Note di Regia

Una squadra fortissimi

Avete presente quando, alle elementari o alle medie, vi toccava formare una squadra? Io ricordo molto bene le partite a palla prigioniera all’intervallo che, quando non erano il classico derby 3^A VS 3^B, richiedevano una consumata abilità tattica nella scelta dei membri vincenti. Ecco, sono passati anni da allora… anzi, decenni… eppure, a ogni nuovo spettacolo, puntualmente si ripropone per me il dilemma del caposquadra: chi metto nel cast?

Devo essere sincera. Prima di pensare a cosa scrivere in questo articolo, non mi sono mai sentita una “caposquadra”: la genesi di uno spettacolo della Gilda non è una sfida contro un avversario e, finché la compagnia contava pochi attori, abbiamo sempre cercato di dare una parte a ciascuno. Il bello, per noi, è sempre stato recitare insieme, incontrarci e ridere alle prove, imparare dai talenti degli altri e soprattutto calcare il palco più volte che si poteva. Insomma, per la Gilda non è mai stato un “chi scelgo?”, ma un “chi di voi è disponibile?”.

Le cose sono un po’ cambiate negli ultimi anni, quando il lavoro ha cominciato a ingranare meglio che mai e si è reso necessario produrre più di uno spettacolo all’anno per andare incontro alle richieste degli organizzatori e del pubblico. Non ridete, dico sul serio! Prima dell’emergenza sanitaria, stavamo andando alla grande. Anche per questo avevamo pensato di mettere in scena uno spettacolo che, come Casa di Bambola, prevede solo sei attori.

Dico “avevamo pensato” non per usare il plurale maiestatis che fa molto sovrano d’altri tempi, ma perché la direzione che prendono gli spettacoli, in gergo “la direzione artistica” della compagnia, passa inesorabilmente da almeno due doganieri: la sottoscritta, che annusa l’aria come Gandalf e decreta che “quella è la via”, e mio marito Nicola che, come Gandalf, a volte riserva alle mie ispirazioni lo stesso trattamento del Barlog di Morgoth.

Non sempre la scelta del nuovo spettacolo è una questione pacifica, in famiglia.

Dopo questa piccola parentesi sulla genesi del repertorio della compagnia, torniamo alla questione. Fare il cast per Casa di Bambola è stato un po’ come comporre una squadra di palla prigioniera, e la nostra campagna acquisti ha avuto questo esito:

  1. Doralice della Famiglia dell’Antiquario, la Nuora >Nora (notare il minimo cambiamento di lettere)
  2. Romeo di Romeo e Giulietta >Torvald Helmer
  3. Beatrice di Molto Rumore per Nulla > Signora Linde
  4. Valafrido del Principe Scambiato > Nils Krogstad
  5. Uno dei tre narratori della nostra versione di Fantaghirò> Dottor Rank
  6. Lucia Mondella dei Promessi Sposi 2.0 > Helene

Ora, mi rendo conto che quello elencato sembri più un minestrone di personaggi che un cast. Eppure, nella ricetta deve esserci proprio questo: l’aver vestito i panni dei ruoli più diversi, aver lavorato negli spettacoli più impensati, e aver conosciuto i propri colleghi nelle più varie sfaccettature espressive. Già. L’ingrediente segreto è l’affiatamento. Anzi, mi correggo: la fiducia.
L’affiatamento viene col tempo. Ci si conosce, ci si misura, si recita insieme, e il gioco è fatto. La fiducia, invece, è un altro paio di maniche: è un dono, una virtù, una grazia. Scegliete voi la definizione che preferite… l’importante è ricordare che è assurdamente difficile da conquistare e piuttosto facile da perdere. No Martini? No party. No Fiducia? No affiatamento.

Ecco un’immagine del debutto di Nora come attrice nel 2012. Faceva l’innaffiatoio: una bella carriera, non trovate?

In questo, ci sentiamo (e io mi sento) profondamente privilegiati. Tutte le ragazze e i ragazzi della compagnia ci degnano di una grandissima fiducia, anche quando proprioniamo loro delle vere e proprie mission impossible. Cosa intendo? Be’, intendo che a uno dei nostri più navigati attori brillanti, specializzato nelle parti comiche, abbiamo proposto di interpretare il tormentato Krogstad (che di comico, forse, avrà solo la pettinatura). Intendo che alla protagonista di Casa di Bambola, di scena per due ore e un quarto con una sola breve pausa, abbiamo chiesto di addossarsi questo difficile ruolo. Intendo che, a un gruppo abituato a interpretare commedie divertenti e fiabe a lieto fine, abbiamo chiesto di mettere mano a un copione di grandissima carica drammatica e scarsissimo tenore comico.

I ragazzi si sono fidati di noi e hanno scelto di mettere al servizio di un miraggio, ossia il debutto di uno spettacolo concepito in periodo Covid-19, molto del loro tempo e tante delle loro energie. E’ una responsabilità non indifferente, perché conosciamo il livello di coinvolgimento che un lavoro simile comporta, e sappiamo anche quanto alacremente sanno applicarsi i nostri attori allo studio della parte e alla preparazione del personaggio. E’ una responsabilità che sentiamo, sì, e che ci spinge a pianificare con attenzione cura il lavoro di ciascuno.

E veniamo al sodo di questo mio lungo preambolo. Dall’alto della mia posizione di regista, ve lo confesso, ogni tanto la tentazione di usare il plurale maiestatis c’è. Ogni tanto ho di quei momenti in cui, in un sordo e crescente vibrare di campane tibetane e in un fascio di luce dorata, mi sento Semola che estrae la Spada dalla Roccia. “Io” insegno agli attori come leggere il testo. “Io” li correggo. “Io” ho una visione dello spettacolo a cui loro devono conformarsi. Suona antipatico, vero? Eh, lo so. A volte mi sto antipatica da sola.

E questa mia regalità registica è corredata di appunti sul copione, schizzi sui fogli da disegno, lunghe spiegazioni su come-vedo-la-scena, analisi chirurgiche di questa o quella battuta… insomma, quando mi impegno mi prendo sul serio. Il mio motto in questi casi? Tutto sotto controllo.

“Un po’ più a destra, un po’ più a sinistra…” i dettagli fanno la differenza, in fondo!

Adesso potete ridere. Sì, perché non c’è niente di più stupido di pretendere che sia “tutto sotto controllo” quando si parla di Arte. E ancora di più nel teatro: cercare di controllare uno spettacolo è come tenere sul fuoco una pentola a pressione senza farla sfiatare, perché non si possono contenere le energie, la creatività, la personalità di tanti attori che mettono mente, anima e corpo al servizio del loro personaggio. Una simile carica non è da controllare: è da gestire, assecondare, gustare. Nel corso delle prove c’è la stessa tensione tangibile di un interrogatorio a un omicida che mente spudoratamente, la stessa allegria del Carnevale in maschera, lo stesso sudore che in un allenamento sportivo, la stessa dedizione di un orafo che cesella metallo prezioso.

Ed è in questo che la lezione di umiltà si manifesta. C’è, in tutte le prove (ma in Casa di Bambola in particolare) un momento di non ritorno; un momento in cui quello che hai fatto e detto fino a quel momento sembra sparire, dissolversi, non esistere più, o addirittura non esserci mai stato… e lo spettacolo diventa una creatura a sé, qualcosa che sì, forse qua e là ti somiglia, ma va con le sue gambe. Con le gambe dei suoi interpreti, a dirla tutta. E tu, che avevi tutto sotto controllo, ti trovi come seduto al cinema a vedere un film di cui non sai praticamente nulla; e guardi gli attori e dici: “ma chi sono questi? Dove sono finite le persone che conoscevo?”

Faccio fatica a spegarlo, perciò uso un’ultima immagine. Prendete le tessere del gioco del Domino, mettetele in equilibrio sul lato stretto e create una figura. Impiegate fatica e tempo per farlo, ma alla fine guardate soddisfatti alla vostra spirale di tesserine: poi basta un tocco, un alito di vento, un gatto che passa e… zac! Tutta la vostra abilità geometrica cade a catena. Eppure quello che resta non è un caos disordinato, ma un disegno nuovo, più unito e compiuto.
Ecco quello che ho provato, quando per la prima volta ho visto il sorriso solare di Stefano trasformarsi in uno sguardo intenso e carico di desiderio. Ecco cosa è successo, quando Tiziana/Linde e Giovanni/Krogstad si sono dati appuntamento fuori casa degli Helmer. Ecco cosa succede quando Laura, a quasi vent’anni, parla come una vedova e madre di famiglia. Ecco cosa è accaduto, quando ho ascoltato Giovanni/Helmer e Marzia/Nora recitare di filato l’ultimo atto.

Cos’è per me la regia? Condividere una visione, predisporre la direzione in cui guardare.

Ve lo dico chiaro e tondo, cosa è successo. La “caposquadra” con la Spada nella Roccia si è resa conto che il suo posto è in panchina. Anzi, diciamo nel parterre, con i popcorn nella destra e i fazzolettini di carta nella sinistra, per godersi lo spettacolo di quella “squadra fortissimi, piena di gente fantastici” che sa far ridere, ammaliare e far sognare anche il più inaccessibile dei cuori di pietra… quello della regista, che credeva di avere tutto sotto controllo.

Note di Regia

Il Pensiero dietro alla Rassegna

La rassegna

La rassegna “Il Teatro di Goldoni” prende le mosse dalla collaborazione della compagnia La Gilda delle Arti con i comuni di Osio Sotto, Ciserano, Boltiere e Verdellino, e nasce con l’obiettivo mettere in scena un genere teatrale che ha reso celebre l’Italia in tutto mondo: la Commedia dell’Arte.

Gli spettacoli che compongono la rassegna sono quattro e affrontano, partendo da diversi approcci, il fil rouge dell’intero programma. L’autore di riferimento per ogni adattamento è Carlo Goldoni, che dedicò tutta la sua vita al teatro e che, probabilmente, è la fonte più autorevole per ricostruire lo stile dei Comici dell’Arte senza perderne la vitalità.

Gli spettacoli

Il primo testo in programma è “L’Arlechì, servitore di due padroni”. Si tratta di un adattamento del celebre testo di C. Goldoni “Il servitore di due padroni”, in cui il protagonista cerca maldestramente di accontentare due padroni diversi, senza rendersi conto di combinare continuamente pasticci e malintesi. La rivisitazione che proponiamo è volta essenzialmente in tre direzioni: ridurre la durata dello spettacolo a circa 70 minuti; sostituire lo zanni originale, Truffaldino, con la più famosa maschera di Arlecchino; convertire, infine, il dialetto Settecentesco del copione goldoniano con la parlata bergamasca dei giorni nostri.

Il secondo spettacolo in programma è “La Famiglia dell’Antiquario, ossia la suocera e la nuora”. Anche in questo caso abbiamo ripreso l’omonimo testo di Goldoni e l’ha adattato in termini di lingua e di durata. La trama è ancora una volta un intreccio di fraintendimenti, questa volta tra le padrone di casa; i battibecchi che animano la vicenda sono causati dalla gelosia tra le due donne e sono fomentate dai servitori Arlecchino e Colombina. A fare da paciere è il mercante Pantalone dei Bisognosi che, dopo molti tentativi andati a vuoto, trova una soluzione per far convivere sotto lo stesso tetto una suocera e una nuora.

Il terzo appuntamento della rassegna presenta “La Locandiera”, uno dei testi più celebri
e amati della tradizione teatrale italiana. Questo spettacolo è il frutto della riflessione di Carlo Goldoni sul teatro della Commedia dell’Arte: senza rinunciare al carattere intrigante e comico di Colombina, all’intraprendenza di Brighella e alla presunzione del Capitano, l’autore crea dei personaggi senza maschera, ribattezzandoli rispettivamente Mirandolina, Fabrizio e Cavaliere di Ripafratta. Questo copione segna di fatto la fine della Commedia dell’Arte per il teatro italiano, e la nascita di una nuova stagione letteraria, aperta ai contributi provenienti dalla Francia e dall’Inghilterra, rappresentati in massima parte dalle opere di Moliere e di Shakespeare.

L’ultimo spettacolo della rassegna è “Il capolavoro della vita” e si tratta di una rilettura dell’opera “Memorie” di Goldoni. In un testo fresco e vivace, l’autore ripercorre tutta la sua vita, soffermandosi principalmente sugli spettacoli creati e sugli attori frequentati in gioventù. La Gilda delle Arti propone questo testo a conclusione della rassegna perché, attraverso le parole stesse di Goldoni, si può ricostruire cosa fosse davvero la Commedia dell’Arte a metà Settecento: essa è osservata senza filtri da un contemporaneo, che poteva considerarne pregi e difetti, punti di forza e debolezze. Oltre a fornire una visione retrospettiva dell’intero progetto, lo spettacolo è anche l’occasione di raccontare la storia di un uomo che ha vissuto la sua vita così intensamente e serenamente da farla diventare un vero e proprio capolavoro.

La Commedia dell’Arte…

La Commedia dell’Arte è un genere teatrale sorto nel corso del secolo XVI e sopravvissuto fino alla fine del Settecento. In termini moderni si potrebbe definire “commedia dei professionisti” perché nel Medioevo la parola “Arte” significava “mestiere, professione, corporazione”, e si differenziava nettamente dal teatro amatoriale o dei dilettanti. A inventare e  diffondere la Commedia dell’Arte furono, in effetti, gli attori di professione che, riuniti in compagnie o famiglie itineranti, portarono i loro spettacoli in tutta Europa.

La Commedia dell’Arte si può definire un teatro “all’improvviso” perché gli spettacoli non presupponevano che gli attori studiassero un copione; essi si basavano invece sulla propria esperienza di scena, che li rendeva capaci di creare uno spettacolo in maniera estemporanea: una volta concordata una scaletta di scena con i principali snodi della storia, detta “canovaccio” o “scenario”, gli attori salivano sul palco e si esibivano scegliendo personalmente le battute, i frizzi o i lazzi che appartenevano al loro bagaglio professionale.

Una delle caratteristiche più amate della Commedia dell’Arte è certamente la presenza di maschere o “tipi fissi” che, come Arlecchino, Pantalone e Brighella, erano presenti in tutte le vicende con i rispettivi dialetti e le relative personalità, maschere e livree. Uno spettacolo era composto in genere da una o due coppie di giovani innamorati; uno o due servi, una servetta, i vecchi, come Pantalone e il Dottore, e il Capitano.

…Oggi

Per sua stessa natura, la Commedia dell’Arte è sempre stata una manifestazione orale, non suscettibile di trascrizioni; paradossalmente, un attore che oggi imparasse una parte a memoria, fosse anche quella di Arlecchino, non starebbe facendo Commedia dell’Arte. Mancherebbero infatti dei requisiti fondamentali, come l’uso del canovaccio e l’improvvisazione. Uno spettacolo di “vera” Commedia dell’Arte sarebbe quindi un esperanto di  battute, canzoni, brevi scenette comiche e monologhi tratte dal repertorio di ogni singolo attore, capace di scegliere i migliori escamotage scenici per ogni occasione.

Pertanto, se  oggi  ci si vuole accostare alla Commedia dell’Arte, bisogna ricorrere a quei poeti che nel corso del secolo XVIII hanno realizzato dei copioni scritti, basandosi sulle maschere, sui frizzi e sui lazzi delle Commedie che da molti anni giravano in tutta Europa

 Perché Goldoni

Carlo Goldoni, poeta veneziano vissuto nel XVIII secolo, è uno dei principali autori di riferimento quando si cerca di ricostruire la storia della Commedia dell’Arte. Nell’arco della sua vita, infatti, lavorò per diverse compagnie teatrali specializzate nel lavoro con le maschere, e scrisse canovacci e scenari per i principali attori dell’epoca. Tuttavia, col trascorrere degli anni, cominciò ad auspicare un’evoluzione delle forme del teatro italiano. Le principali mancanze che ravvisava erano la ripetitività delle trame, la scarsa profondità psicologica dei personaggi, e la totale assenza di realismo nelle vicende rappresentate. Inoltre, trovava nella maschera una limitazione delle capacità espressive degli attori.

Così, a partire dal 1738, cominciò a scrivere copioni teatrali che definissero, oltre alla trama, le battute di ogni singolo interprete: non eliminò sin da subito i personaggi che il pubblico tanto amava, e scrisse diverse opere in cui i protagonisti restavano i “tipi fissi” della Commedia dell’Arte; invece scelse una strategia graduale e, per gradi, dotò i personaggi di profondità psicologica, modificando al contempo le trame narrate. Alla fine del suo percorso scrisse un vero e proprio capolavoro della letteratura italiana, La Locandiera, in cui le maschere sono scomparse e convertite in personaggi realistici, come il Cavaliere, il Conte e Mirandolina.

La tradizione interpretata dai giovani

La nostra compagnia lavora sui testi originali con rispetto, ma anche con la freschezza e l’entusiasmo di un gruppo di giovani che ha trovato nelle grandi opere del passato il modo di esprimere valori che ancora oggi, a distanza di più di due secoli, fanno immedesimare, sospirare e divertire il pubblico. Lo stile di lavoro è quello di assimilare il copione per poi rielaborarlo in una chiave sensibile ai gusti degli spettatori dei nostri tempi: innanzitutto, si rinuncia alla resa integrale dell’opera, e la si riduce a un massimo di 80 minuti, per non rendere l’appuntamento con il teatro un onere gravoso in termini di tempo. In secondo luogo si lavora sulla lingua, nel tentativo di ammodernarla senza perderne il piglio. E, infine, ci si diverte a creare nuovi lazzi e situazioni comiche volte a coinvolgere ancora di più gli spettatori, per dare l’impressione che lo spettacolo sia stato scritto proprio per loro.