrale, e semplicemente le prove sono considerate “assembramento”.

Figurarsi uno spettacolo con 7-8 attori, a cui aggiungere regista, tecnico audio e video! E poi, dove lo giro? Noleggio un teatro? Pago un tecnico per fare le riprese, dando per scontato che rientrerò nelle spese? Faccio da me e rischio di creare un contenuto scadente che faccio pagare?

E, ultimo ma non ultimo… che razza di teatro è, quello in cui non c’è il pubblico? Personalmente, a parte qualche rarissima eccezione, non sopporto gli spettacoli in cui c’è un tetto massimo di poche decine di spettatori, non per limiti fisici dello spazio scenico, ma “per mantenere l’atmosfera”.

Figurarsi cosa posso pensare di una messa in scena in cui non c’è nemmeno uno spettatore!

Un attore come Maurizio Crozza che, pur facendo televisione, non ha mai rinunciato al pubblico in sala, confessa la sua desolazione davanti al pubblico di “500 seggiolini”. Trovate il video del suo monologo qui.

Il punto è, e chi fa teatro lo sa, è che essere in scena significa esattamente parlare al pubblico. Lo spettacolo è comunicare qualcosa, e aspettare anche la reazione della gente: se fai una battuta e non ride nessuno, la scena successiva ne risente. Se c’è un duello e nessuno sospende il fiato, la tua interpretazione non sarà intensa come quando hai centinaia di occhi puntati addosso. Se finalmente arrivi al punto in cui l’intreccio si scioglie, ma nessuno tira un sospiro di sollievo… lo sai anche tu che non stai facendo uno spettacolo. Stai facendo una prova.

E vi dirò di più. Anche il pubblico lo sa, che vedere uno spettacolo dal vivo o registrato non è la stessa cosa. Pretendereste che la gente non vada ai concerti perché tanto c’è YouTube Music o Spotify? No, perché non è la stessa cosa. Il teatro, lo spettacolo… sono carne, sangue e sudore. Respiri che si sentono, imperfezioni, colpi di tosse nel pubblico (rigorosamente protetti nell’incavo del gomito). Il teatro è presenza. È vivere qualcosa tutti insieme, ognuno con la sua sensibilità, ma tutti nello stesso luogo, nello stesso momento, proiettati nella stessa azione… perché, se le unità aristoteliche sono state superate nella drammaturgia, non si possono scavalcare nella messa in scena.

Una delle scene più belle di Finding Neverland – Un sogno per la vita è quando il protagonista invita, per il debutto dello spettacolo, venticinque orfani in sala. Loro, il pubblico che non si fa influenzare dai critici, sono il vero motore del successo della serata!

E quindi? Soluzioni? Eh, sinceramente non ne ho trovate: a parte aspettare che finisca quest’alta, altissima marea che mette in crisi un po’ tutti, penso che l’unica cosa da fare sia provare a prendere la rincorsa. Magari trovare il modo di riderci sopra, e accogliere questa interruzione forzata come l’opportunità per progettare qualcosa di buono.

E a chi ci dice “trovati un lavoro vero” cosa rispondiamo?

Bè, che ha ragione. Fare l’attore o il regista difficilmente è considerato “un lavoro vero”, ma un’amenità che qualcuno può permettersi grazie alle sue doti istrioniche. Non si pensa mai che sia frutto di studio, di prove, di doti artistiche da coltivare, di lavoro in team, di capacità organizzative e elasticità mentale. È considerato essenzialmente un passatempo.

Eppure, il teatro (disturbiamo ancora una volta Paolo Grassi) è

fra le arti la più idonea a parlare direttamente al cuore e alla sensibilità della collettività. Noi vorremmo che autorità e giunte comunali si formassero questa precisa coscienza del teatro considerandolo come una necessità collettiva, come un bisogno dei cittadini, come un pubblico servizio alla stregua della metropolitana e dei vigili del fuoco.

Ora è il momento di calare il sipario su una riflessione aperta, a cui sarebbe gradevole aggiungere altre voci e prospettive: le vostre, se volete.

Ma, prima di lasciarvi, come posso chiudere questo articolo, sintetizzando in una frase ciò che vorrei comunicare? Ci vorrebbe una voce autorevole, un’espressione lapidaria, che rimanga impressa…

(Ho fatto trenta… faccio trentuno. Cosa suggerisce Paolo Grassi?)

Il Teatro ha bisogno dei cittadini.