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5 cose da NON aspettarsi da Casa di Bambola

Diciamocelo. Ci sono serate e serate.

Passiamo dei venerdì in cui vorremmo sprofondare in una storia emozionante, sabati perfetti per divertirsi senza pretese e domeniche per capire il meglio il mondo di oggi.

Ma che tipo di serata è quella che si trascorre a teatro con “Casa di Bambola”?

La nostra Nora (Marzia Corti) che è sul punto di dire “una cosa molto brutta”…

Ci credete? È più di un anno che ci lavoro sopra e ancora faccio fatica a rispondere!

Ma ci provo lo stesso, cominciando dalla via semplice: vi dico COSA NON È Casa di Bambola.

1. Non è Il “solito” spettacolo della Gilda.
Già! Dimenticatevi Arlecchini, Avari, Principi e Locandiere. Esuliamo persino dal terreno della divulgazione. Stavolta proponiamo semplicemente Ibsen, con tutto quello che comporta.

2. Non è per una serata leggera.
Ecco, se avete bisogno di distendere i nervi e di non pensare a nulla, evitate accuratamente Casa di Bambola!

3. Non è uno spettacolo adatto ai bambini.
Strano ma vero: da sempre abbiamo cercato di parlare a tutte le età, ma ci sono argomenti che ai giovanissimi non interessano, ed emozioni che non capirebbero. Stavolta ci rivolgiamo solo ai maggiorenni… anno più, anno meno.

4. Non crea una netta divisione tra buoni e cattivi.
Perché in Casa di Bambola nulla è come sembra.

5. Non dà nessuna risposta.
In che senso? Nel senso che, pur parlando di temi attualissimi, non pretende di dire l’ultima parola: d’altro canto, una delle grandi conquiste del teatro contemporaneo è che col pubblico si dialoga senza imporre la propria idea, no?

L’espressione di Nora – e forse anche la vostra – a questo punto dell’articolo.

Avete ragione, posso fare meglio di così.

Posso dirvi anche 5 cose che Casa di Bambola è… o almeno posso provarci!

1. È la “solita” Gilda.
Sul palco troverete noi, con la nostra passione per la letteratura teatrale, l’attenzione per ogni dettaglio, l’insaziabile desiderio di regalarvi una serata indimenticabile.

2. È perfetto per provare forti emozioni.
Difficile, se non impossibile, rilassarsi seguendo le montagne russe dei sentimenti e i colpi di scena che Ibsen ha creato… parola di regista!

3. È una storia per i più grandi.
A volte fa bene guardarsi negli occhi e dire: parliamo di qualcosa di serio e andiamo, senza paura, in fondo alla questione. (Anche i bambini sono serissimi, naturalmente. Ma ogni età ha i suoi fantasmi da affrontare, ed è d’obbligo usare un linguaggio adatto per ogni età e sensibilità!)

4. È uno spettacolo animato da personaggi “veri”.
Di una cosa sono certa: vi chiederete continuamente se questo e quel personaggio fanno bene a comportarsi così… e vi domanderete cosa avreste fatto al loro posto. Ibsen, ve lo anticipo, è spietato e non nasconde nessuna ipocrisia! Anche i nostri attori hanno lasciato sangue, sudore e lacrime in sala prove, per gettare ogni maschera e offrirvi la verità più profonda nascosta nei cuori dei loro alter ego!

5. Vi lascia… Una domanda.
Quale? Be’, per chi non conosce la trama e vede Casa di Bambola per la prima volta potrebbe essere: “ma che cosa diamine ho visto?”. Già! Vi assicuro che la “prima volta” è una sprangata in faccia. Forse vi mancherà anche l’istinto di applaudire… e non sareste i primi, visto che già nell’Ottocento un’attrice chiese a Ibsen di cambiare alcune battute del finale! Però credo anche che, trascorso un po’ di tempo per metabolizzare, vi farete ben più di una domanda.
Posso confessarvi la mia, la più impellente? Io ve la dico… io mi domando, ogni volta: “ma accadrà la cosa più meravigliosa?”

Eccola “la cosa più meravigliosa”!

Oltre non oso spingermi. Sarebbe davvero imperdonabile dilungarsi più del necessario su uno spettacolo che, spero, vi arriverà dritto al cuore.

Adesso vi aspetto a teatro… e non vedo l’ora di sapere quale unica, ineludibile e personalissima domanda vi susciterà questo debutto!

Note di Regia

Una squadra fortissimi

Avete presente quando, alle elementari o alle medie, vi toccava formare una squadra? Io ricordo molto bene le partite a palla prigioniera all’intervallo che, quando non erano il classico derby 3^A VS 3^B, richiedevano una consumata abilità tattica nella scelta dei membri vincenti. Ecco, sono passati anni da allora… anzi, decenni… eppure, a ogni nuovo spettacolo, puntualmente si ripropone per me il dilemma del caposquadra: chi metto nel cast?

Devo essere sincera. Prima di pensare a cosa scrivere in questo articolo, non mi sono mai sentita una “caposquadra”: la genesi di uno spettacolo della Gilda non è una sfida contro un avversario e, finché la compagnia contava pochi attori, abbiamo sempre cercato di dare una parte a ciascuno. Il bello, per noi, è sempre stato recitare insieme, incontrarci e ridere alle prove, imparare dai talenti degli altri e soprattutto calcare il palco più volte che si poteva. Insomma, per la Gilda non è mai stato un “chi scelgo?”, ma un “chi di voi è disponibile?”.

Le cose sono un po’ cambiate negli ultimi anni, quando il lavoro ha cominciato a ingranare meglio che mai e si è reso necessario produrre più di uno spettacolo all’anno per andare incontro alle richieste degli organizzatori e del pubblico. Non ridete, dico sul serio! Prima dell’emergenza sanitaria, stavamo andando alla grande. Anche per questo avevamo pensato di mettere in scena uno spettacolo che, come Casa di Bambola, prevede solo sei attori.

Dico “avevamo pensato” non per usare il plurale maiestatis che fa molto sovrano d’altri tempi, ma perché la direzione che prendono gli spettacoli, in gergo “la direzione artistica” della compagnia, passa inesorabilmente da almeno due doganieri: la sottoscritta, che annusa l’aria come Gandalf e decreta che “quella è la via”, e mio marito Nicola che, come Gandalf, a volte riserva alle mie ispirazioni lo stesso trattamento del Barlog di Morgoth.

Non sempre la scelta del nuovo spettacolo è una questione pacifica, in famiglia.

Dopo questa piccola parentesi sulla genesi del repertorio della compagnia, torniamo alla questione. Fare il cast per Casa di Bambola è stato un po’ come comporre una squadra di palla prigioniera, e la nostra campagna acquisti ha avuto questo esito:

  1. Doralice della Famiglia dell’Antiquario, la Nuora >Nora (notare il minimo cambiamento di lettere)
  2. Romeo di Romeo e Giulietta >Torvald Helmer
  3. Beatrice di Molto Rumore per Nulla > Signora Linde
  4. Valafrido del Principe Scambiato > Nils Krogstad
  5. Uno dei tre narratori della nostra versione di Fantaghirò> Dottor Rank
  6. Lucia Mondella dei Promessi Sposi 2.0 > Helene

Ora, mi rendo conto che quello elencato sembri più un minestrone di personaggi che un cast. Eppure, nella ricetta deve esserci proprio questo: l’aver vestito i panni dei ruoli più diversi, aver lavorato negli spettacoli più impensati, e aver conosciuto i propri colleghi nelle più varie sfaccettature espressive. Già. L’ingrediente segreto è l’affiatamento. Anzi, mi correggo: la fiducia.
L’affiatamento viene col tempo. Ci si conosce, ci si misura, si recita insieme, e il gioco è fatto. La fiducia, invece, è un altro paio di maniche: è un dono, una virtù, una grazia. Scegliete voi la definizione che preferite… l’importante è ricordare che è assurdamente difficile da conquistare e piuttosto facile da perdere. No Martini? No party. No Fiducia? No affiatamento.

Ecco un’immagine del debutto di Nora come attrice nel 2012. Faceva l’innaffiatoio: una bella carriera, non trovate?

In questo, ci sentiamo (e io mi sento) profondamente privilegiati. Tutte le ragazze e i ragazzi della compagnia ci degnano di una grandissima fiducia, anche quando proprioniamo loro delle vere e proprie mission impossible. Cosa intendo? Be’, intendo che a uno dei nostri più navigati attori brillanti, specializzato nelle parti comiche, abbiamo proposto di interpretare il tormentato Krogstad (che di comico, forse, avrà solo la pettinatura). Intendo che alla protagonista di Casa di Bambola, di scena per due ore e un quarto con una sola breve pausa, abbiamo chiesto di addossarsi questo difficile ruolo. Intendo che, a un gruppo abituato a interpretare commedie divertenti e fiabe a lieto fine, abbiamo chiesto di mettere mano a un copione di grandissima carica drammatica e scarsissimo tenore comico.

I ragazzi si sono fidati di noi e hanno scelto di mettere al servizio di un miraggio, ossia il debutto di uno spettacolo concepito in periodo Covid-19, molto del loro tempo e tante delle loro energie. E’ una responsabilità non indifferente, perché conosciamo il livello di coinvolgimento che un lavoro simile comporta, e sappiamo anche quanto alacremente sanno applicarsi i nostri attori allo studio della parte e alla preparazione del personaggio. E’ una responsabilità che sentiamo, sì, e che ci spinge a pianificare con attenzione cura il lavoro di ciascuno.

E veniamo al sodo di questo mio lungo preambolo. Dall’alto della mia posizione di regista, ve lo confesso, ogni tanto la tentazione di usare il plurale maiestatis c’è. Ogni tanto ho di quei momenti in cui, in un sordo e crescente vibrare di campane tibetane e in un fascio di luce dorata, mi sento Semola che estrae la Spada dalla Roccia. “Io” insegno agli attori come leggere il testo. “Io” li correggo. “Io” ho una visione dello spettacolo a cui loro devono conformarsi. Suona antipatico, vero? Eh, lo so. A volte mi sto antipatica da sola.

E questa mia regalità registica è corredata di appunti sul copione, schizzi sui fogli da disegno, lunghe spiegazioni su come-vedo-la-scena, analisi chirurgiche di questa o quella battuta… insomma, quando mi impegno mi prendo sul serio. Il mio motto in questi casi? Tutto sotto controllo.

“Un po’ più a destra, un po’ più a sinistra…” i dettagli fanno la differenza, in fondo!

Adesso potete ridere. Sì, perché non c’è niente di più stupido di pretendere che sia “tutto sotto controllo” quando si parla di Arte. E ancora di più nel teatro: cercare di controllare uno spettacolo è come tenere sul fuoco una pentola a pressione senza farla sfiatare, perché non si possono contenere le energie, la creatività, la personalità di tanti attori che mettono mente, anima e corpo al servizio del loro personaggio. Una simile carica non è da controllare: è da gestire, assecondare, gustare. Nel corso delle prove c’è la stessa tensione tangibile di un interrogatorio a un omicida che mente spudoratamente, la stessa allegria del Carnevale in maschera, lo stesso sudore che in un allenamento sportivo, la stessa dedizione di un orafo che cesella metallo prezioso.

Ed è in questo che la lezione di umiltà si manifesta. C’è, in tutte le prove (ma in Casa di Bambola in particolare) un momento di non ritorno; un momento in cui quello che hai fatto e detto fino a quel momento sembra sparire, dissolversi, non esistere più, o addirittura non esserci mai stato… e lo spettacolo diventa una creatura a sé, qualcosa che sì, forse qua e là ti somiglia, ma va con le sue gambe. Con le gambe dei suoi interpreti, a dirla tutta. E tu, che avevi tutto sotto controllo, ti trovi come seduto al cinema a vedere un film di cui non sai praticamente nulla; e guardi gli attori e dici: “ma chi sono questi? Dove sono finite le persone che conoscevo?”

Faccio fatica a spegarlo, perciò uso un’ultima immagine. Prendete le tessere del gioco del Domino, mettetele in equilibrio sul lato stretto e create una figura. Impiegate fatica e tempo per farlo, ma alla fine guardate soddisfatti alla vostra spirale di tesserine: poi basta un tocco, un alito di vento, un gatto che passa e… zac! Tutta la vostra abilità geometrica cade a catena. Eppure quello che resta non è un caos disordinato, ma un disegno nuovo, più unito e compiuto.
Ecco quello che ho provato, quando per la prima volta ho visto il sorriso solare di Stefano trasformarsi in uno sguardo intenso e carico di desiderio. Ecco cosa è successo, quando Tiziana/Linde e Giovanni/Krogstad si sono dati appuntamento fuori casa degli Helmer. Ecco cosa succede quando Laura, a quasi vent’anni, parla come una vedova e madre di famiglia. Ecco cosa è accaduto, quando ho ascoltato Giovanni/Helmer e Marzia/Nora recitare di filato l’ultimo atto.

Cos’è per me la regia? Condividere una visione, predisporre la direzione in cui guardare.

Ve lo dico chiaro e tondo, cosa è successo. La “caposquadra” con la Spada nella Roccia si è resa conto che il suo posto è in panchina. Anzi, diciamo nel parterre, con i popcorn nella destra e i fazzolettini di carta nella sinistra, per godersi lo spettacolo di quella “squadra fortissimi, piena di gente fantastici” che sa far ridere, ammaliare e far sognare anche il più inaccessibile dei cuori di pietra… quello della regista, che credeva di avere tutto sotto controllo.

La parola agli attori

«Nora, Nora» e l’incontro con il sig. Stanislavskij

Breve resoconto della croce e delizia degli attori: rendere credibile un personaggio

Estate 2020. Dopo mesi di quarantena, incertezza e stress finalmente si ha la sensazione di ricominciare a respirare. Insieme alla voglia di tornare ad una sorta di “normalità” si fa spazio una vocina nella mia testa che dice solo una parola: teatro. Mi rendo conto che probabilmente per alcuni l’ultimo pensiero, in una situazione del genere, sia proprio il teatro… ma dopo anni scanditi da prove, spettacoli e laboratori è diventato la quotidianità per me. È un amico, un amico che dopo mesi di assenza forse poteva tornare a farsi sentire. La compagnia inizia a muoversi: letture animate con spettatori dai balconi e due spettacoli all’aperto. Miriam e Nicola (rispettivamente regista e direttore artistico della compagnia) non sono stati certo fermi nel periodo di lockdown e hanno iniziato a lavorare ad un progetto ambizioso: Casa di Bambola. Arriva così ad agosto la fatidica chiamata: Vorresti interpretare Nora? Il resto è storia…

Ed eccomi qua con il mio compagno di disavventure Giovanni Fiorinelli che si presterà ad essere il mio amato maritino, Torvald Helmer

Torniamo indietro di qualche anno: una più giovane e avventurosa me si imbarca, con Miriam e Nicola, nell’impresa di andare a vedere uno spettacolo al Centro Teatrale Bresciano. Pronti via! Saliamo in macchina, trenta minuti di viaggio accompagnati da ottima musica. Altri trenta minuti per trovare parcheggio, ma Nicola non demorde e raggiunge l’obbiettivo. Bene, ormai ci siamo. Sì, ma è tardi e quindi bisogna correre per non perdere l’inizio. Arriviamo al teatro trafelati, senza fiato e con un possibile infarto in atto, ma siamo in tempo. Entriamo e il meraviglioso blu che caratterizza il teatro di Brescia si sprigiona tutto in torno a noi, ci sediamo e gli attori occupano il palcoscenico. Dopo circa due ore e mezza, trascorse come uno schiocco di dita, mi ritrovo ad applaudire attonita e con le lacrime agli occhi. Quello spettacolo era Casa di Bambola.

Nel caso in cui ve lo siate persi ecco il trailer dello spettacolo made in Gilda, giusto per farvi capire il mood dell’opera

Ho voluto raccontarvi questo aneddoto per farvi capire quanto sia stata felice di accettare una parte come quella di Nora. Dopo l’iniziale entusiasmo, però, ha cominciato a nascere in me la paura. Sì, paura. Perché, vi chiederete. Perché una parte come quella di Nora non può essere affrontata con leggerezza, con incoscienza. Mostri sacri si sono cimentati in questa parte: Alla Nazimova, Lilla Brignone, Giulia Lazzarini, Ottavia Piccolo, Micaela Esdea. Immaginatemi ora in iperventilazione con le ginocchia diventate due budini. L’unica cosa che riuscivo a ripetermi era: un bel respiro e passa la paura.

Neanche il Covid ci può fermare, la compagnia approda su Meet

Autunno 2020. Iniziano le prove, e vista la situazione sanitaria, dobbiamo reinventarci e lanciarci online. Meet diventa il nostro fedele compagno e iniziamo a studiare la parte, atto dopo atto. Vista la complessità del copione, Miriam e Nicola decidono di concentrarsi sullo studio del personaggio. Ed ecco l’incontro con Stanislavskij che ho anticipato nel titolo. Mentre lo studio del copione procede, vengono date a tutti gli attori delle indicazioni per fare una specie di identikit del proprio personaggio. Dovevamo cercare di capire come parla e come si muove; quale è il suo passato e quale potrebbe essere il suo futuro; che tipo di rapporto potremmo avere con loro. Una volta capito tutto questo, dovevamo traslarlo in parole e raccontarlo ai nostri compagni. Ogni incontro per l’identikit diventava un momento di confronto tra tutti noi: ognuno diceva la propria opinione, dava consigli e suggerimenti. Sicuramente, una delle mie parti preferite delle prove. Non è la prima volta che cerco di studiare un personaggio e trovare una connessione con lui, ma sicuramente non mi era mai capitato di farlo in maniera così accurata. Credo che questo esercizio sia stato fondamentale per inquadrare Nora, o per lo meno la mia Nora.

Sì, lo so… Avrei potuto scegliere una foto seria ma questa sicuramente mi rispecchia di più, e forse anche la mia Nora. E poi quanto siamo belli tutti sorridenti?

Una piccola precisazione è d’obbligo: il lavoro che abbiamo fatto non rispecchia al cento per cento quello di Stanislavskij. Ci siamo ispirati a lui e abbiamo cercato di raccogliere gli spunti che per noi erano più interessanti e che potevamo mettere in pratica anche lavorando a distanza. Devo dire che l’inizio non è stato dei migliori. Immaginate di ritrovarvi davanti ad una tela bianca e di poter creare tutto ciò che volete. In un primo momento potreste pensare che sia fantastico poter esprimere tutta la vostra creatività… ma la libertà può anche spaventare. Il testo di Ibsen è stato una guida fondamentale, senza quello non avrei potuto avere dei confini all’interno dei quali muovermi e riempire gli spazi vuoti. Leggendo e rileggendo il copione, mi rendevo sempre più conto di quanto Nora poteva avvicinarsi a me, ed è stato fondamentale il lavoro sull’identikit per calarmi completamente nel personaggio. Tante altre attrici hanno già interpretato Nora, ma questa è la mia occasione per darle altre sfumature, trovare dei modi diversi e a me affini per caratterizzarla.

I miei Virgilio in questa impresa titanica

Tutto molto bello, direte voi, ma tutto questo lavoro a cosa serve? Serve a rendere credibile il personaggio. Nora dopotutto è personaggio di fantasia, scritto in maniera meravigliosa, non c’è dubbio, ma è pur sempre inchiostro su carta. La sfida è renderla vera, renderla credibile con i suoi sbalzi d’umore e con la sua incapacità di comprendere appieno quello che le sta accadendo intorno. Io non sono Nora: non sono sposata, non sono madre e non ho vissuto le esperienze che l’hanno resa la donna che conoscerete nello spettacolo. Ma è questo che mi affascina, trovare nel dramma che ha vissuto e che sta per vivere delle affinità con le esperienze che mi hanno reso la donna che cerca di interpretarla. Durante uno stage teatrale il regista e attore Juri Ferrini ci disse: Dovete difendere il vostro personaggio. Difenderlo ad ogni costo, aggiungerei io. Non importa quanto può essere poco verosimile il suo comportamento, non importa quanto le sue scelte possano essere opinabili, non importa quanti errori abbia commesso dobbiamo difenderlo, sempre. Dobbiamo capirlo, assecondarlo e appoggiarlo, qualsiasi cosa accada. Questo è l’obbiettivo che mi sono prefissata quando ho accettato la parte di Nora. Vorrei che Nora rimanesse nella testa degli spettatori una volta finito lo spettacolo. Vorrei che gli spettatori si chiedano cosa avrebbero fatto loro in quella situazione e che, nonostante tutto, la riescano a capire… come sto cercando di fare io. Per quanto questo personaggio mi faccia arrabbiare, per quanto sia difficile rendere credibile le montagne russe che sono le sue emozioni, per quanto sia distante da me e per quanto alcuni aspetti di lei non riesco proprio a mandarli giù, io… le voglio bene; sì, le voglio bene, e per questo cerco di comprenderla e di appoggiare tutte le scelte che compie durante l’opera. Ho paura di non riuscire a trasmettere tutto questo? Assolutamente sì. Ma quando, durante le prove, mi spoglio di tutto quello che è successo durante la giornata, quando tolgo tutto lo stress del lavoro, la casa, le scadenze da rispettare e divento Nora mi sento più leggera. So che i miei compagni, la mia regista e il mio direttore artistico sono lì per supportarmi e per riprendermi, quando necessario. Ci sono prove che non vedi l’ora finiscano perché sono troppo pesanti, perché non funziona niente e tutto quello che dici in realtà è solo un ammasso di parole recitate e non sentite, ma nonostante questo la voglia di migliorare per me, per i miei compagni è sempre maggiore.

Ecco qui la quota rosa di questo spettacolo. Certo, manca la regista… chissà dove si era cacciata

Primavera 2021 (quasi). Abbiamo finito l’identikit, abbiamo finito lo studio della parte e ora si iniziano a provare gli atti. Dopo tutto quello che abbiamo vissuto in questi mesi mi è venuto spontaneo pormi alcune domande.

Cosa mi aspetto dal giorno dello spettacolo? Mi aspetto agitazione, ansia, paura di fallire ma anche tanta gioia perché nonostante il periodo difficile che abbiamo attraversato, nonostante le prove online, nonostante la fatica e le ore di studio passate sul copione siamo tutti consapevoli di esserci messi alla prova. Abbiamo calato i nostri assi dalle maniche, siamo cresciuti come attori e abbiamo davvero dato il massimo.

Cosa porterò con me di questa esperienza? La volontà di creare sempre un rapporto con il mio personaggio, di renderlo vero, per quanto mi è possibile. Mi sono resa conto di quanto un lavoro di gruppo sia fondamentale, a prescindere dal numero di battute del proprio ruolo nello spettacolo. Mi porterò dietro la consapevolezza di quanto un copione possa mettermi in crisi, la convinzione che, anche quando le richieste di un regista sembrano impossibili, puoi trovare un modo per renderle tue e raggiungere l’obbiettivo. Ora ho capito ancora di più che quando delle persone ripongono fiducia in te difficilmente è mal riposta, nonostante tu ti possa sentire sopraffatto dal compito e per quanto gli ostacoli ti sembrano insormontabili.

L’ultima grande domanda che mi sono posta è: cosa mi ha insegnato Nora? Mi ha insegnato che per quanto le cose possano essere difficili, per quanti sbagli possiamo commettere, il dovere più grande che abbiamo è quello verso noi stessi. Sarebbe facile vivere in una casa di bambola: abituarsi agli orpelli, alle conversazioni vuote e ai finti sorrisi… ma quando la realtà distrugge la fantasia, lì davvero capiamo di essere liberi. Questo auguro agli spettatori: siate coraggiosi e liberi, siate un po’ come Nora.

La parola agli attori

Nel corpo di uno sconosciuto

Negli scorsi due articoli, Laura e Valeria hanno ben descritto il nuovo spettacolo che La Gilda delle Arti sta preparando: Casa di Bambola del buon Henrik Ibsen.

Un’opera assai diversa dagli spettacoli che siamo soliti portare in scena, una vera sfida per molti di noi. 
Per questo mi è stato chiesto di scrivere questo articolo, per raccontare delle difficolta trovate nell’interpretare un personaggio tanto diverso dall’attore che lo interpreta, nel mio caso “Nils Krogstad”: il freddo strozzino che darà tanti problemi alla dolce Nora. 
 
Un articolo molto più personale del solito dunque, una sorta di mio diario circa il periodo delle prove per “Casa di Bambola” col quale far conoscere a voi lettori tutte le magagne che si nascondono dietro il meticolosissimo lavoro di immedesimazione per questo nuovo, particolare progetto.   

Ora, per capire meglio l’origine del difficile rapporto tra me e Nils, vi confesso che la mia esperienza come attore all’interno della Gilda è sempre stata risate, burle,”tarallucci e vino”.  

Dopo il primo ruolo nell’Academy in Otello, tutti  i personaggi che sono andato  ad interpretare rispecchiavano sempre in un modo o nell’altro la mia personalità:  da Valafrido de Il principe scambiato con i suoi vuoti di memoria e il fare scanzonato e irriverente, a il Cavalier del Bosco ne La famiglia dell’antiquario che dopo aver fatto da spoletta tra suocera e nuora, sviene e viene portato fuori di peso dalla domestica, o il borioso e fanfarone dottor Purgone de Il malato immaginario, per non parlare in fine poi dei personaggi interpretati durante le visite guidate, come il gioviale Conte Benaglio che accoglie i visitatori in casa sua o Antonio Ghislanzoni e le sue invettive contro Manzoni. 
 

“Ma Gio, sei tanto bravo e simpatico, ma cos’hanno in comune tutti questi ruoli?”
Oh, carissimo affezionato lettore del Blog della Gilda, è semplicissimo: tutti questi ruoli erano ruoli leggeri, comici perfino. Reggono tutti, da soli o in compagnia di personaggi altrettanto fuori di senno, solitamente interpretati dal buon Daniele con il quale mi diverto a stuzzicare il pubblico, la linea comica dello spettacolo. Per usare un termine tecnico tanto caro ai cinefili d’oltreoceano, svolgono il ruolo di “Comic relief, ovvero alleggerire la trama tramite la comicità  

Ma in questo caso no. In questo caso è tutto diverso. 
 
“Casa di Bambola” è uno spettacolo serio, reale, un vero e proprio spaccato di vita della Norvegia del XIX secolo (e di certo non uno dei più piacevoli). 
Nella vita di Nora non c’è spazio per le facezie di un pagliaccio. Gli unici momenti di gioia e leggerezza sono effimeri e, spesso, come si vedrà durante lo spettacolo, completamente finti. 
E di certo questi piccoli momenti di leggerezza all’interno della trama non vengono portati da Krogstad che, mi si permetta la citazione, “Non deve far ridere perché non c’è niente da ridere! Non è la linea comica!” . 

Renè mi dà la sua opinione circa il personaggio di Krogstad, dopo che ho cercato recitarlo con “il chiaro accento tedesco, come da copione”

Quindi niente più battute, niente più umorismo slapstick o mazzate in testa e, soprattutto, niente più rotture della quarta parete e ammiccamenti al pubblico (sigh), sul set di questa pièce si fa sul serio! 

Tanto si fa sul serio che anche il modus operandi della preparazione di uno spettacolo ha subito un’imprevista variazione: a differenza degli altri spettacoli, prima di cominciare a studiare il copione, ci è stato richiesto di compilare un identikit del personaggio

Queste schede andavano compilate dal punto di vista del personaggio, rispondendo a sia domande triviali del tipo “gli piace il suo lavoro?”, “pregi e difetti?” fino ad arrivare a domande ben più profonde, come per esempio “quali sono i suoi valori?”. Questa parte, devo ammettere, è stata la più semplice, anche perché da inveterato giocatore di giochi di ruolo, questo non era nulla di più che compilare la “Scheda personaggio” prima di una campagna… solo senza incantesimi e inventario per armatura e pozioni. 

Chiara rappresentazione dell’allineamento dei vari personaggi, dei registi e del gatto di Miriam. Non avete idea di quanto gli piaccia giocare con la webcam.

La parte più interessante di questo lavoro preventivo sul personaggio però è stata la discussione che è seguita alla compilazione dell’identikit. In chiamata online (durante una pandemia globale si fa quel che si può) ognuno ha letto ciò che pensava sul personaggio preso in questione. Già in questa parte molti di noi, io compreso, si sono resi conto di aver trattato troppo male il proprio personaggio. Abituati com’eravamo alle principesse e agli Arlecchini, messi davanti ad un personaggio “vero”, molti di noi hanno trovato ben pochi pregi e fin troppi difetti nella personalità di chi dovevamo interpretare. 

Grazie ai pareri di Miriam e degli altri membri della compagnia, che ci hanno aiutati a vedere anche i personaggi che noi consideravamo negativi sotto un’altra luce ben più umana e comprensiva, siamo riusciti a empatizzare di più con in nostri personaggi e a calarci nei loro panni. Tutto sommato, Krogstad non è una canaglia senz’appello come pensavo, c’è del buono in lui, e questo di certo mi ha aiutato a interpretarne la parte. 

Dopo un simile lavoro, si passa alla parte corposa: le prove vere e proprie! 
Purtroppo, limitati dalla pandemia ma ligi ai DPCM , anche queste hanno avuto luogo online in coppia, un dialogo per volta, con l’onnipresente Miriam che dirige e osserva. 

Dal mio primo dialogo con Marzia (che interpreta il personaggio di Nora) ho subito capito che preparare questa parte avrebbe richiesto sangue sudore e lacrime. I sorrisetti sono banditi, i movimenti non necessari proibiti, sopracciglia immobili, voce sicura e ferma, etc. etc. Per la prima volta, insomma, ero chiamato a comportarmi in maniera naturale sul palco, ma seguendo una natura che non corrispondeva alla mia. Ed è stato dannatamente difficile! 
 
Krogstad è un personaggio tormentato, con un passato criminale e per certi versi oscuro. Non ha intenzione di ammorbidirsi davanti alle debolezze e ingenuità di Nora. Duro e determinato, è quanto di più lontano dalla mia personalità, che è decisamente più affine a quella di un Golden Retriever non particolarmente sveglio. E soprattutto, fortunatamente, il mio passato è davvero meno travagliato del suo, senza lutti matrimoniali né, tantomeno, una vita da criminale (Signor-agente-dell’FBI che mi spia dalla webcam mentre scrivo,  giuro di essere innocente!!!). 

Quindi, come una secchiata d’acqua gelida, piovono le prime critiche della regista. “muoviti di meno”, “ti è scappato un mezzo sorriso”, “più fermo nelle intenzioni”, “rifacciamo”, “ancora una volta!” e ogni volta che ti rendi conto che l’interpretazione non è abbastanza vera, ripensi con nostalgia ai personaggi macchietta e alle battute improvvisate con Daniele e Giovanni F. durante Il principe scambiato. Tutto sommato, rispetto alle prime prove di Casa di Bambola, le mazzate in testa non erano così male… 

E le critiche della regista non sono la parte peggiore. Senti di star scimmiottando un estraneo piuttosto che star interpretando uno strozzino norvegese e, più ci impegno ci metti, meno naturale esce il dialogo. Risultato? Sei vicino a gettare la spugna. Per di più, buona parte delle mie battute sono insieme a Marzia, attrice assai avvezza a calarsi nel suo personaggio, sia per sua bravura che per il fatto che, avendo molte più battute di noi altri, ormai è già rodata e nel personaggio.E quindi il morale scende, provi e riprovi ma ancora non va. 

Ma poi un ricordo torna alla mente: quando Miriam al telefono ti ha proposto il ruolo dicendo “Gio, so che è difficile ma sento che ce la puoi fare. Se non ne fossi convinta, non te lo avrei nemmeno proposto”. 

Bam! Gli spinaci per Braccio di Ferro, la pozione magica per Asterix, la botta di adrenalina di Ms. Wallace in Pulp fiction, Gandalf che attacca all’alba cavalcando coi Rohirrim al Fosso di Helm! Si è di nuovo in piedi col morale alle stelle pronti a dare del proprio meglio!  

Precisissimo grafico redatto dal nostro team di esperti dopo aver assistito alle prove.

Incoraggiati da questo e dai propri compagni, allora si comincia a lavorare con impegno sulla scena e, tra un improperio detto a denti stretti e microfono spento e un pensiero ingiurioso rivolto alla buon’anima di Ibsen, si porta  a casa la scena! Penna ed evidenziatori in mano, si riempie il copione di appunti e annotazioni, tanto da far invidia ai manuali di storia generale ad una settimana dall’esame. 

Sarò sincero, mai in anni di militanza nella Gilda sono arrivato al termine di una prova tanto provato ma fiero di me. Certo, era bello divertirsi ad interpretare maschere e macchiette che uscivano alla prima prova, ma la soddisfazione di sentirsi dire dopo due ore di prove “Bravo! Era questo che intendevo!”, non ha prezzo. 

Mettersi nei panni di una persona così diversa, di un’altra epoca e con ideali totalmente agli antipodi dei propri, dona tutt’un altro punto di vista su un mucchio di cose e, per quanto si possa provare a empatizzare con un personaggio guardando un film o leggendo un libro, quest’immedesimazione così profonda è un privilegio esclusivo di chi, come noi, vive da dietro le quinte il teatro (e, mutatis mutandis, il cinema). 

Alla prima sarà stupendo, finalmente potremo mettere in scena il frutto di mesi di prove. 
Ho però degli obiettivi molto personali circa lo spettacolo: spero di riuscire a trasmettere al pubblico che verrà a vederci il senso profondo che solo un’interpretazione sentita di Krogstad riuscirebbe a dare. Spero di riuscire a far capire che Nils non è un criminale dal cuore di ghiaccio come io, a una lettura superficiale del copione, avevo erroneamente pensato. Ma soprattutto spero di riuscire a rendere giustizia a un personaggio complesso e ben scritto, che merita di certo tutto l’impegno che sta venendo messo nella preparazione di questo spettacolo. 
Possibilmente senza incorrere nelle ire del fantasma di Ibsen: non dev’essere bello avere il fantasma di un drammaturgo norvegese che gira per casa ricordandoti quanto la tua interpretazione mediocre lo abbia fatto rivoltare nella tomba. 

Nonno Simpson, dopo aver visto il nostro spettacolo, ci da la sua interpretazione del personaggio di Krogstad.

Bon, diario di bordo delle mie peripezie finito.  

Alla fine ho finito per affezionarmi a Krogstad, in un modo o nell’altro, quasi come se lo conoscessi davvero … e, perché no, anche di essere cresciuto come attore.  Tutto sommato non è restando nella propria comfort zone che si migliora, nella bambagia si sta comodi ma non si esplora né si impara molto.  

Tra le domande dell’Identikit ce n’era una molto particolare: “saresti suo amico?”, avevo risposto “no” senza esitazione. 

A mesi di distanza, penso di star cominciando a cambiare idea. 

Articoli di Fondo

Il Teatro ai tempi del Coronavirus

I comici dell’Arte lo sapevano: dopo il Carnevale, addio spettacoli! Almeno fino a Pasqua.

Certo, perché inizia la Quaresima: quaranta giorni di penitenza, riflessione o, se volete, purificazione per meglio accogliere il mistero Pasquale. È chiaro che, se devo pensare alla salute della mia anima, mica ci vado a vedere le Colombine e le Servette con quei bei decolté, fatti apposta per ingolosire gli spettatori. E mica pago per andare a ridere di lazzi e  battutacce, non sempre eleganti, giocati sugli istinti e sulle bestialità dell’uomo: tra sputazze, intrighi, inganni, diavoli che si chiamano con la formula “Berlich” e si scacciano con “Berloch” e  doppi sensi a tutto spiano, forse, mi sarei un tantino dimenticata dal monito del Mercoledì Santo “polvere sei e polvere ritornerai” (che per fortuna ora suona come un più dolce invito: “convertiti e credi al Vangelo”).

Insomma… dopo il Martedì Grasso, il teatro si fermava. Curioso che qui a Bergamo, la patria di Arlecchino e di Brighella, il fatidico STOP agli spettacoli sia scattato proprio nella domenica di Carnevale. Curioso che, dopo secoli dopo il tramonto della Commedia dell’Arte, si sia riesumata una misura restrittiva che durerà, più o meno, fino a Pasqua.

Ma di cosa mi stupisco, dopotutto? Siamo sinceri: quanti video e post che girano su Facebook e Whatsapp ce lo dicono? Dalla peste di manzoniana memoria, alle misure prese nel Medioevo per arginare le epidemie, ai servizi dei telegiornali dell’istituto “Luce” che parlano dell’influenza asiatica, direi che la mia riflessione sul teatro della serie non-c’è-niente-di-nuovo-sotto-il-sole non è proprio una trovata che brilla di originalità.

Servizio dell’Istituto Luce che, nel 1957, documenta la diffusione dell’influenza asiatica in Italia… interessanti le varie raccomandazioni!

Ma tant’è: come i colleghi di Goldoni, anche noi abbiamo interrotto bruscamente la nostra stagione… e se tralasciamo i dettagli che:

  • il divieto è stato emanato dalle autorità civili e non religiose,
  • i comici dell’arte non avevano da annullare delle date fissate in quaresima (perché semplicemente non le avevano programmate),
  • in gioco non c’è la salute delle anime ma degli spettatori in carne e ossa,

direi che noi attori siamo sulla stessa barca di quelli del Settecento. Anzi, dirò di più. Siamo sulla stessa barca anche dei sacerdoti, dato che in questo strano periodo sono sospese le messe. Un parallelismo non così incredibile, se anche Paolo Grassi, il co-fondatore del Piccolo Teatro Stabile di Milano con Giorgio Strehler, descriveva così il Teatro:

Il luogo dove una comunità liberamente riunita si rivela a se stessa, il luogo dove una comunità ascolta una parola da accettare o da respingere.

Ma basta coi discorsi sui massimi sistemi. Torniamo ai nostri tempi, magari evitando di rubare altre citazioni (che tra Paulo Coelho per il titolo, la liturgia per le Ceneri e da ultimo Paolo Grassi, ho già fatto sufficiente razzia).

Torniamo al Teatro in Quarantena.

Che c’è da dire? In effetti non molto: semplicemente, gli spettacoli, le prove, i festival, gli stage sono stati rimandati o cancellati, e la ragione è che è entrato, sulla scena del Teatro, il Coronavirus… e il mondo è troppo piccolo per tutti e due.

I problemi che si ripercuotono sul nostro lavoro di teatranti sono evidenti anche a chi non è del mestiere: no spettacolo, no party, no money. In più, senza prove, non si può nemmeno profondere energia nella creazione di uno spettacolo nuovo. Non da ultimo, c’è l’incertezza di quanto durerà quest’emergenza, che porta ad annullare (e non a rimandare) gli spettacoli e rende praticamente impossibile programmare il lavoro dei prossimi mesi.

E non è un modo per piangersi addosso, sia chiaro. È semplicemente un dato di fatto.

Avete presente il panico che è esploso quando è trapelata la bozza del Decreto che chiudeva la Lombardia? Tutti che dicevano: ma allora chiudono le aziende? E i lavoratori? Come faranno a tirare fine mese? Ecco. Noi viviamo lo stesso panico: se chiudono i teatri fino a data da destinarsi… la nostra azienda chiude!

Non tutti i mali vengono per nuocere.

Ci sono ricaduta, nel citazionismo, ma ho una buona ragione per farlo. Parlando con degli amici che lavorano come impiegati, questa frase è saltata più o meno fuori, in un bel momento di ottimismo.

“Vedrete che questa è la volta buona che ci svegliamo per lo smart-working. Vedrete che finalmente cominceremo a lavorare da casa e ci allineeremo ai Paesi più avanzati, dove è già la normalità.”

Io, che lavoro nel teatro e come guida turistica, ascoltavo pensierosa; con un po’ di amarezza, ho risposto:

“Sì, però dipende dai lavori che fai. Io, nel mio, ho bisogno della gente.”

E non è per essere attaccata al passato o per difendere una presunta purezza del mestiere. Senza pubblico non c’è teatro, e se non ci sono turisti non ci sono visite guidate.

In Facebook mi sono imbattuta in questo articolo di Enrico Galiano che fa riflettere sulla necessità del contatto tra persone per educare. Se vi interessa, lo trovate qui.

Leggevo in questi giorni dei suggerimenti da parte di persone che intervenivano nelle discussioni tra noi lavoratori dello spettacolo su Facebook, e c’era qualcuno che proponeva: fate spettacoli in streaming!

Mi è venuto da sorridere.

A parte che il pubblico è disaffezionato in generale al teatro e che, se non fai qualcosa di davvero interessante o richiesto, se non ti inserisci in una rassegna e non fai una marea di pubblicità, difficilmente avrai frotte di pubblico pagante.

Figurarsi se c’è gente che, avendo Netflix o Amazon Prime, decide di pagare un biglietto (poi, come…?) per vedere uno spettacolo in streaming.

Poi, a parte i monologhi o gli spettacoli con tre-quattro attori, che cosa puoi mettere in scena? Io faccio parte di una compagnia teatrale, e semplicemente le prove sono considerate “assembramento”.

Figurarsi uno spettacolo con 7-8 attori, a cui aggiungere regista, tecnico audio e video! E poi, dove lo giro? Noleggio un teatro? Pago un tecnico per fare le riprese, dando per scontato che rientrerò nelle spese? Faccio da me e rischio di creare un contenuto scadente che faccio pagare?

E, ultimo ma non ultimo… che razza di teatro è, quello in cui non c’è il pubblico? Personalmente, a parte qualche rarissima eccezione, non sopporto gli spettacoli in cui c’è un tetto massimo di poche decine di spettatori, non per limiti fisici dello spazio scenico, ma “per mantenere l’atmosfera”.

Figurarsi cosa posso pensare di una messa in scena in cui non c’è nemmeno uno spettatore!

Un attore come Maurizio Crozza che, pur facendo televisione, non ha mai rinunciato al pubblico in sala, confessa la sua desolazione davanti al pubblico di “500 seggiolini”. Trovate il video del suo monologo qui.

Il punto è, e chi fa teatro lo sa, è che essere in scena significa esattamente parlare al pubblico. Lo spettacolo è comunicare qualcosa, e aspettare anche la reazione della gente: se fai una battuta e non ride nessuno, la scena successiva ne risente. Se c’è un duello e nessuno sospende il fiato, la tua interpretazione non sarà intensa come quando hai centinaia di occhi puntati addosso. Se finalmente arrivi al punto in cui l’intreccio si scioglie, ma nessuno tira un sospiro di sollievo… lo sai anche tu che non stai facendo uno spettacolo. Stai facendo una prova.

E vi dirò di più. Anche il pubblico lo sa, che vedere uno spettacolo dal vivo o registrato non è la stessa cosa. Pretendereste che la gente non vada ai concerti perché tanto c’è YouTube Music o Spotify? No, perché non è la stessa cosa. Il teatro, lo spettacolo… sono carne, sangue e sudore. Respiri che si sentono, imperfezioni, colpi di tosse nel pubblico (rigorosamente protetti nell’incavo del gomito). Il teatro è presenza. È vivere qualcosa tutti insieme, ognuno con la sua sensibilità, ma tutti nello stesso luogo, nello stesso momento, proiettati nella stessa azione… perché, se le unità aristoteliche sono state superate nella drammaturgia, non si possono scavalcare nella messa in scena.

Una delle scene più belle di Finding Neverland – Un sogno per la vita è quando il protagonista invita, per il debutto dello spettacolo, venticinque orfani in sala. Loro, il pubblico che non si fa influenzare dai critici, sono il vero motore del successo della serata!

E quindi? Soluzioni? Eh, sinceramente non ne ho trovate: a parte aspettare che finisca quest’alta, altissima marea che mette in crisi un po’ tutti, penso che l’unica cosa da fare sia provare a prendere la rincorsa. Magari trovare il modo di riderci sopra, e accogliere questa interruzione forzata come l’opportunità per progettare qualcosa di buono.

E a chi ci dice “trovati un lavoro vero” cosa rispondiamo?

Bè, che ha ragione. Fare l’attore o il regista difficilmente è considerato “un lavoro vero”, ma un’amenità che qualcuno può permettersi grazie alle sue doti istrioniche. Non si pensa mai che sia frutto di studio, di prove, di doti artistiche da coltivare, di lavoro in team, di capacità organizzative e elasticità mentale. È considerato essenzialmente un passatempo.

Eppure, il teatro (disturbiamo ancora una volta Paolo Grassi) è

fra le arti la più idonea a parlare direttamente al cuore e alla sensibilità della collettività. Noi vorremmo che autorità e giunte comunali si formassero questa precisa coscienza del teatro considerandolo come una necessità collettiva, come un bisogno dei cittadini, come un pubblico servizio alla stregua della metropolitana e dei vigili del fuoco.

Ora è il momento di calare il sipario su una riflessione aperta, a cui sarebbe gradevole aggiungere altre voci e prospettive: le vostre, se volete.

Ma, prima di lasciarvi, come posso chiudere questo articolo, sintetizzando in una frase ciò che vorrei comunicare? Ci vorrebbe una voce autorevole, un’espressione lapidaria, che rimanga impressa…

(Ho fatto trenta… faccio trentuno. Cosa suggerisce Paolo Grassi?)

Il Teatro ha bisogno dei cittadini.

La parola agli attori

GdAcademy: una storia dietro al progetto.

Quando da piccola mi sfidavano al “gioco dei mimi”, uno dei compiti più ardui era far indovinare il “lavoro dell’attore”. Già, perché la parrucchiera usa le forbici, il cantante ha il microfono, il pilota ha un volante, ma… l’attore cosa diamine fa? Non si può mimare uno che di mestiere finge di essere un altro. E allora, come facevo?

Bè, lo facevo e basta. Innanzitutto mi mettevo in quella che, secondo me, era la posa-da-attore: mi accigliavo, guardavo in lontananza e immaginavo di avere un teschio in mano; poi, con le labbra, articolavo senza suono un terribile “Essere o non essere: questo è il problema.”

Un riassunto per immagini dei momenti salienti di “Amleto”.
Foto di WikiImages da Pixabay

Amleto: ragazzi, a cinque-sei anni si recitava Shakespeare… mica caramelle. E lo facevamo a turno più o meno tutti, senza che ci suonasse strano. In fondo, cos’altro era l’attore, se non uno che recitava grandi storie? Noi, almeno, facevamo così e indovinavamo senza troppi problemi. Chissà se i bambini di oggi mimano “il teatro” nello stesso modo o se optano per uno stile più contemporaneo, che so, modello “Bestie di Scena” di Emma Dante.

“Bestie di scena” è una produzione del 2017 firmata da Emma Dante, una delle artiste più importanti del panorama teatrale contemporaneo. Il video può essere utile per farsi un’idea del tipo di linguaggio artistico che la caratterizza.

Ma torniamo al gioco; eravamo rimasti che, per inscenare gli altri mestieri bastava mimare un’azione, mentre per fare l’attore serviva simularne tre… primo, mettersi in posa; secondo, recitare un sentimento con il volto; terzo, far l’atto di parlare. Anche se abbozzata e un po’ schematica, in questo semplice gioco è nascosta una interessante riflessione “cosa significa fare l’attore”: saper occupare lo spazio, mostrare i moti dell’anima e unire le parole ai fatti. Certo, stare sul palco richiede anche altre abilità, ma direi che per essere partiti dal “gioco dei mimi” siamo a buon punto. Bene: proseguiamo.

Passano gli anni. Cresco, studio, faccio sport, compio la prima scelta importante e mi iscrivo al liceo socio-psico-pedagogico (che oggi è un curriculum estinto, segno inequivocabile del tempo che scorre inesorabile, ed è stato sostituito dal “liceo delle scienze umane”). Al secondo anno decido di approfittare di una delle opportunità date dalla scuola, e chiedo ai miei genitori il permesso di partecipare al corso di teatro del venerdì pomeriggio. Niente in contrario, quindi si va alla prima lezione. Ci si mette in cerchio e ci si presenta. Tutti zitti, parla il regista; parte subito in quarta, va al nocciolo del problema:

Ecco cosa viene in mente di solito, pensando al “teatro”. Anche se oggi non serve più un luogo tanto bello e imponente per andare in scena, dubito che perderà il suo fascino, coi posti assegnati, il sipario che si apre e le luci che si spengono creando la giusta atmosfera.
Foto di TravelCoffeeBook da Pixabay

“Come si muove “il cattivo”, come cammina “il buono”? Pensate di saperlo? Eppure, se nella realtà non è facile definire il bene e il male, perché dovrebbe esserlo nel teatro? Smettiamo di pensare per stereotipi, e cerchiamo di andare a fondo: l’attore è tale quando, dopo una lunga ricerca, trova un linguaggio vero e autentico, che permea tutto il suo essere. Non basta recitare, bisogna essere.”

Che choc, che trauma. Niente sipario, niente ruoli e, francamente, non avevo neanche capito che tipo di spettacolo avremmo fatto. Ma sono carica, affascinata da questa nuova prospettiva che non ho mai considerato e mi ci butto a capofitto. Passo dopo passo mi innamoro sempre di più di quel mondo, fatto di energie e sinergie, di immagini e di relazioni con gli altri attori, della fiducia nel regista, del lavoro individuale che sfocia in una meravigliosa composizione. Mi piace che nessuno sia invidioso dell’altro: avremo tutti (o meglio, tutte: eravamo solo ragazze) lo stesso peso nello spettacolo finale, nessuno sarà messo da parte, nessuno avrà vergogna perché il gruppo ci proteggerà nelle scene corali. Basta, ho deciso: il vero teatro è quello di Eugenio Barba, dell’Odin Teatret.

L’Odin è una realtà molto famosa per chi si occupa di teatro, un po’ meno per chi non bazzica l’ambiente (come me all’epoca). Ecco un breve video per farsi un’idea dello stile di lavoro.

Montiamo lo spettacolo in poche settimane, in un tour de force assurdo: il 2 giugno, Festa della Repubblica, la scuola resta aperta per noi, che dobbiamo provare dalla mattina alla sera. Le mamme sono riuscite a confezionare i costumi che il regista voleva in tempi record, e noi ragazze abbiamo recuperato gli oggetti più strani, tra cui un’accetta, un ceppo di legno e una stadera. Malgrado la fatica, ce l’abbiamo fatta. Ora è tutto pronto… nulla ci separa dal fatidico giorno. Siamo pronte al debutto.

Mio fratello, ovviamente, è invitato. Non brilla di entusiasmo all’idea di vedere questo “spettacolo-studio”, ma do ut des: anche io vengo alle partite, quindi è tempo di ricambiare. Giusto per non arrivare impreparato, a tradimento mi chiede: “ma stasera, di preciso, di cos’è che parla lo spettacolo?”. Pausa imbarazzante. Farfuglio qualcosa senza senso, con mio fratello che mi fissa, sempre in attesa di una risposta. “Non è uno spettacolo classico” dico, “è fuori dagli stereotipi. È contemporaneo.” Lui non fa commenti, prende la cosa per buona… ma io comincio a sentire qualcosa che non avevo mai provato; fino a quel momento ero stata così immersa nei preparativi che avevo dato per scontato che il risultato sarebbe stato un grande spettacolo. Anche se ho sedici anni appena compiuti, il fatto di non riuscire a parlare del debutto senza dover giustificare con un “è una cosa particolare” mi mette in allerta.

Qualcosa incrina la perfezione della mia idea di teatro… ma siamo solo all’inizio perché, dopo lo spettacolo, arriva ben assestato un altro colpo: col sorriso stampato in faccia per la soddisfazione, corro dai miei. “Vi è piaciuto?” chiedo. “Siete state molto brave, complimenti.” Le parole sono gentili e di congratulazioni, ma il linguaggio non verbale non mente, e me ne accorgo: lo spettacolo non è stato all’altezza di ciò che prometteva.

Uno degli oggetti di scena che usavamo più di tutti era la maschera neutra: per molti anni ho continuato a usarla per i laboratori che dirigevo e per creare presenze inquietanti e misteriose negli spettacoli… mentre adesso sono praticamente in pensione e le maschere che vedo più spesso sono quelle della Commedia dell’Arte!
Foto di Leandro De Carvalho da Pixabay

Sono un po’ scossa, così decido di analizzare oggettivamente il lavoro fatto per prenderne le distanze; concludo che, in effetti, avevamo lavorato tanto e con passione a un risultato che non aveva incontrato il favore del pubblico dei genitori (che, obiettivamente, è il più parziale, quello disposto più di tutti a vedere il buono del lavoro svolto). Ma in fondo era solo il primo anno, mi dico. Il secondo sarà molto meglio. E mi ri-iscrivo al corso.

Stavolta sono molto più critica, perché il copione è sempre lo stesso; camminate, composizioni, coreografie… e montaggio dello spettacolo in poche prove, di corsa. Ora pure io mi rendo conto che il pubblico non capirà nulla, e lo faccio presente al regista.

Mi ricordo bene la situazione; era una delle prime volte che mi mettevo di traverso, contro un maestro che stimavo e ammiravo. Speravo con tutta me stessa che mi convincesse che mi sbagliavo… ma le argomentazioni che usò non mi persuasero, e io andai in scena consapevole che sarebbe stato, un’altra volta, un evento autoreferenziale, che avremmo capito solo noi e il regista che l’aveva ideato.

Sono in bilico; non so se iscrivermi ancora al corso. Non voglio fare un altro debutto così. Ma magari quest’anno sarà meglio… e poi tutte le mie amiche, a cui sono molto legata, si iscriveranno ancora; prendo tempo, e accetto l’invito del regista, che ci segnala che ci sarà in città un evento eccezionale: nel centro storico si esibiranno gli attori dell’Odin Teatret, il modello del nostro operato. Perfetto, mi dico: così vedrò a che cosa punta il mio lavoro. Pago il biglietto, prendo posto, assisto allo spettacolo, esco e ascolto i commenti entusiasti del regista e di alcune delle mie amiche.

Perfetto, mi dico: ora so che non mi iscriverò a teatro. Punto.

Quando per prendere una decisione fai una lista di pro e contro e, alla fine, capisci che non è servita a niente.
Foto di analogicus da Pixabay 

Ho un anno sabbatico, diciamo, e mi dedico ad altri interessi. Poi, inaspettatamente, mia cugina mi invita a vedere uno spettacolo organizzato da alcuni suoi amici e mi chiede di accompagnarla: il titolo è “La Bella e la Bestia”. Io accetto pur essendo un po’ prevenuta: sarà il solito spettacolino con le battute del film, messo insieme da ragazzi che lo fanno per hobby; e invece… invece vedo la luce.

Bravi, bravi, bravi; musica dal vivo, ingegno nel riadattare il testo originale, organizzazione impeccabile. Rimango davvero colpita e, quando qualche mese dopo, la compagnia cerca nuovi componenti, mi lancio nella mischia. Sarò dei loro. Comincia per me una nuova fase, all’insegna di un teatro forse tradizionale, ma reso vivo dalle energie di chi lo anima: un gruppo in cui si accetta di studiare, di avere una parte più o meno lunga, e di essere indispensabile; un gruppo in cui tutti fanno tutto (costumi, musicisti, cantanti, trovarobe, scenografi, grafici, attori, registi, coreografi, drammaturghi), e il capo è solo il coordinatore delle energie dei singoli e l’ispiratore delle iniziative. Ma soprattutto un gruppo che desidera, e persegue, il confronto con gli spettatori: lo spettacolo funziona se piace a noi, ma anche al pubblico, e in questa relazione sta la miglior leva per crescere, per dare di più.

Finalmente avevo scoperto che cos’era “recitare” per me, e che cosa mi aspettavo dal teatro.

Una delle primissime prove con la “nuova” compagnia di ragazzi, gli ShArt – Show&Art.

Ecco qual è la mia storia dietro la GdAcademy: anni di ricerca del senso del teatro, centinaia di prove, dozzine di repliche e un grande, insaziabile desiderio di condividere e contagiare gli altri con l’entusiasmo che una tale esperienza sa trasmettere. E, ora che sono io a insegnare, cerco di farlo con i migliori mezzi di cui dispongo, curando più che posso ogni fase del lavoro: perché un corso di teatro non può non tenere conto dell’organizzazione delle prove; non può sorvolare sulla difficoltà a reperire costumi e oggetti; non può  ignorare i gusti del pubblico a cui si rivolgerà e non può fingere che, quello che un attore fa quando studia e viene alle prove, non sia un lavoro… per quanto giovane sia la sua età e scarsa la sua esperienza; solo per questo, merita di essere valorizzato.

Non ci sono solo io dietro le quinte della GdAcademy, ma personalmente credo fortemente in questo progetto; in esso sono trasfuse tutte le passioni, le delusioni e le vittorie di questi anni, oltre che la certezza che in ognuno ci sia un talento pronto per essere messo in luce… e la mia speranza è che chi parteciperà, oltre trovare la sua strada artistica, goda di tutti quei privilegi che sono connessi a far parte di un bel gruppo di giovani, motivati, altruisti e laboriosi; e io ne so qualcosa, visto che, oltre che un lavoro e una direzione artistica, grazie al teatro, ho trovato pure mio marito!

Eccoci! Io e mio marito in fase di allestimento del palcoscenico prima di un debutto.