Articoli di Fondo

Il Teatro ai tempi del Coronavirus

I comici dell’Arte lo sapevano: dopo il Carnevale, addio spettacoli! Almeno fino a Pasqua.

Certo, perché inizia la Quaresima: quaranta giorni di penitenza, riflessione o, se volete, purificazione per meglio accogliere il mistero Pasquale. È chiaro che, se devo pensare alla salute della mia anima, mica ci vado a vedere le Colombine e le Servette con quei bei decolté, fatti apposta per ingolosire gli spettatori. E mica pago per andare a ridere di lazzi e  battutacce, non sempre eleganti, giocati sugli istinti e sulle bestialità dell’uomo: tra sputazze, intrighi, inganni, diavoli che si chiamano con la formula “Berlich” e si scacciano con “Berloch” e  doppi sensi a tutto spiano, forse, mi sarei un tantino dimenticata dal monito del Mercoledì Santo “polvere sei e polvere ritornerai” (che per fortuna ora suona come un più dolce invito: “convertiti e credi al Vangelo”).

Insomma… dopo il Martedì Grasso, il teatro si fermava. Curioso che qui a Bergamo, la patria di Arlecchino e di Brighella, il fatidico STOP agli spettacoli sia scattato proprio nella domenica di Carnevale. Curioso che, dopo secoli dopo il tramonto della Commedia dell’Arte, si sia riesumata una misura restrittiva che durerà, più o meno, fino a Pasqua.

Ma di cosa mi stupisco, dopotutto? Siamo sinceri: quanti video e post che girano su Facebook e Whatsapp ce lo dicono? Dalla peste di manzoniana memoria, alle misure prese nel Medioevo per arginare le epidemie, ai servizi dei telegiornali dell’istituto “Luce” che parlano dell’influenza asiatica, direi che la mia riflessione sul teatro della serie non-c’è-niente-di-nuovo-sotto-il-sole non è proprio una trovata che brilla di originalità.

Servizio dell’Istituto Luce che, nel 1957, documenta la diffusione dell’influenza asiatica in Italia… interessanti le varie raccomandazioni!

Ma tant’è: come i colleghi di Goldoni, anche noi abbiamo interrotto bruscamente la nostra stagione… e se tralasciamo i dettagli che:

  • il divieto è stato emanato dalle autorità civili e non religiose,
  • i comici dell’arte non avevano da annullare delle date fissate in quaresima (perché semplicemente non le avevano programmate),
  • in gioco non c’è la salute delle anime ma degli spettatori in carne e ossa,

direi che noi attori siamo sulla stessa barca di quelli del Settecento. Anzi, dirò di più. Siamo sulla stessa barca anche dei sacerdoti, dato che in questo strano periodo sono sospese le messe. Un parallelismo non così incredibile, se anche Paolo Grassi, il co-fondatore del Piccolo Teatro Stabile di Milano con Giorgio Strehler, descriveva così il Teatro:

Il luogo dove una comunità liberamente riunita si rivela a se stessa, il luogo dove una comunità ascolta una parola da accettare o da respingere.

Ma basta coi discorsi sui massimi sistemi. Torniamo ai nostri tempi, magari evitando di rubare altre citazioni (che tra Paulo Coelho per il titolo, la liturgia per le Ceneri e da ultimo Paolo Grassi, ho già fatto sufficiente razzia).

Torniamo al Teatro in Quarantena.

Che c’è da dire? In effetti non molto: semplicemente, gli spettacoli, le prove, i festival, gli stage sono stati rimandati o cancellati, e la ragione è che è entrato, sulla scena del Teatro, il Coronavirus… e il mondo è troppo piccolo per tutti e due.

I problemi che si ripercuotono sul nostro lavoro di teatranti sono evidenti anche a chi non è del mestiere: no spettacolo, no party, no money. In più, senza prove, non si può nemmeno profondere energia nella creazione di uno spettacolo nuovo. Non da ultimo, c’è l’incertezza di quanto durerà quest’emergenza, che porta ad annullare (e non a rimandare) gli spettacoli e rende praticamente impossibile programmare il lavoro dei prossimi mesi.

E non è un modo per piangersi addosso, sia chiaro. È semplicemente un dato di fatto.

Avete presente il panico che è esploso quando è trapelata la bozza del Decreto che chiudeva la Lombardia? Tutti che dicevano: ma allora chiudono le aziende? E i lavoratori? Come faranno a tirare fine mese? Ecco. Noi viviamo lo stesso panico: se chiudono i teatri fino a data da destinarsi… la nostra azienda chiude!

Non tutti i mali vengono per nuocere.

Ci sono ricaduta, nel citazionismo, ma ho una buona ragione per farlo. Parlando con degli amici che lavorano come impiegati, questa frase è saltata più o meno fuori, in un bel momento di ottimismo.

“Vedrete che questa è la volta buona che ci svegliamo per lo smart-working. Vedrete che finalmente cominceremo a lavorare da casa e ci allineeremo ai Paesi più avanzati, dove è già la normalità.”

Io, che lavoro nel teatro e come guida turistica, ascoltavo pensierosa; con un po’ di amarezza, ho risposto:

“Sì, però dipende dai lavori che fai. Io, nel mio, ho bisogno della gente.”

E non è per essere attaccata al passato o per difendere una presunta purezza del mestiere. Senza pubblico non c’è teatro, e se non ci sono turisti non ci sono visite guidate.

In Facebook mi sono imbattuta in questo articolo di Enrico Galiano che fa riflettere sulla necessità del contatto tra persone per educare. Se vi interessa, lo trovate qui.

Leggevo in questi giorni dei suggerimenti da parte di persone che intervenivano nelle discussioni tra noi lavoratori dello spettacolo su Facebook, e c’era qualcuno che proponeva: fate spettacoli in streaming!

Mi è venuto da sorridere.

A parte che il pubblico è disaffezionato in generale al teatro e che, se non fai qualcosa di davvero interessante o richiesto, se non ti inserisci in una rassegna e non fai una marea di pubblicità, difficilmente avrai frotte di pubblico pagante.

Figurarsi se c’è gente che, avendo Netflix o Amazon Prime, decide di pagare un biglietto (poi, come…?) per vedere uno spettacolo in streaming.

Poi, a parte i monologhi o gli spettacoli con tre-quattro attori, che cosa puoi mettere in scena? Io faccio parte di una compagnia teatrale, e semplicemente le prove sono considerate “assembramento”.

Figurarsi uno spettacolo con 7-8 attori, a cui aggiungere regista, tecnico audio e video! E poi, dove lo giro? Noleggio un teatro? Pago un tecnico per fare le riprese, dando per scontato che rientrerò nelle spese? Faccio da me e rischio di creare un contenuto scadente che faccio pagare?

E, ultimo ma non ultimo… che razza di teatro è, quello in cui non c’è il pubblico? Personalmente, a parte qualche rarissima eccezione, non sopporto gli spettacoli in cui c’è un tetto massimo di poche decine di spettatori, non per limiti fisici dello spazio scenico, ma “per mantenere l’atmosfera”.

Figurarsi cosa posso pensare di una messa in scena in cui non c’è nemmeno uno spettatore!

Un attore come Maurizio Crozza che, pur facendo televisione, non ha mai rinunciato al pubblico in sala, confessa la sua desolazione davanti al pubblico di “500 seggiolini”. Trovate il video del suo monologo qui.

Il punto è, e chi fa teatro lo sa, è che essere in scena significa esattamente parlare al pubblico. Lo spettacolo è comunicare qualcosa, e aspettare anche la reazione della gente: se fai una battuta e non ride nessuno, la scena successiva ne risente. Se c’è un duello e nessuno sospende il fiato, la tua interpretazione non sarà intensa come quando hai centinaia di occhi puntati addosso. Se finalmente arrivi al punto in cui l’intreccio si scioglie, ma nessuno tira un sospiro di sollievo… lo sai anche tu che non stai facendo uno spettacolo. Stai facendo una prova.

E vi dirò di più. Anche il pubblico lo sa, che vedere uno spettacolo dal vivo o registrato non è la stessa cosa. Pretendereste che la gente non vada ai concerti perché tanto c’è YouTube Music o Spotify? No, perché non è la stessa cosa. Il teatro, lo spettacolo… sono carne, sangue e sudore. Respiri che si sentono, imperfezioni, colpi di tosse nel pubblico (rigorosamente protetti nell’incavo del gomito). Il teatro è presenza. È vivere qualcosa tutti insieme, ognuno con la sua sensibilità, ma tutti nello stesso luogo, nello stesso momento, proiettati nella stessa azione… perché, se le unità aristoteliche sono state superate nella drammaturgia, non si possono scavalcare nella messa in scena.

Una delle scene più belle di Finding Neverland – Un sogno per la vita è quando il protagonista invita, per il debutto dello spettacolo, venticinque orfani in sala. Loro, il pubblico che non si fa influenzare dai critici, sono il vero motore del successo della serata!

E quindi? Soluzioni? Eh, sinceramente non ne ho trovate: a parte aspettare che finisca quest’alta, altissima marea che mette in crisi un po’ tutti, penso che l’unica cosa da fare sia provare a prendere la rincorsa. Magari trovare il modo di riderci sopra, e accogliere questa interruzione forzata come l’opportunità per progettare qualcosa di buono.

E a chi ci dice “trovati un lavoro vero” cosa rispondiamo?

Bè, che ha ragione. Fare l’attore o il regista difficilmente è considerato “un lavoro vero”, ma un’amenità che qualcuno può permettersi grazie alle sue doti istrioniche. Non si pensa mai che sia frutto di studio, di prove, di doti artistiche da coltivare, di lavoro in team, di capacità organizzative e elasticità mentale. È considerato essenzialmente un passatempo.

Eppure, il teatro (disturbiamo ancora una volta Paolo Grassi) è

fra le arti la più idonea a parlare direttamente al cuore e alla sensibilità della collettività. Noi vorremmo che autorità e giunte comunali si formassero questa precisa coscienza del teatro considerandolo come una necessità collettiva, come un bisogno dei cittadini, come un pubblico servizio alla stregua della metropolitana e dei vigili del fuoco.

Ora è il momento di calare il sipario su una riflessione aperta, a cui sarebbe gradevole aggiungere altre voci e prospettive: le vostre, se volete.

Ma, prima di lasciarvi, come posso chiudere questo articolo, sintetizzando in una frase ciò che vorrei comunicare? Ci vorrebbe una voce autorevole, un’espressione lapidaria, che rimanga impressa…

(Ho fatto trenta… faccio trentuno. Cosa suggerisce Paolo Grassi?)

Il Teatro ha bisogno dei cittadini.

La parola agli attori

GdAcademy: una storia dietro al progetto.

Quando da piccola mi sfidavano al “gioco dei mimi”, uno dei compiti più ardui era far indovinare il “lavoro dell’attore”. Già, perché la parrucchiera usa le forbici, il cantante ha il microfono, il pilota ha un volante, ma… l’attore cosa diamine fa? Non si può mimare uno che di mestiere finge di essere un altro. E allora, come facevo?

Bè, lo facevo e basta. Innanzitutto mi mettevo in quella che, secondo me, era la posa-da-attore: mi accigliavo, guardavo in lontananza e immaginavo di avere un teschio in mano; poi, con le labbra, articolavo senza suono un terribile “Essere o non essere: questo è il problema.”

Un riassunto per immagini dei momenti salienti di “Amleto”.
Foto di WikiImages da Pixabay

Amleto: ragazzi, a cinque-sei anni si recitava Shakespeare… mica caramelle. E lo facevamo a turno più o meno tutti, senza che ci suonasse strano. In fondo, cos’altro era l’attore, se non uno che recitava grandi storie? Noi, almeno, facevamo così e indovinavamo senza troppi problemi. Chissà se i bambini di oggi mimano “il teatro” nello stesso modo o se optano per uno stile più contemporaneo, che so, modello “Bestie di Scena” di Emma Dante.

“Bestie di scena” è una produzione del 2017 firmata da Emma Dante, una delle artiste più importanti del panorama teatrale contemporaneo. Il video può essere utile per farsi un’idea del tipo di linguaggio artistico che la caratterizza.

Ma torniamo al gioco; eravamo rimasti che, per inscenare gli altri mestieri bastava mimare un’azione, mentre per fare l’attore serviva simularne tre… primo, mettersi in posa; secondo, recitare un sentimento con il volto; terzo, far l’atto di parlare. Anche se abbozzata e un po’ schematica, in questo semplice gioco è nascosta una interessante riflessione “cosa significa fare l’attore”: saper occupare lo spazio, mostrare i moti dell’anima e unire le parole ai fatti. Certo, stare sul palco richiede anche altre abilità, ma direi che per essere partiti dal “gioco dei mimi” siamo a buon punto. Bene: proseguiamo.

Passano gli anni. Cresco, studio, faccio sport, compio la prima scelta importante e mi iscrivo al liceo socio-psico-pedagogico (che oggi è un curriculum estinto, segno inequivocabile del tempo che scorre inesorabile, ed è stato sostituito dal “liceo delle scienze umane”). Al secondo anno decido di approfittare di una delle opportunità date dalla scuola, e chiedo ai miei genitori il permesso di partecipare al corso di teatro del venerdì pomeriggio. Niente in contrario, quindi si va alla prima lezione. Ci si mette in cerchio e ci si presenta. Tutti zitti, parla il regista; parte subito in quarta, va al nocciolo del problema:

Ecco cosa viene in mente di solito, pensando al “teatro”. Anche se oggi non serve più un luogo tanto bello e imponente per andare in scena, dubito che perderà il suo fascino, coi posti assegnati, il sipario che si apre e le luci che si spengono creando la giusta atmosfera.
Foto di TravelCoffeeBook da Pixabay

“Come si muove “il cattivo”, come cammina “il buono”? Pensate di saperlo? Eppure, se nella realtà non è facile definire il bene e il male, perché dovrebbe esserlo nel teatro? Smettiamo di pensare per stereotipi, e cerchiamo di andare a fondo: l’attore è tale quando, dopo una lunga ricerca, trova un linguaggio vero e autentico, che permea tutto il suo essere. Non basta recitare, bisogna essere.”

Che choc, che trauma. Niente sipario, niente ruoli e, francamente, non avevo neanche capito che tipo di spettacolo avremmo fatto. Ma sono carica, affascinata da questa nuova prospettiva che non ho mai considerato e mi ci butto a capofitto. Passo dopo passo mi innamoro sempre di più di quel mondo, fatto di energie e sinergie, di immagini e di relazioni con gli altri attori, della fiducia nel regista, del lavoro individuale che sfocia in una meravigliosa composizione. Mi piace che nessuno sia invidioso dell’altro: avremo tutti (o meglio, tutte: eravamo solo ragazze) lo stesso peso nello spettacolo finale, nessuno sarà messo da parte, nessuno avrà vergogna perché il gruppo ci proteggerà nelle scene corali. Basta, ho deciso: il vero teatro è quello di Eugenio Barba, dell’Odin Teatret.

L’Odin è una realtà molto famosa per chi si occupa di teatro, un po’ meno per chi non bazzica l’ambiente (come me all’epoca). Ecco un breve video per farsi un’idea dello stile di lavoro.

Montiamo lo spettacolo in poche settimane, in un tour de force assurdo: il 2 giugno, Festa della Repubblica, la scuola resta aperta per noi, che dobbiamo provare dalla mattina alla sera. Le mamme sono riuscite a confezionare i costumi che il regista voleva in tempi record, e noi ragazze abbiamo recuperato gli oggetti più strani, tra cui un’accetta, un ceppo di legno e una stadera. Malgrado la fatica, ce l’abbiamo fatta. Ora è tutto pronto… nulla ci separa dal fatidico giorno. Siamo pronte al debutto.

Mio fratello, ovviamente, è invitato. Non brilla di entusiasmo all’idea di vedere questo “spettacolo-studio”, ma do ut des: anche io vengo alle partite, quindi è tempo di ricambiare. Giusto per non arrivare impreparato, a tradimento mi chiede: “ma stasera, di preciso, di cos’è che parla lo spettacolo?”. Pausa imbarazzante. Farfuglio qualcosa senza senso, con mio fratello che mi fissa, sempre in attesa di una risposta. “Non è uno spettacolo classico” dico, “è fuori dagli stereotipi. È contemporaneo.” Lui non fa commenti, prende la cosa per buona… ma io comincio a sentire qualcosa che non avevo mai provato; fino a quel momento ero stata così immersa nei preparativi che avevo dato per scontato che il risultato sarebbe stato un grande spettacolo. Anche se ho sedici anni appena compiuti, il fatto di non riuscire a parlare del debutto senza dover giustificare con un “è una cosa particolare” mi mette in allerta.

Qualcosa incrina la perfezione della mia idea di teatro… ma siamo solo all’inizio perché, dopo lo spettacolo, arriva ben assestato un altro colpo: col sorriso stampato in faccia per la soddisfazione, corro dai miei. “Vi è piaciuto?” chiedo. “Siete state molto brave, complimenti.” Le parole sono gentili e di congratulazioni, ma il linguaggio non verbale non mente, e me ne accorgo: lo spettacolo non è stato all’altezza di ciò che prometteva.

Uno degli oggetti di scena che usavamo più di tutti era la maschera neutra: per molti anni ho continuato a usarla per i laboratori che dirigevo e per creare presenze inquietanti e misteriose negli spettacoli… mentre adesso sono praticamente in pensione e le maschere che vedo più spesso sono quelle della Commedia dell’Arte!
Foto di Leandro De Carvalho da Pixabay

Sono un po’ scossa, così decido di analizzare oggettivamente il lavoro fatto per prenderne le distanze; concludo che, in effetti, avevamo lavorato tanto e con passione a un risultato che non aveva incontrato il favore del pubblico dei genitori (che, obiettivamente, è il più parziale, quello disposto più di tutti a vedere il buono del lavoro svolto). Ma in fondo era solo il primo anno, mi dico. Il secondo sarà molto meglio. E mi ri-iscrivo al corso.

Stavolta sono molto più critica, perché il copione è sempre lo stesso; camminate, composizioni, coreografie… e montaggio dello spettacolo in poche prove, di corsa. Ora pure io mi rendo conto che il pubblico non capirà nulla, e lo faccio presente al regista.

Mi ricordo bene la situazione; era una delle prime volte che mi mettevo di traverso, contro un maestro che stimavo e ammiravo. Speravo con tutta me stessa che mi convincesse che mi sbagliavo… ma le argomentazioni che usò non mi persuasero, e io andai in scena consapevole che sarebbe stato, un’altra volta, un evento autoreferenziale, che avremmo capito solo noi e il regista che l’aveva ideato.

Sono in bilico; non so se iscrivermi ancora al corso. Non voglio fare un altro debutto così. Ma magari quest’anno sarà meglio… e poi tutte le mie amiche, a cui sono molto legata, si iscriveranno ancora; prendo tempo, e accetto l’invito del regista, che ci segnala che ci sarà in città un evento eccezionale: nel centro storico si esibiranno gli attori dell’Odin Teatret, il modello del nostro operato. Perfetto, mi dico: così vedrò a che cosa punta il mio lavoro. Pago il biglietto, prendo posto, assisto allo spettacolo, esco e ascolto i commenti entusiasti del regista e di alcune delle mie amiche.

Perfetto, mi dico: ora so che non mi iscriverò a teatro. Punto.

Quando per prendere una decisione fai una lista di pro e contro e, alla fine, capisci che non è servita a niente.
Foto di analogicus da Pixabay 

Ho un anno sabbatico, diciamo, e mi dedico ad altri interessi. Poi, inaspettatamente, mia cugina mi invita a vedere uno spettacolo organizzato da alcuni suoi amici e mi chiede di accompagnarla: il titolo è “La Bella e la Bestia”. Io accetto pur essendo un po’ prevenuta: sarà il solito spettacolino con le battute del film, messo insieme da ragazzi che lo fanno per hobby; e invece… invece vedo la luce.

Bravi, bravi, bravi; musica dal vivo, ingegno nel riadattare il testo originale, organizzazione impeccabile. Rimango davvero colpita e, quando qualche mese dopo, la compagnia cerca nuovi componenti, mi lancio nella mischia. Sarò dei loro. Comincia per me una nuova fase, all’insegna di un teatro forse tradizionale, ma reso vivo dalle energie di chi lo anima: un gruppo in cui si accetta di studiare, di avere una parte più o meno lunga, e di essere indispensabile; un gruppo in cui tutti fanno tutto (costumi, musicisti, cantanti, trovarobe, scenografi, grafici, attori, registi, coreografi, drammaturghi), e il capo è solo il coordinatore delle energie dei singoli e l’ispiratore delle iniziative. Ma soprattutto un gruppo che desidera, e persegue, il confronto con gli spettatori: lo spettacolo funziona se piace a noi, ma anche al pubblico, e in questa relazione sta la miglior leva per crescere, per dare di più.

Finalmente avevo scoperto che cos’era “recitare” per me, e che cosa mi aspettavo dal teatro.

Una delle primissime prove con la “nuova” compagnia di ragazzi, gli ShArt – Show&Art.

Ecco qual è la mia storia dietro la GdAcademy: anni di ricerca del senso del teatro, centinaia di prove, dozzine di repliche e un grande, insaziabile desiderio di condividere e contagiare gli altri con l’entusiasmo che una tale esperienza sa trasmettere. E, ora che sono io a insegnare, cerco di farlo con i migliori mezzi di cui dispongo, curando più che posso ogni fase del lavoro: perché un corso di teatro non può non tenere conto dell’organizzazione delle prove; non può sorvolare sulla difficoltà a reperire costumi e oggetti; non può  ignorare i gusti del pubblico a cui si rivolgerà e non può fingere che, quello che un attore fa quando studia e viene alle prove, non sia un lavoro… per quanto giovane sia la sua età e scarsa la sua esperienza; solo per questo, merita di essere valorizzato.

Non ci sono solo io dietro le quinte della GdAcademy, ma personalmente credo fortemente in questo progetto; in esso sono trasfuse tutte le passioni, le delusioni e le vittorie di questi anni, oltre che la certezza che in ognuno ci sia un talento pronto per essere messo in luce… e la mia speranza è che chi parteciperà, oltre trovare la sua strada artistica, goda di tutti quei privilegi che sono connessi a far parte di un bel gruppo di giovani, motivati, altruisti e laboriosi; e io ne so qualcosa, visto che, oltre che un lavoro e una direzione artistica, grazie al teatro, ho trovato pure mio marito!

Eccoci! Io e mio marito in fase di allestimento del palcoscenico prima di un debutto.