Articoli di Fondo

Il Regista

Con Marzia e Valeria abbiamo parlato approfonditamente di cosa significhi fare teatro e di cosa succede dietro le quinte;  quindi dopo “attori” e “scenografia”, nella genesi di uno spettacolo, manca solo una cosa (forse la più importante): la regia!

“Ma cos’è esattamente un regista?” vi chiederete, cari compari di avventure.
“Eh, bella domanda!” sarà la mia più sincera risposta.

Già infatti distinguendo tra i vari tipi di regia, ci rendiamo conto che non esiste una definizione univoca di regista, e se esistesse sarebbe riduttiva .

Di certo non parliamo di una regia cinematografica alla Kubrick, col regista sulla sua bella seggiolina che sbraita ordini nel megafono durante una scena, anche perché durante uno spettacolo a teatro sentire Giovanni Fiorinelli che urla “STOP, TAGLIA!” da dietro le quinte rovinerebbe un tantino l’atmosfera.

Rappresentazione della tipica regia della gilda durante le prove. Il “bianco e nero” è una necessità di produzione, solo agli spettacoli dal vivo siamo a colori

Quindi concentriamoci ora solo sulla regia di uno spettacolo teatrale.

Per capire meglio di cosa stiamo parlando possiamo prendere mille strade diverse ma, sarà per deformazione professionale, penso che il miglior modo di capire a fondo un concetto sia quello di sviscerarlo, andando per prima cosa a vedere come è nato millenni e millenni fa per poi seguirlo nella sua evoluzione fino ai giorni nostri.

Concedete quindi ad uno studente universitario di Storia con la passione del teatro di portarvi con lui in un breve viaggio attraverso la storia della regia.

Come ormai siamo abituati a leggere ovunque, il teatro è nato nell’antiche  Póleisgreche circa nel VI secolo A.C.In quel tempo lo scrittore dell’opera (“Didaskalos”: maestro) era anche considerato responsabile della messa in scena, dagli attori fino ai costumi e scenografia. Non era raro che il Didaskalos dirigesse anche il coro, componesse egli stesso la musica che accompagnava lo spettacolo o che addirittura partecipasse egli stesso all’opera che aveva composto, insieme alla compagnia di attori semi-professionisti da lui scelta.  Il titolo di “maestro” è emblema del fatto che questa figura non si limitasse solo ad organizzare gli attori, ma molto spesso insegnasse loro anche la nobile arte della recitazione (o del canto, nel caso dei cori). Insomma, un factotum di professione che non oso immaginare quanto stesse antipatico agli attori, ma che sapeva decisamente fare il suo lavoro.

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Didaskalos che guarda perplesso una maschera

Con l’assorbimento da parte dei Latini della cultura greca, fin dai primi anni della fondazione di Roma, si sviluppa anche qui un modo di fare teatro simile a quello greco. Ci sono però delle sostanziali differenze. Il ruolo del Didaskalos smette formalmente di esistere e, al suo posto, vengono a crearsi delle figure più settoriali: l’Auctor (autore), il Conductor (una sorta di direttore di scena ante litteram) e il Choragus (assimilabile a un moderno attrezzista).

Dopo un periodo di accentramento del potere organizzativo nelle mani di un Regista vero e proprio durante il periodo medievale e, successivamente, nel Rinascimento (questo era dovuto alla grande complessità delle tragedie portate in scena, spesso in ampi spazi aperti e con un grande numero di comparse e oggetti di scena), si tornò all’affermazione della gestione dello spettacolo da parte dell’intera compagnia con l’avvento della Commedia dell’arte.

Eh sì, perché non seguendo un copione, e quindi non essendoci un autore, lo spettacolo era tutto tenuto in piedi dalle abilità recitative e di improvvisazione degli stessi attori che componevano le compagnie itineranti!

A dirigere il loro lavoro con la creazione di canovacci e indicazioni di scena ci pensavano alcuni degli appartenenti alle compagnie. Attori che, forse per carisma, forse per doti organizzative particolari, riuscivano ad imporsi e a dare una direzione più stabile agli spettacoli.

Il più celebre è certamente Carlo Goldoni, che con la sua “riforma del tetro”, non solo organizzò una gestione più stabile alle compagnie, ma sostituì anche il loro canovaccio che usavano come base delle loro improvvisazioni, con un vero e proprio copione.

Il buon vecchio pacioccoso Goldoni, pronto a rivoluzionare il mondo del teatro

Il ruolo del regista moderno si può dire essere nato dalla messa in scena degli spettacoli della compagnia Meininger  in Sassonia verso la fine del XIX sec., inizio XX sec. Similmente ai direttori medievali, la enorme complessità d certe messe in scena necessitò la presa di posizione di un vero e proprio direttore di scena, che sapesse interpretare al meglio il copione (anche se non scritto da lui) e che riuscisse a coordinare al meglio i vari attori in scena per rendere al meglio quanto scritto su carta.

Da qui si generò la figura francese del “regisseur” (letteralmente “direttore”) poi italianizzato per assonanza in “Regista”.

*DRIIIIIIIIIN!!!!

Lezione di storia finita.

Ma in tutto questo, la Gilda come lavora? Anarchia degli attori? Dittatura della coppia reale “Ghezzi-Armanni”? Oligarchia dei grandi potenti vicini alla Diarchia come Marzia, Sara e Giovanni F.?

In realtà è un misto di quanto sopra (tranne l’anarchia degli attori: quella resterà solo un’utopia per noi poveri attorucci sottoposti, anche se penso che gli spettacoli uscirebbero delle discrete ciofeche senza direzione,sigh…).

Dato che a noi della Gilda qualsiasi cosa venuta dopo gli inizi del ‘900 non piace, seguiamo il modello ‘settecentesco scegliendo i registi tra i migliori attori della nostra compagnia, ma a differenza di Goldoni non sono sempre gli stessi (cambiano spesso da spettacolo a spettacolo, anche solo nelle combinazioni) e lavorano sempre in coppia per supportarsi e confrontarsi l’un l’altro. Il copione può essere scritto o riadattato direttamente da loro oppure da un altro membro della compagnia, come per esempio “Il principe scambiato”, scritto interamente da Miriam ma diretto da Giovanni F. e Stefano.

“Ma Gio, sei uno storico eccezionale e uno scrittore impareggiabile, ma non sarebbe il caso che fossero proprio i registi della Gilda a raccontare come lavorano e consa ne pensano del loro ruolo all’interno della genesi di uno spettacolo?”

Beh, caro lettore che a cui, avendo il totale controllo di questo articolo, faccio porre questa domanda dall’umile premessa, hai ragione! Per quanto sia un piacere lavorare con colleghi e amici così validi, è per me difficile entrare nelle loro testoline organizzative e dirvi più nel dettaglio cosa significhi dirigere uno spettacolo.

Andiamo allora sentire direttamente cosa dicono alcuni dei nostri “regisseur”:

Sara, veterana regista di mille spettacoli tra cui “La Famiglia dell’Antiquario” e “Le Allegre Comari di Windsor”,ci racconta la sua esperienza:

Marzia e Giovanni che, attenti ad ogni accento, si preparano a dare indicazioni durante le prove dell’Academy

-“Fare regia nel mio caso è stato: Collaborazione, osservazione,immedesimazione e immaginazione.

Collaborazione: ho co-diretto con Marzia, ci siamo sempre confrontate e abbiamo trovato compromessi tra le visioni di entrambe e, veramente, dove non arrivava una ci metteva una toppa l’altra.Basta anche solo pensare alla gestione delle stesse prove, dove lasciavo guidare il gruppo a Marzia, mentre io intervenivo dove serviva più disciplina o un esempio pratico sul dove volevamo andasse a parare l’intenzione degli attori di qualche scena.

 Osservazione: è solo l’esperienza degli anni e l’osservazionedel modo altrui di fare regia che ti permettono di avere gli strumenti per guidare altri verso la realizzazione del progetto, con stratagemmi e approcci vari; anche solo per apprendere la capacità di sapersi sintonizzare con l’attore che tu, come regista, hai di fronte.

Immaginazione: il regista deve avere già in testa chiaramente quello che vuol vedere realizzato.

Infine immedesimazione: in questa visione in cui sei tu regista che per primo ti immagini a recitare la scena che si vuol realizzare, devi far attenzione a tenere sempre la mente aperta. E’importantissimo dare spazio creatività dei tuoi attori! Questo fa sì che siano spronati a far proprio il personaggio a loro assegnato e a mettere in gioco la loro creatività, per poi addirittura finire col ritrovarsi fra le mani un modo di interpretare la scena in modo più efficace di quanto tu stesso abbia pensato in fase di progettazione.

Quindi direi che ci vuole una buona dose di rispetto sia da parte dell’attore (che si deve affidare alla guida del regista) chedel regista (che delle volte può fare un “passo indietro” e lasciar fare all’attore)

Nel mio caso mi sento un po’ un capitano che porta a termine la visione del generale-autore.”-

La dizione: grande nemico dell’attore in erba e chiodo fisso (a ragione) dei registi

Dello stesso avviso sono Miriam e Nicola, inseparabile coppia che anche se ultimamente non spesso alla direzione diretta delle opere in costruzione, visionano sempre tutto dall’alto e controllano che ogni spettacolo fili liscio prima che venga messo in scena.

-“A noi piace darci alla regia perché lo vediamo come un momento di “ricreazione del testo”. Quando scegliamo uno spettacolo su cui lavorare, già pensiamo a come dovrebbero apparire le scene; ma è solo durante le prove che avviene “la magia” e l’idea diventa spettacolo grazie all’interpretazione degli attori”-

Ci raccontano poi dei loro diversi modi di dirigere e montare uno spettacolo:

-”Io e Nicola abbiamo due stili un po’ diversi”- racconta Miriam  –“lui è più portato alla valorizzazione di alcuni aspetti comici, spesso esulando anche dal testo scritto, andando a creare delle situazioni divertenti con gli attori in un’ottica di improvvisazione. Io invece preferisco lavorare sul copione: ritengo sia una sfida interessante rendere al meglio il testo originale con tutti gli strumenti che attori e registi hanno ha disposizione.”-

_”Diamo molta importanza alla comunicazione non verbale e non partiamo mai da un preconcetto. Per noi è fondamentale il ruolo creativo dell’attore e delle sue idee. Abbiamo notato negli anni che imporre il proprio modo di fare su un attore impoverisce le possibilità espressive che potrebbe avere.”-

Ci danno infine un paio di consigli molto importanti:

-“… il testo è bello e rende solo se lo si rende proprio, ma la cosa più importante di tutte è divertirsi”-.

Possiamo quindi notare come sia assolutamente necessario, un dialogo continuo tra registi e attori, in modo da creare un’irresistibile sinergia che porta infine alla creazione di uno spettacolo che non sia solo basato sull’interpretazione del singolo, ma su quella di tutti!

Nessun ruolo imposto dall’alto e nessun capriccio degli attori sono alla base della buona riuscita dello spettacolo, tutto all’insegna della collaborazione, del rispetto reciproco ma, soprattutto, del divertimento.

Quindi, si’ore e si’ori, siamo arrivati alla fine di questa luuuunga  dissertazione sul ruolo del regista a teatro. Ci sarebbe molto altro da dire, ma penso che uno spettacolo ben riuscito sia assai migliore di un articolo su un blog per farvi capire quanto un regista sia importante.

Quindi, mi raccomando, venite a tenerci compagnia al prossimo spettacolo e, magari, conoscendo regista e attori, provate ad immaginare quali scene sono state ideate da chi.  C: