Note di Regia

Una squadra fortissimi

Avete presente quando, alle elementari o alle medie, vi toccava formare una squadra? Io ricordo molto bene le partite a palla prigioniera all’intervallo che, quando non erano il classico derby 3^A VS 3^B, richiedevano una consumata abilità tattica nella scelta dei membri vincenti. Ecco, sono passati anni da allora… anzi, decenni… eppure, a ogni nuovo spettacolo, puntualmente si ripropone per me il dilemma del caposquadra: chi metto nel cast?

Devo essere sincera. Prima di pensare a cosa scrivere in questo articolo, non mi sono mai sentita una “caposquadra”: la genesi di uno spettacolo della Gilda non è una sfida contro un avversario e, finché la compagnia contava pochi attori, abbiamo sempre cercato di dare una parte a ciascuno. Il bello, per noi, è sempre stato recitare insieme, incontrarci e ridere alle prove, imparare dai talenti degli altri e soprattutto calcare il palco più volte che si poteva. Insomma, per la Gilda non è mai stato un “chi scelgo?”, ma un “chi di voi è disponibile?”.

Le cose sono un po’ cambiate negli ultimi anni, quando il lavoro ha cominciato a ingranare meglio che mai e si è reso necessario produrre più di uno spettacolo all’anno per andare incontro alle richieste degli organizzatori e del pubblico. Non ridete, dico sul serio! Prima dell’emergenza sanitaria, stavamo andando alla grande. Anche per questo avevamo pensato di mettere in scena uno spettacolo che, come Casa di Bambola, prevede solo sei attori.

Dico “avevamo pensato” non per usare il plurale maiestatis che fa molto sovrano d’altri tempi, ma perché la direzione che prendono gli spettacoli, in gergo “la direzione artistica” della compagnia, passa inesorabilmente da almeno due doganieri: la sottoscritta, che annusa l’aria come Gandalf e decreta che “quella è la via”, e mio marito Nicola che, come Gandalf, a volte riserva alle mie ispirazioni lo stesso trattamento del Barlog di Morgoth.

Non sempre la scelta del nuovo spettacolo è una questione pacifica, in famiglia.

Dopo questa piccola parentesi sulla genesi del repertorio della compagnia, torniamo alla questione. Fare il cast per Casa di Bambola è stato un po’ come comporre una squadra di palla prigioniera, e la nostra campagna acquisti ha avuto questo esito:

  1. Doralice della Famiglia dell’Antiquario, la Nuora >Nora (notare il minimo cambiamento di lettere)
  2. Romeo di Romeo e Giulietta >Torvald Helmer
  3. Beatrice di Molto Rumore per Nulla > Signora Linde
  4. Valafrido del Principe Scambiato > Nils Krogstad
  5. Uno dei tre narratori della nostra versione di Fantaghirò> Dottor Rank
  6. Lucia Mondella dei Promessi Sposi 2.0 > Helene

Ora, mi rendo conto che quello elencato sembri più un minestrone di personaggi che un cast. Eppure, nella ricetta deve esserci proprio questo: l’aver vestito i panni dei ruoli più diversi, aver lavorato negli spettacoli più impensati, e aver conosciuto i propri colleghi nelle più varie sfaccettature espressive. Già. L’ingrediente segreto è l’affiatamento. Anzi, mi correggo: la fiducia.
L’affiatamento viene col tempo. Ci si conosce, ci si misura, si recita insieme, e il gioco è fatto. La fiducia, invece, è un altro paio di maniche: è un dono, una virtù, una grazia. Scegliete voi la definizione che preferite… l’importante è ricordare che è assurdamente difficile da conquistare e piuttosto facile da perdere. No Martini? No party. No Fiducia? No affiatamento.

Ecco un’immagine del debutto di Nora come attrice nel 2012. Faceva l’innaffiatoio: una bella carriera, non trovate?

In questo, ci sentiamo (e io mi sento) profondamente privilegiati. Tutte le ragazze e i ragazzi della compagnia ci degnano di una grandissima fiducia, anche quando proprioniamo loro delle vere e proprie mission impossible. Cosa intendo? Be’, intendo che a uno dei nostri più navigati attori brillanti, specializzato nelle parti comiche, abbiamo proposto di interpretare il tormentato Krogstad (che di comico, forse, avrà solo la pettinatura). Intendo che alla protagonista di Casa di Bambola, di scena per due ore e un quarto con una sola breve pausa, abbiamo chiesto di addossarsi questo difficile ruolo. Intendo che, a un gruppo abituato a interpretare commedie divertenti e fiabe a lieto fine, abbiamo chiesto di mettere mano a un copione di grandissima carica drammatica e scarsissimo tenore comico.

I ragazzi si sono fidati di noi e hanno scelto di mettere al servizio di un miraggio, ossia il debutto di uno spettacolo concepito in periodo Covid-19, molto del loro tempo e tante delle loro energie. E’ una responsabilità non indifferente, perché conosciamo il livello di coinvolgimento che un lavoro simile comporta, e sappiamo anche quanto alacremente sanno applicarsi i nostri attori allo studio della parte e alla preparazione del personaggio. E’ una responsabilità che sentiamo, sì, e che ci spinge a pianificare con attenzione cura il lavoro di ciascuno.

E veniamo al sodo di questo mio lungo preambolo. Dall’alto della mia posizione di regista, ve lo confesso, ogni tanto la tentazione di usare il plurale maiestatis c’è. Ogni tanto ho di quei momenti in cui, in un sordo e crescente vibrare di campane tibetane e in un fascio di luce dorata, mi sento Semola che estrae la Spada dalla Roccia. “Io” insegno agli attori come leggere il testo. “Io” li correggo. “Io” ho una visione dello spettacolo a cui loro devono conformarsi. Suona antipatico, vero? Eh, lo so. A volte mi sto antipatica da sola.

E questa mia regalità registica è corredata di appunti sul copione, schizzi sui fogli da disegno, lunghe spiegazioni su come-vedo-la-scena, analisi chirurgiche di questa o quella battuta… insomma, quando mi impegno mi prendo sul serio. Il mio motto in questi casi? Tutto sotto controllo.

“Un po’ più a destra, un po’ più a sinistra…” i dettagli fanno la differenza, in fondo!

Adesso potete ridere. Sì, perché non c’è niente di più stupido di pretendere che sia “tutto sotto controllo” quando si parla di Arte. E ancora di più nel teatro: cercare di controllare uno spettacolo è come tenere sul fuoco una pentola a pressione senza farla sfiatare, perché non si possono contenere le energie, la creatività, la personalità di tanti attori che mettono mente, anima e corpo al servizio del loro personaggio. Una simile carica non è da controllare: è da gestire, assecondare, gustare. Nel corso delle prove c’è la stessa tensione tangibile di un interrogatorio a un omicida che mente spudoratamente, la stessa allegria del Carnevale in maschera, lo stesso sudore che in un allenamento sportivo, la stessa dedizione di un orafo che cesella metallo prezioso.

Ed è in questo che la lezione di umiltà si manifesta. C’è, in tutte le prove (ma in Casa di Bambola in particolare) un momento di non ritorno; un momento in cui quello che hai fatto e detto fino a quel momento sembra sparire, dissolversi, non esistere più, o addirittura non esserci mai stato… e lo spettacolo diventa una creatura a sé, qualcosa che sì, forse qua e là ti somiglia, ma va con le sue gambe. Con le gambe dei suoi interpreti, a dirla tutta. E tu, che avevi tutto sotto controllo, ti trovi come seduto al cinema a vedere un film di cui non sai praticamente nulla; e guardi gli attori e dici: “ma chi sono questi? Dove sono finite le persone che conoscevo?”

Faccio fatica a spegarlo, perciò uso un’ultima immagine. Prendete le tessere del gioco del Domino, mettetele in equilibrio sul lato stretto e create una figura. Impiegate fatica e tempo per farlo, ma alla fine guardate soddisfatti alla vostra spirale di tesserine: poi basta un tocco, un alito di vento, un gatto che passa e… zac! Tutta la vostra abilità geometrica cade a catena. Eppure quello che resta non è un caos disordinato, ma un disegno nuovo, più unito e compiuto.
Ecco quello che ho provato, quando per la prima volta ho visto il sorriso solare di Stefano trasformarsi in uno sguardo intenso e carico di desiderio. Ecco cosa è successo, quando Tiziana/Linde e Giovanni/Krogstad si sono dati appuntamento fuori casa degli Helmer. Ecco cosa succede quando Laura, a quasi vent’anni, parla come una vedova e madre di famiglia. Ecco cosa è accaduto, quando ho ascoltato Giovanni/Helmer e Marzia/Nora recitare di filato l’ultimo atto.

Cos’è per me la regia? Condividere una visione, predisporre la direzione in cui guardare.

Ve lo dico chiaro e tondo, cosa è successo. La “caposquadra” con la Spada nella Roccia si è resa conto che il suo posto è in panchina. Anzi, diciamo nel parterre, con i popcorn nella destra e i fazzolettini di carta nella sinistra, per godersi lo spettacolo di quella “squadra fortissimi, piena di gente fantastici” che sa far ridere, ammaliare e far sognare anche il più inaccessibile dei cuori di pietra… quello della regista, che credeva di avere tutto sotto controllo.

La parola agli attori

«Nora, Nora» e l’incontro con il sig. Stanislavskij

Breve resoconto della croce e delizia degli attori: rendere credibile un personaggio

Estate 2020. Dopo mesi di quarantena, incertezza e stress finalmente si ha la sensazione di ricominciare a respirare. Insieme alla voglia di tornare ad una sorta di “normalità” si fa spazio una vocina nella mia testa che dice solo una parola: teatro. Mi rendo conto che probabilmente per alcuni l’ultimo pensiero, in una situazione del genere, sia proprio il teatro… ma dopo anni scanditi da prove, spettacoli e laboratori è diventato la quotidianità per me. È un amico, un amico che dopo mesi di assenza forse poteva tornare a farsi sentire. La compagnia inizia a muoversi: letture animate con spettatori dai balconi e due spettacoli all’aperto. Miriam e Nicola (rispettivamente regista e direttore artistico della compagnia) non sono stati certo fermi nel periodo di lockdown e hanno iniziato a lavorare ad un progetto ambizioso: Casa di Bambola. Arriva così ad agosto la fatidica chiamata: Vorresti interpretare Nora? Il resto è storia…

Ed eccomi qua con il mio compagno di disavventure Giovanni Fiorinelli che si presterà ad essere il mio amato maritino, Torvald Helmer

Torniamo indietro di qualche anno: una più giovane e avventurosa me si imbarca, con Miriam e Nicola, nell’impresa di andare a vedere uno spettacolo al Centro Teatrale Bresciano. Pronti via! Saliamo in macchina, trenta minuti di viaggio accompagnati da ottima musica. Altri trenta minuti per trovare parcheggio, ma Nicola non demorde e raggiunge l’obbiettivo. Bene, ormai ci siamo. Sì, ma è tardi e quindi bisogna correre per non perdere l’inizio. Arriviamo al teatro trafelati, senza fiato e con un possibile infarto in atto, ma siamo in tempo. Entriamo e il meraviglioso blu che caratterizza il teatro di Brescia si sprigiona tutto in torno a noi, ci sediamo e gli attori occupano il palcoscenico. Dopo circa due ore e mezza, trascorse come uno schiocco di dita, mi ritrovo ad applaudire attonita e con le lacrime agli occhi. Quello spettacolo era Casa di Bambola.

Nel caso in cui ve lo siate persi ecco il trailer dello spettacolo made in Gilda, giusto per farvi capire il mood dell’opera

Ho voluto raccontarvi questo aneddoto per farvi capire quanto sia stata felice di accettare una parte come quella di Nora. Dopo l’iniziale entusiasmo, però, ha cominciato a nascere in me la paura. Sì, paura. Perché, vi chiederete. Perché una parte come quella di Nora non può essere affrontata con leggerezza, con incoscienza. Mostri sacri si sono cimentati in questa parte: Alla Nazimova, Lilla Brignone, Giulia Lazzarini, Ottavia Piccolo, Micaela Esdea. Immaginatemi ora in iperventilazione con le ginocchia diventate due budini. L’unica cosa che riuscivo a ripetermi era: un bel respiro e passa la paura.

Neanche il Covid ci può fermare, la compagnia approda su Meet

Autunno 2020. Iniziano le prove, e vista la situazione sanitaria, dobbiamo reinventarci e lanciarci online. Meet diventa il nostro fedele compagno e iniziamo a studiare la parte, atto dopo atto. Vista la complessità del copione, Miriam e Nicola decidono di concentrarsi sullo studio del personaggio. Ed ecco l’incontro con Stanislavskij che ho anticipato nel titolo. Mentre lo studio del copione procede, vengono date a tutti gli attori delle indicazioni per fare una specie di identikit del proprio personaggio. Dovevamo cercare di capire come parla e come si muove; quale è il suo passato e quale potrebbe essere il suo futuro; che tipo di rapporto potremmo avere con loro. Una volta capito tutto questo, dovevamo traslarlo in parole e raccontarlo ai nostri compagni. Ogni incontro per l’identikit diventava un momento di confronto tra tutti noi: ognuno diceva la propria opinione, dava consigli e suggerimenti. Sicuramente, una delle mie parti preferite delle prove. Non è la prima volta che cerco di studiare un personaggio e trovare una connessione con lui, ma sicuramente non mi era mai capitato di farlo in maniera così accurata. Credo che questo esercizio sia stato fondamentale per inquadrare Nora, o per lo meno la mia Nora.

Sì, lo so… Avrei potuto scegliere una foto seria ma questa sicuramente mi rispecchia di più, e forse anche la mia Nora. E poi quanto siamo belli tutti sorridenti?

Una piccola precisazione è d’obbligo: il lavoro che abbiamo fatto non rispecchia al cento per cento quello di Stanislavskij. Ci siamo ispirati a lui e abbiamo cercato di raccogliere gli spunti che per noi erano più interessanti e che potevamo mettere in pratica anche lavorando a distanza. Devo dire che l’inizio non è stato dei migliori. Immaginate di ritrovarvi davanti ad una tela bianca e di poter creare tutto ciò che volete. In un primo momento potreste pensare che sia fantastico poter esprimere tutta la vostra creatività… ma la libertà può anche spaventare. Il testo di Ibsen è stato una guida fondamentale, senza quello non avrei potuto avere dei confini all’interno dei quali muovermi e riempire gli spazi vuoti. Leggendo e rileggendo il copione, mi rendevo sempre più conto di quanto Nora poteva avvicinarsi a me, ed è stato fondamentale il lavoro sull’identikit per calarmi completamente nel personaggio. Tante altre attrici hanno già interpretato Nora, ma questa è la mia occasione per darle altre sfumature, trovare dei modi diversi e a me affini per caratterizzarla.

I miei Virgilio in questa impresa titanica

Tutto molto bello, direte voi, ma tutto questo lavoro a cosa serve? Serve a rendere credibile il personaggio. Nora dopotutto è personaggio di fantasia, scritto in maniera meravigliosa, non c’è dubbio, ma è pur sempre inchiostro su carta. La sfida è renderla vera, renderla credibile con i suoi sbalzi d’umore e con la sua incapacità di comprendere appieno quello che le sta accadendo intorno. Io non sono Nora: non sono sposata, non sono madre e non ho vissuto le esperienze che l’hanno resa la donna che conoscerete nello spettacolo. Ma è questo che mi affascina, trovare nel dramma che ha vissuto e che sta per vivere delle affinità con le esperienze che mi hanno reso la donna che cerca di interpretarla. Durante uno stage teatrale il regista e attore Juri Ferrini ci disse: Dovete difendere il vostro personaggio. Difenderlo ad ogni costo, aggiungerei io. Non importa quanto può essere poco verosimile il suo comportamento, non importa quanto le sue scelte possano essere opinabili, non importa quanti errori abbia commesso dobbiamo difenderlo, sempre. Dobbiamo capirlo, assecondarlo e appoggiarlo, qualsiasi cosa accada. Questo è l’obbiettivo che mi sono prefissata quando ho accettato la parte di Nora. Vorrei che Nora rimanesse nella testa degli spettatori una volta finito lo spettacolo. Vorrei che gli spettatori si chiedano cosa avrebbero fatto loro in quella situazione e che, nonostante tutto, la riescano a capire… come sto cercando di fare io. Per quanto questo personaggio mi faccia arrabbiare, per quanto sia difficile rendere credibile le montagne russe che sono le sue emozioni, per quanto sia distante da me e per quanto alcuni aspetti di lei non riesco proprio a mandarli giù, io… le voglio bene; sì, le voglio bene, e per questo cerco di comprenderla e di appoggiare tutte le scelte che compie durante l’opera. Ho paura di non riuscire a trasmettere tutto questo? Assolutamente sì. Ma quando, durante le prove, mi spoglio di tutto quello che è successo durante la giornata, quando tolgo tutto lo stress del lavoro, la casa, le scadenze da rispettare e divento Nora mi sento più leggera. So che i miei compagni, la mia regista e il mio direttore artistico sono lì per supportarmi e per riprendermi, quando necessario. Ci sono prove che non vedi l’ora finiscano perché sono troppo pesanti, perché non funziona niente e tutto quello che dici in realtà è solo un ammasso di parole recitate e non sentite, ma nonostante questo la voglia di migliorare per me, per i miei compagni è sempre maggiore.

Ecco qui la quota rosa di questo spettacolo. Certo, manca la regista… chissà dove si era cacciata

Primavera 2021 (quasi). Abbiamo finito l’identikit, abbiamo finito lo studio della parte e ora si iniziano a provare gli atti. Dopo tutto quello che abbiamo vissuto in questi mesi mi è venuto spontaneo pormi alcune domande.

Cosa mi aspetto dal giorno dello spettacolo? Mi aspetto agitazione, ansia, paura di fallire ma anche tanta gioia perché nonostante il periodo difficile che abbiamo attraversato, nonostante le prove online, nonostante la fatica e le ore di studio passate sul copione siamo tutti consapevoli di esserci messi alla prova. Abbiamo calato i nostri assi dalle maniche, siamo cresciuti come attori e abbiamo davvero dato il massimo.

Cosa porterò con me di questa esperienza? La volontà di creare sempre un rapporto con il mio personaggio, di renderlo vero, per quanto mi è possibile. Mi sono resa conto di quanto un lavoro di gruppo sia fondamentale, a prescindere dal numero di battute del proprio ruolo nello spettacolo. Mi porterò dietro la consapevolezza di quanto un copione possa mettermi in crisi, la convinzione che, anche quando le richieste di un regista sembrano impossibili, puoi trovare un modo per renderle tue e raggiungere l’obbiettivo. Ora ho capito ancora di più che quando delle persone ripongono fiducia in te difficilmente è mal riposta, nonostante tu ti possa sentire sopraffatto dal compito e per quanto gli ostacoli ti sembrano insormontabili.

L’ultima grande domanda che mi sono posta è: cosa mi ha insegnato Nora? Mi ha insegnato che per quanto le cose possano essere difficili, per quanti sbagli possiamo commettere, il dovere più grande che abbiamo è quello verso noi stessi. Sarebbe facile vivere in una casa di bambola: abituarsi agli orpelli, alle conversazioni vuote e ai finti sorrisi… ma quando la realtà distrugge la fantasia, lì davvero capiamo di essere liberi. Questo auguro agli spettatori: siate coraggiosi e liberi, siate un po’ come Nora.

Articoli di Fondo

Il Teatro ai tempi del Coronavirus

I comici dell’Arte lo sapevano: dopo il Carnevale, addio spettacoli! Almeno fino a Pasqua.

Certo, perché inizia la Quaresima: quaranta giorni di penitenza, riflessione o, se volete, purificazione per meglio accogliere il mistero Pasquale. È chiaro che, se devo pensare alla salute della mia anima, mica ci vado a vedere le Colombine e le Servette con quei bei decolté, fatti apposta per ingolosire gli spettatori. E mica pago per andare a ridere di lazzi e  battutacce, non sempre eleganti, giocati sugli istinti e sulle bestialità dell’uomo: tra sputazze, intrighi, inganni, diavoli che si chiamano con la formula “Berlich” e si scacciano con “Berloch” e  doppi sensi a tutto spiano, forse, mi sarei un tantino dimenticata dal monito del Mercoledì Santo “polvere sei e polvere ritornerai” (che per fortuna ora suona come un più dolce invito: “convertiti e credi al Vangelo”).

Insomma… dopo il Martedì Grasso, il teatro si fermava. Curioso che qui a Bergamo, la patria di Arlecchino e di Brighella, il fatidico STOP agli spettacoli sia scattato proprio nella domenica di Carnevale. Curioso che, dopo secoli dopo il tramonto della Commedia dell’Arte, si sia riesumata una misura restrittiva che durerà, più o meno, fino a Pasqua.

Ma di cosa mi stupisco, dopotutto? Siamo sinceri: quanti video e post che girano su Facebook e Whatsapp ce lo dicono? Dalla peste di manzoniana memoria, alle misure prese nel Medioevo per arginare le epidemie, ai servizi dei telegiornali dell’istituto “Luce” che parlano dell’influenza asiatica, direi che la mia riflessione sul teatro della serie non-c’è-niente-di-nuovo-sotto-il-sole non è proprio una trovata che brilla di originalità.

Servizio dell’Istituto Luce che, nel 1957, documenta la diffusione dell’influenza asiatica in Italia… interessanti le varie raccomandazioni!

Ma tant’è: come i colleghi di Goldoni, anche noi abbiamo interrotto bruscamente la nostra stagione… e se tralasciamo i dettagli che:

  • il divieto è stato emanato dalle autorità civili e non religiose,
  • i comici dell’arte non avevano da annullare delle date fissate in quaresima (perché semplicemente non le avevano programmate),
  • in gioco non c’è la salute delle anime ma degli spettatori in carne e ossa,

direi che noi attori siamo sulla stessa barca di quelli del Settecento. Anzi, dirò di più. Siamo sulla stessa barca anche dei sacerdoti, dato che in questo strano periodo sono sospese le messe. Un parallelismo non così incredibile, se anche Paolo Grassi, il co-fondatore del Piccolo Teatro Stabile di Milano con Giorgio Strehler, descriveva così il Teatro:

Il luogo dove una comunità liberamente riunita si rivela a se stessa, il luogo dove una comunità ascolta una parola da accettare o da respingere.

Ma basta coi discorsi sui massimi sistemi. Torniamo ai nostri tempi, magari evitando di rubare altre citazioni (che tra Paulo Coelho per il titolo, la liturgia per le Ceneri e da ultimo Paolo Grassi, ho già fatto sufficiente razzia).

Torniamo al Teatro in Quarantena.

Che c’è da dire? In effetti non molto: semplicemente, gli spettacoli, le prove, i festival, gli stage sono stati rimandati o cancellati, e la ragione è che è entrato, sulla scena del Teatro, il Coronavirus… e il mondo è troppo piccolo per tutti e due.

I problemi che si ripercuotono sul nostro lavoro di teatranti sono evidenti anche a chi non è del mestiere: no spettacolo, no party, no money. In più, senza prove, non si può nemmeno profondere energia nella creazione di uno spettacolo nuovo. Non da ultimo, c’è l’incertezza di quanto durerà quest’emergenza, che porta ad annullare (e non a rimandare) gli spettacoli e rende praticamente impossibile programmare il lavoro dei prossimi mesi.

E non è un modo per piangersi addosso, sia chiaro. È semplicemente un dato di fatto.

Avete presente il panico che è esploso quando è trapelata la bozza del Decreto che chiudeva la Lombardia? Tutti che dicevano: ma allora chiudono le aziende? E i lavoratori? Come faranno a tirare fine mese? Ecco. Noi viviamo lo stesso panico: se chiudono i teatri fino a data da destinarsi… la nostra azienda chiude!

Non tutti i mali vengono per nuocere.

Ci sono ricaduta, nel citazionismo, ma ho una buona ragione per farlo. Parlando con degli amici che lavorano come impiegati, questa frase è saltata più o meno fuori, in un bel momento di ottimismo.

“Vedrete che questa è la volta buona che ci svegliamo per lo smart-working. Vedrete che finalmente cominceremo a lavorare da casa e ci allineeremo ai Paesi più avanzati, dove è già la normalità.”

Io, che lavoro nel teatro e come guida turistica, ascoltavo pensierosa; con un po’ di amarezza, ho risposto:

“Sì, però dipende dai lavori che fai. Io, nel mio, ho bisogno della gente.”

E non è per essere attaccata al passato o per difendere una presunta purezza del mestiere. Senza pubblico non c’è teatro, e se non ci sono turisti non ci sono visite guidate.

In Facebook mi sono imbattuta in questo articolo di Enrico Galiano che fa riflettere sulla necessità del contatto tra persone per educare. Se vi interessa, lo trovate qui.

Leggevo in questi giorni dei suggerimenti da parte di persone che intervenivano nelle discussioni tra noi lavoratori dello spettacolo su Facebook, e c’era qualcuno che proponeva: fate spettacoli in streaming!

Mi è venuto da sorridere.

A parte che il pubblico è disaffezionato in generale al teatro e che, se non fai qualcosa di davvero interessante o richiesto, se non ti inserisci in una rassegna e non fai una marea di pubblicità, difficilmente avrai frotte di pubblico pagante.

Figurarsi se c’è gente che, avendo Netflix o Amazon Prime, decide di pagare un biglietto (poi, come…?) per vedere uno spettacolo in streaming.

Poi, a parte i monologhi o gli spettacoli con tre-quattro attori, che cosa puoi mettere in scena? Io faccio parte di una compagnia teatrale, e semplicemente le prove sono considerate “assembramento”.

Figurarsi uno spettacolo con 7-8 attori, a cui aggiungere regista, tecnico audio e video! E poi, dove lo giro? Noleggio un teatro? Pago un tecnico per fare le riprese, dando per scontato che rientrerò nelle spese? Faccio da me e rischio di creare un contenuto scadente che faccio pagare?

E, ultimo ma non ultimo… che razza di teatro è, quello in cui non c’è il pubblico? Personalmente, a parte qualche rarissima eccezione, non sopporto gli spettacoli in cui c’è un tetto massimo di poche decine di spettatori, non per limiti fisici dello spazio scenico, ma “per mantenere l’atmosfera”.

Figurarsi cosa posso pensare di una messa in scena in cui non c’è nemmeno uno spettatore!

Un attore come Maurizio Crozza che, pur facendo televisione, non ha mai rinunciato al pubblico in sala, confessa la sua desolazione davanti al pubblico di “500 seggiolini”. Trovate il video del suo monologo qui.

Il punto è, e chi fa teatro lo sa, è che essere in scena significa esattamente parlare al pubblico. Lo spettacolo è comunicare qualcosa, e aspettare anche la reazione della gente: se fai una battuta e non ride nessuno, la scena successiva ne risente. Se c’è un duello e nessuno sospende il fiato, la tua interpretazione non sarà intensa come quando hai centinaia di occhi puntati addosso. Se finalmente arrivi al punto in cui l’intreccio si scioglie, ma nessuno tira un sospiro di sollievo… lo sai anche tu che non stai facendo uno spettacolo. Stai facendo una prova.

E vi dirò di più. Anche il pubblico lo sa, che vedere uno spettacolo dal vivo o registrato non è la stessa cosa. Pretendereste che la gente non vada ai concerti perché tanto c’è YouTube Music o Spotify? No, perché non è la stessa cosa. Il teatro, lo spettacolo… sono carne, sangue e sudore. Respiri che si sentono, imperfezioni, colpi di tosse nel pubblico (rigorosamente protetti nell’incavo del gomito). Il teatro è presenza. È vivere qualcosa tutti insieme, ognuno con la sua sensibilità, ma tutti nello stesso luogo, nello stesso momento, proiettati nella stessa azione… perché, se le unità aristoteliche sono state superate nella drammaturgia, non si possono scavalcare nella messa in scena.

Una delle scene più belle di Finding Neverland – Un sogno per la vita è quando il protagonista invita, per il debutto dello spettacolo, venticinque orfani in sala. Loro, il pubblico che non si fa influenzare dai critici, sono il vero motore del successo della serata!

E quindi? Soluzioni? Eh, sinceramente non ne ho trovate: a parte aspettare che finisca quest’alta, altissima marea che mette in crisi un po’ tutti, penso che l’unica cosa da fare sia provare a prendere la rincorsa. Magari trovare il modo di riderci sopra, e accogliere questa interruzione forzata come l’opportunità per progettare qualcosa di buono.

E a chi ci dice “trovati un lavoro vero” cosa rispondiamo?

Bè, che ha ragione. Fare l’attore o il regista difficilmente è considerato “un lavoro vero”, ma un’amenità che qualcuno può permettersi grazie alle sue doti istrioniche. Non si pensa mai che sia frutto di studio, di prove, di doti artistiche da coltivare, di lavoro in team, di capacità organizzative e elasticità mentale. È considerato essenzialmente un passatempo.

Eppure, il teatro (disturbiamo ancora una volta Paolo Grassi) è

fra le arti la più idonea a parlare direttamente al cuore e alla sensibilità della collettività. Noi vorremmo che autorità e giunte comunali si formassero questa precisa coscienza del teatro considerandolo come una necessità collettiva, come un bisogno dei cittadini, come un pubblico servizio alla stregua della metropolitana e dei vigili del fuoco.

Ora è il momento di calare il sipario su una riflessione aperta, a cui sarebbe gradevole aggiungere altre voci e prospettive: le vostre, se volete.

Ma, prima di lasciarvi, come posso chiudere questo articolo, sintetizzando in una frase ciò che vorrei comunicare? Ci vorrebbe una voce autorevole, un’espressione lapidaria, che rimanga impressa…

(Ho fatto trenta… faccio trentuno. Cosa suggerisce Paolo Grassi?)

Il Teatro ha bisogno dei cittadini.

La parola agli attori

La Compagnia Teatrale: perché farne parte?

Quelli tra palco e realtà…

Prima di arrivare a rispondere a questo nuovo quesito , vorrei inserire come premessa che, quando si parla di compagnia teatrale, si intende  un gruppo di persone che costituiscono il cast artistico e tecnico che lavorano insieme affinché si possa realizzare uno spettacolo teatrale .

In linee generali ci sono diversi obiettivi a cui ciascuna compagnia cerca di mirare per i propri membri, ma anche per il proprio pubblico; per esempio, si può puntare a fare rappresentazioni comiche, creare fiabe per bambini, trovarsi solo per passatempo o gettare le basi per un lavoro vero e proprio. Tutto dipende da chi compone il gruppo e da quali sono le ispirazioni che lo animano.

Infatti all’interno di tale gruppo si cresce sia artisticamente sia personalmente poiché si ha la possibilità di non finire mai di imparare, di socializzare e di divertirsi.

#squadraginew

In modo particolare vorrei raccontarvi un po’ la mia esperienza, perché non vorrei che fosse percepito il tutto come “qualcosa solo riferito ai professionisti del mestiere”, roba da Hollywood e Actor’s studio; infatti ci sono moltissime persone ( noi compresi) che hanno iniziato la loro carriera artistica come hobby oppure casualmente perché “c’erano gli amici ” … e a questo proposito tengo a sottolineare come sia anche un bene iniziare questa esperienza affiancati da qualcuno che si conosce, per poi arrivare piano piano a costruirsi da soli le proprie ali e gettarsi in altre opportunità legate al teatro. 

Perciò niente scuse: se vedete un amico alle prese con Shakespeare e pensate che la cosa sia divertente e appassionante, buttatevi ! Pensate che spesso ho avuto amici che, dopo essere venuti a vedermi in uno spettacolo, oppure dopo che mi hanno aiutato a studiare la parte, mi hanno detto cose tipo: “io non sono capace”, “sono timido”, “non so nemmeno come si fa a recitare”, ecc. Sapete cosa vi dico? Non lasciate che la timidezza o il timore arrivino a limitare la vostra curiosità nel poter scoprire voi stessi in un ambito diverso e, tanto per la cronaca, e tengo a sottolinearlo,  nemmeno io sapevo assolutamente nulla di recitazione! Quello dell’attore mi sembrava un talento rivolto solo a poche persone, forse perché ho sempre creduto che RECITARE era = JIM CARREY … dimenticandomi che ” il teatro è per tutti” e che in chiunque, a prescindere dalle origini, dal carattere e dalle aspirazioni, potrebbe nascondersi un grande interprete, capace di suscitare emozioni uniche negli spettatori.

Per dimostrarvelo, visto che l’ho citato, parliamo di Jim Carrey : prima di arrivare a diventare uno degli attori (e non solo, poiché è imitatore, cabarettista, produttore cinematografico ecc.) più famosi, lavorò da giovane come addetto alle pulizie di una fabbrica e iniziò a dedicarsi alla sua carriera di comico in alcuni club; quindi, udite udite , c’è speranza  anche per tutti noi! Certo, per fare il grande salto da addetto alle pulizie a star del cinema ,magari è bene avere un po’ di infarinatura di tecniche attoriali, di dizione, ecc. Ma non bisogna mai scordare che l’attore è molto più di questo: un attore è anche espressione!

E poi vorrei ricordarvi che  noi siamo costantemente “attori” della nostra vita … l’unica differenza è che quello “professionista” presenta esplicitamente il suo ruolo in un teatro mentre “l’attore quotidiano” ha come palcoscenico contesti reali, non etichettati con l’insegna “TEATRO”… Sembra una cosa complicata, vero? Bè, provate a pensare a una vostra tipica giornata: ad esempio, io oggi ho interpretato il ruolo di studentessa all’interno del contesto universitario; allo stesso tempo assumevo il ruolo di amica mentre facevo una battuta con la mia vicina di banco, sono stata anche una viaggiatrice in treno e ho persino interpretato il ruolo di figlia che chiede alla madre di farle il pollo per cena e così via … Insomma, in base ai contesti sociali mostriamo una parte di noi e interpretiamo un ruolo che in quel momento ci appartiene; ora non sto qua a farvi un discorso sociologico a riguardo, ma vi suggerisco questo link simpatico  in cui troverete un interessante dibattito sul tema, in cui i protagonisti sono un attore e un intervistatore televisivo.

Ma torniamo al quesito iniziale: perché fare l’attore in una compagnia teatrale è una scelta che vi consiglio, piuttosto che intraprendere questa carriera in modo individuale ? 

Per prima cosa, come avevo già scritto nell’articolo precedente (https://lagildadelleartiteatrobergamo.wordpress.com/2019/10/07/teatro-hobby-passione-o-formazione/) riporto anche su queste pagine che La Gilda delle Arti ci ha insegnato anche a gestire i nostri “ruoli” al di fuori del palcoscenico, cioè da un lato abbiamo un ruolo individuale molto importante poiché la compagnia è costituita da ciascuno di noi e allo stesso tempo è anche un team in cui  assumiamo un ruolo legato alla collettività.

Quindi si parla di un lavoro sul singolo e sul gruppo.

Per quanto riguarda il primo, posso affermare che una delle cose fondamentali che ho appreso è il fatto che non si smette mai di  IMPARARE, in modo particolare dagli altri. Ho sempre provato ammirazione per molti miei colleghi e, tramite l’osservazione e l’interazione con loro, ho sviluppato la capacità di costruire uno stile e un portamento originale nel mio modo di recitare. 

Comunque vorrei soffermarmi di più sul secondo punto, cioè sul valore del lavoro di gruppo: come ho anticipato prima,  far parte di una compagnia teatrale aiuta a socializzare e quindi a creare nuovi legami o a rafforzare quelli già esistenti, permettendoci il confronto e lo sviluppo dell’empatia. 

Tale attitudine, definita più specificamente come COMPLICITÀ, è assolutamente necessaria per consolidare i rapporti nel gruppo e per far sì che in qualsiasi contesto ci si aiuti con maggior comprensione verso chi abbiamo attorno. Se essa è presente, non solo se ne rendono conto i membri, ma viene anche percepita positivamente da chi ci osserva dal di fuori. 

Semplicemente… “forza ragazzi! Mani al centro e merda, merda, merda!”

Per questo motivo  la COLLABORAZIONE  tra di noi va a rafforzare il legame che si sviluppa nel corso del tempo; ad esempio, quando l’anno scorso entrai ufficialmente nella compagnia de La Gilda  delle Arti , mi ritrovai davanti a un gruppo ben coeso e unito, ma al tempo stesso anche disponibile alle novità .

Infatti, quando mi presentai per la prima volta, i ragazzi che poi sono diventati i miei compagni di avventura, furono sin da subito molto socievoli e spontanei;  la mia prima impressione su ciascuno di loro è che non avevano timore di mostrare le emozioni che in quel momento provavano nel vedermi come nuovo membro… Ad esempio Marzia (denominata dalla sottoscritta come “mamma Marzia”) si è subito mostrata disponibile e affettuosa, Giovanni era gentile ma anche diffidente (ora invece siamo talmente amici che ci troviamo al di fuori del teatro per pattinare o fare altro) e in tutto ciò ricordo benissimo la mia “paura” nel non riuscire ad integrarmi oppure nel non trovarmi bene ad affrontare questa nuova opportunità che mi si presentava… però (per mia grandissima fortuna) i miei colleghi, avendo già vissuto questa esperienza, mi hanno accolto nel modo migliore affinché potessi sentirmi libera di essere me stessa sia come persona sia come attrice.

2018 -> 2019 Giovanni e io alle prese col pattinaggio 😀

Ecco un’altra cosa a cui contribuisce far parte di una compagnia teatrale: superare le paure e, in modo particolare, imparare a come comportarsi con diverse persone perché ( e ci tengo a farlo presente ) La Gilda delle Arti è  come un arcobaleno di colori che racchiude molti giovani con diverse fasce d’età e provenienza. 

Il bello di questa nostra particolarità è che siamo, nel nostro piccolo, una dimostrazione di come la diversità non solo caratteriale ma anche culturale possa trarre dei vantaggi tramite l’integrazione adeguata in un gruppo di persone accomunate da una passione.

Attraverso queste attitudini che si sviluppano nel corso del tempo, non bisogna però dimenticare che uno dei tanti nostri scopi è anche DIVERTIRSI e STARE BENE perché, come ben si sa, fare qualcosa che non ci piace affatto e in cui non riusciamo a sentirci a nostro agio, ci porta a non concludere qualcosa di buono, anzi! Ci annoiamo e  poi finiamo con l’ odiare quello che facciamo.

Pertanto all’interno di un’atmosfera tranquilla e gioiosa si lavora sicuramente meglio!