La parola agli attori

GdAcademy: una storia dietro al progetto.

Quando da piccola mi sfidavano al “gioco dei mimi”, uno dei compiti più ardui era far indovinare il “lavoro dell’attore”. Già, perché la parrucchiera usa le forbici, il cantante ha il microfono, il pilota ha un volante, ma… l’attore cosa diamine fa? Non si può mimare uno che di mestiere finge di essere un altro. E allora, come facevo?

Bè, lo facevo e basta. Innanzitutto mi mettevo in quella che, secondo me, era la posa-da-attore: mi accigliavo, guardavo in lontananza e immaginavo di avere un teschio in mano; poi, con le labbra, articolavo senza suono un terribile “Essere o non essere: questo è il problema.”

Un riassunto per immagini dei momenti salienti di “Amleto”.
Foto di WikiImages da Pixabay

Amleto: ragazzi, a cinque-sei anni si recitava Shakespeare… mica caramelle. E lo facevamo a turno più o meno tutti, senza che ci suonasse strano. In fondo, cos’altro era l’attore, se non uno che recitava grandi storie? Noi, almeno, facevamo così e indovinavamo senza troppi problemi. Chissà se i bambini di oggi mimano “il teatro” nello stesso modo o se optano per uno stile più contemporaneo, che so, modello “Bestie di Scena” di Emma Dante.

“Bestie di scena” è una produzione del 2017 firmata da Emma Dante, una delle artiste più importanti del panorama teatrale contemporaneo. Il video può essere utile per farsi un’idea del tipo di linguaggio artistico che la caratterizza.

Ma torniamo al gioco; eravamo rimasti che, per inscenare gli altri mestieri bastava mimare un’azione, mentre per fare l’attore serviva simularne tre… primo, mettersi in posa; secondo, recitare un sentimento con il volto; terzo, far l’atto di parlare. Anche se abbozzata e un po’ schematica, in questo semplice gioco è nascosta una interessante riflessione “cosa significa fare l’attore”: saper occupare lo spazio, mostrare i moti dell’anima e unire le parole ai fatti. Certo, stare sul palco richiede anche altre abilità, ma direi che per essere partiti dal “gioco dei mimi” siamo a buon punto. Bene: proseguiamo.

Passano gli anni. Cresco, studio, faccio sport, compio la prima scelta importante e mi iscrivo al liceo socio-psico-pedagogico (che oggi è un curriculum estinto, segno inequivocabile del tempo che scorre inesorabile, ed è stato sostituito dal “liceo delle scienze umane”). Al secondo anno decido di approfittare di una delle opportunità date dalla scuola, e chiedo ai miei genitori il permesso di partecipare al corso di teatro del venerdì pomeriggio. Niente in contrario, quindi si va alla prima lezione. Ci si mette in cerchio e ci si presenta. Tutti zitti, parla il regista; parte subito in quarta, va al nocciolo del problema:

Ecco cosa viene in mente di solito, pensando al “teatro”. Anche se oggi non serve più un luogo tanto bello e imponente per andare in scena, dubito che perderà il suo fascino, coi posti assegnati, il sipario che si apre e le luci che si spengono creando la giusta atmosfera.
Foto di TravelCoffeeBook da Pixabay

“Come si muove “il cattivo”, come cammina “il buono”? Pensate di saperlo? Eppure, se nella realtà non è facile definire il bene e il male, perché dovrebbe esserlo nel teatro? Smettiamo di pensare per stereotipi, e cerchiamo di andare a fondo: l’attore è tale quando, dopo una lunga ricerca, trova un linguaggio vero e autentico, che permea tutto il suo essere. Non basta recitare, bisogna essere.”

Che choc, che trauma. Niente sipario, niente ruoli e, francamente, non avevo neanche capito che tipo di spettacolo avremmo fatto. Ma sono carica, affascinata da questa nuova prospettiva che non ho mai considerato e mi ci butto a capofitto. Passo dopo passo mi innamoro sempre di più di quel mondo, fatto di energie e sinergie, di immagini e di relazioni con gli altri attori, della fiducia nel regista, del lavoro individuale che sfocia in una meravigliosa composizione. Mi piace che nessuno sia invidioso dell’altro: avremo tutti (o meglio, tutte: eravamo solo ragazze) lo stesso peso nello spettacolo finale, nessuno sarà messo da parte, nessuno avrà vergogna perché il gruppo ci proteggerà nelle scene corali. Basta, ho deciso: il vero teatro è quello di Eugenio Barba, dell’Odin Teatret.

L’Odin è una realtà molto famosa per chi si occupa di teatro, un po’ meno per chi non bazzica l’ambiente (come me all’epoca). Ecco un breve video per farsi un’idea dello stile di lavoro.

Montiamo lo spettacolo in poche settimane, in un tour de force assurdo: il 2 giugno, Festa della Repubblica, la scuola resta aperta per noi, che dobbiamo provare dalla mattina alla sera. Le mamme sono riuscite a confezionare i costumi che il regista voleva in tempi record, e noi ragazze abbiamo recuperato gli oggetti più strani, tra cui un’accetta, un ceppo di legno e una stadera. Malgrado la fatica, ce l’abbiamo fatta. Ora è tutto pronto… nulla ci separa dal fatidico giorno. Siamo pronte al debutto.

Mio fratello, ovviamente, è invitato. Non brilla di entusiasmo all’idea di vedere questo “spettacolo-studio”, ma do ut des: anche io vengo alle partite, quindi è tempo di ricambiare. Giusto per non arrivare impreparato, a tradimento mi chiede: “ma stasera, di preciso, di cos’è che parla lo spettacolo?”. Pausa imbarazzante. Farfuglio qualcosa senza senso, con mio fratello che mi fissa, sempre in attesa di una risposta. “Non è uno spettacolo classico” dico, “è fuori dagli stereotipi. È contemporaneo.” Lui non fa commenti, prende la cosa per buona… ma io comincio a sentire qualcosa che non avevo mai provato; fino a quel momento ero stata così immersa nei preparativi che avevo dato per scontato che il risultato sarebbe stato un grande spettacolo. Anche se ho sedici anni appena compiuti, il fatto di non riuscire a parlare del debutto senza dover giustificare con un “è una cosa particolare” mi mette in allerta.

Qualcosa incrina la perfezione della mia idea di teatro… ma siamo solo all’inizio perché, dopo lo spettacolo, arriva ben assestato un altro colpo: col sorriso stampato in faccia per la soddisfazione, corro dai miei. “Vi è piaciuto?” chiedo. “Siete state molto brave, complimenti.” Le parole sono gentili e di congratulazioni, ma il linguaggio non verbale non mente, e me ne accorgo: lo spettacolo non è stato all’altezza di ciò che prometteva.

Uno degli oggetti di scena che usavamo più di tutti era la maschera neutra: per molti anni ho continuato a usarla per i laboratori che dirigevo e per creare presenze inquietanti e misteriose negli spettacoli… mentre adesso sono praticamente in pensione e le maschere che vedo più spesso sono quelle della Commedia dell’Arte!
Foto di Leandro De Carvalho da Pixabay

Sono un po’ scossa, così decido di analizzare oggettivamente il lavoro fatto per prenderne le distanze; concludo che, in effetti, avevamo lavorato tanto e con passione a un risultato che non aveva incontrato il favore del pubblico dei genitori (che, obiettivamente, è il più parziale, quello disposto più di tutti a vedere il buono del lavoro svolto). Ma in fondo era solo il primo anno, mi dico. Il secondo sarà molto meglio. E mi ri-iscrivo al corso.

Stavolta sono molto più critica, perché il copione è sempre lo stesso; camminate, composizioni, coreografie… e montaggio dello spettacolo in poche prove, di corsa. Ora pure io mi rendo conto che il pubblico non capirà nulla, e lo faccio presente al regista.

Mi ricordo bene la situazione; era una delle prime volte che mi mettevo di traverso, contro un maestro che stimavo e ammiravo. Speravo con tutta me stessa che mi convincesse che mi sbagliavo… ma le argomentazioni che usò non mi persuasero, e io andai in scena consapevole che sarebbe stato, un’altra volta, un evento autoreferenziale, che avremmo capito solo noi e il regista che l’aveva ideato.

Sono in bilico; non so se iscrivermi ancora al corso. Non voglio fare un altro debutto così. Ma magari quest’anno sarà meglio… e poi tutte le mie amiche, a cui sono molto legata, si iscriveranno ancora; prendo tempo, e accetto l’invito del regista, che ci segnala che ci sarà in città un evento eccezionale: nel centro storico si esibiranno gli attori dell’Odin Teatret, il modello del nostro operato. Perfetto, mi dico: così vedrò a che cosa punta il mio lavoro. Pago il biglietto, prendo posto, assisto allo spettacolo, esco e ascolto i commenti entusiasti del regista e di alcune delle mie amiche.

Perfetto, mi dico: ora so che non mi iscriverò a teatro. Punto.

Quando per prendere una decisione fai una lista di pro e contro e, alla fine, capisci che non è servita a niente.
Foto di analogicus da Pixabay 

Ho un anno sabbatico, diciamo, e mi dedico ad altri interessi. Poi, inaspettatamente, mia cugina mi invita a vedere uno spettacolo organizzato da alcuni suoi amici e mi chiede di accompagnarla: il titolo è “La Bella e la Bestia”. Io accetto pur essendo un po’ prevenuta: sarà il solito spettacolino con le battute del film, messo insieme da ragazzi che lo fanno per hobby; e invece… invece vedo la luce.

Bravi, bravi, bravi; musica dal vivo, ingegno nel riadattare il testo originale, organizzazione impeccabile. Rimango davvero colpita e, quando qualche mese dopo, la compagnia cerca nuovi componenti, mi lancio nella mischia. Sarò dei loro. Comincia per me una nuova fase, all’insegna di un teatro forse tradizionale, ma reso vivo dalle energie di chi lo anima: un gruppo in cui si accetta di studiare, di avere una parte più o meno lunga, e di essere indispensabile; un gruppo in cui tutti fanno tutto (costumi, musicisti, cantanti, trovarobe, scenografi, grafici, attori, registi, coreografi, drammaturghi), e il capo è solo il coordinatore delle energie dei singoli e l’ispiratore delle iniziative. Ma soprattutto un gruppo che desidera, e persegue, il confronto con gli spettatori: lo spettacolo funziona se piace a noi, ma anche al pubblico, e in questa relazione sta la miglior leva per crescere, per dare di più.

Finalmente avevo scoperto che cos’era “recitare” per me, e che cosa mi aspettavo dal teatro.

Una delle primissime prove con la “nuova” compagnia di ragazzi, gli ShArt – Show&Art.

Ecco qual è la mia storia dietro la GdAcademy: anni di ricerca del senso del teatro, centinaia di prove, dozzine di repliche e un grande, insaziabile desiderio di condividere e contagiare gli altri con l’entusiasmo che una tale esperienza sa trasmettere. E, ora che sono io a insegnare, cerco di farlo con i migliori mezzi di cui dispongo, curando più che posso ogni fase del lavoro: perché un corso di teatro non può non tenere conto dell’organizzazione delle prove; non può sorvolare sulla difficoltà a reperire costumi e oggetti; non può  ignorare i gusti del pubblico a cui si rivolgerà e non può fingere che, quello che un attore fa quando studia e viene alle prove, non sia un lavoro… per quanto giovane sia la sua età e scarsa la sua esperienza; solo per questo, merita di essere valorizzato.

Non ci sono solo io dietro le quinte della GdAcademy, ma personalmente credo fortemente in questo progetto; in esso sono trasfuse tutte le passioni, le delusioni e le vittorie di questi anni, oltre che la certezza che in ognuno ci sia un talento pronto per essere messo in luce… e la mia speranza è che chi parteciperà, oltre trovare la sua strada artistica, goda di tutti quei privilegi che sono connessi a far parte di un bel gruppo di giovani, motivati, altruisti e laboriosi; e io ne so qualcosa, visto che, oltre che un lavoro e una direzione artistica, grazie al teatro, ho trovato pure mio marito!

Eccoci! Io e mio marito in fase di allestimento del palcoscenico prima di un debutto.
La parola agli attori

Teatro: hobby, passione o formazione?

Siamo nel 2019… nel corso di un secolo in cui nonostante le innovazioni tecnologiche il teatro rimane vivo. La “sopravvivenza” del teatro in una società come la nostra è dovuta ad attori come noi della GDA (La Gilda delle Arti, n.d.r.) che riconosce l’importanza culturale che esso possiede.

Potrei benissimo darvi molte motivazioni che risponderebbero all’eterna domanda del “perché uno dovrebbe fare teatro” e suggerirvi anche tanti altri siti che abbiano altrettante risposte… però vorrei prima presentarvi qualcosa di più concreto e reale riportando su queste pagine il ” perché i nostri giovani attori hanno iniziato e continuano a fare teatro”.

…NOI

Come primo esempio vi presento la mia breve storia su come sono finita a far parte di questa compagnia teatrale.

Io nei panni di Ariel (opera “La Tempesta” di William Shakespeare)

Tutto ebbe inizio quando, all’età di 14 anni, mi fu proposto il laboratorio teatrale al CRE in cui per la prima volta misi in gioco me stessa in qualcosa di completamente diverso rispetto ai miei interessi. Ho avuto molta fantasia fin da piccola, ma ho sempre nascosto questo mio lato per paura di essere conosciuta per quella che sono veramente.

Infatti (e questo un po’ per colpa/merito di mio padre) mi piaceva tantissimo scrivere e recitare poesie e filastrocche e così, un po’ per curiosità e un po’ per gioco, mi sono trovata sul palcoscenico; il primo ruolo che ho interpretato è stato il gatto con gli stivali …mmm bè, in realtà durante le prove ero un coniglio che appariva in scena per pochi secondi, ma per “volere del fato” o altro, durante lo spettacolo diventai il gatto con gli stivali (per fortuna dovevo solo mimare).

Da quel momento in poi, attraverso il teatro, iniziai ad essere una persona molto estroversa.

Infatti, prima di questa mia passione, ero abbastanza timida ed esprimevo le mie emozioni e i miei pensieri solo attraverso lo sguardo. Già… le mie espressioni facciali erano cosi ” famose” che sono state il mio particolare strumento di comunicazione per moltissimo tempo…e in effetti lo sono tutt’ora!

Fortunatamente queste mie occhiate tornano molto utili all’interno del lavoro teatrale perché, oltre alle parole , l’espressione del corpo risulta essere fondamentale per noi attori. Effettivamente cos’è che rende autentica la recitazione, se non l’espressione del viso? I gesti, gli sguardi, il linguaggio non verbale sono la chiave che consente non solo al pubblico di vedere un personaggio più vero, ma anche all’attore di sentire il proprio ruolo e immedesimarsi al meglio.

Tutto questo serve affinché “si abbatta” quell’accostamento che a volte si fa con la parola attore e finzione, perché

ci sono due categorie di attori: l’attore mediocre, che recita il suo testo, e il grande attore che lo resuscita.

M. Escayrol

Spesso si pensa che l’attore debba fingere di essere un personaggio, ma in realtà il nostro obiettivo è quello di essere tale personaggio e fare in modo di arrivare a chi ci osserva e a chi ci ascolta.

Ecco a voi gli sguardi assorti del pubblico di fronte ad uno dei nostri tanti spettacoli.
Ecco uno dei tanti effetti che ci piace ottenere dal teatro.

Tornando alla nostra domanda iniziale, ecco la prima risposta che mi sento di dare : fare teatro ai giorni nostri è importante per scoprire se stessi e riuscire poi a elaborare al meglio la propria personalità, visto che attraverso i personaggi si esplora ogni parte di sé.
Per esempio, interpretando il ruolo della “Principessa Smarrita” ispirato al film “Come d’incanto”, ho scoperto di essere una persona un po’ utopista e sognatrice, nonostante abbia più volte affermato di essere una persona molto concreta.

 Stefano Tirloni alla ricerca dei lati nascosti della sua personalità nell’opera “Anastasia”

Un altro dei benefici che porta il praticare l’attività teatrale è l’imparare a gestire le proprie emozioni, a sviluppare empatia e a usare al meglio la propria voce poiché il pubblico deve capire bene ciò che si sta dicendo e quindi l’articolazione, gli accenti ecc… in pratica LA DIZIONE (cioè il ” saper parlare bene”), è un fattore importante.

Inizialmente per me è stata una sfida svolgere certi esercizi, come per esempio gli scioglilingua, ma col tempo ho cominciato ad apprezzare la chiarezza e le emozioni che una corretta dizione consente di trasmettere con la voce. Inoltre la dizione ci insegna a parlare adeguatamente in diverse situazioni della vita di tutti i giorni (durante un’interrogazione, una conferenza, un colloquio di lavoro ecc…) e ad avere una miglior prestazione di fronte ad un pubblico.

Se come buone ragioni per fare teatro non vi bastano, eccone pronta una terza: col teatro si imparano la concentrazione e le strategie per gestire la memoria; dico davvero: non immaginate che sfida sia stata per me imparare i copioni … e sopratutto scoprire che, malgrado l’impegno e le ore passate a studiarli, qualche volta sul palco ho dovuto inventare delle battute di sana pianta!

In effetti il teatro è anche un bel modo per allenare la mente e l’attenzione: sapere la parte è il nucleo per tutto il lavoro di immedesimazione e di comunicazione di cui vi parlavo prima, e vi assicuro che imparare battute e monologhi non è sempre una passeggiata. Considerate che non si tratta mai semplicemente di recitare “a pappagallo” il testo, ma di ricordarsi da dove si entra, dove si esce, di cambiare costume, di prendere quell’oggetto, di muoversi in quella maniera e, in tutto questo, di non dimenticare di essere veri. Bisogna essere a dir poco multitasking… Eppure è divertente! Pensate che, man mano che si va avanti, è impossibile non desiderare di cimentarsi con ruoli che richiedono un impegno sempre maggiore, tanto che, guardandosi indietro, si finisce per dire “ah… come facevo a dire che QUELLA era una parte difficile?”

E qui uno potrebbe dire: “bè, è tutta una questione di concentrazione”; in parte è vero, ma non basta. Come vi accennavo, per quanto uno abbia studiato bene e sia concentrato, si può trovare a dover affrontare il terribile ERRORE IN SCENA: parlo di quel momento in cui tu, o il tuo partner, sbagliate la battuta. Immaginate la situazione: platea e galleria piene, suspance a go go, centinaia di volti fissi su di voi, gli altri attori della compagnia dietro le quinte, il regista che soffoca un’imprecazione e tu, in un nanosecondo, devi salvare la situazione poiché lo spettacolo deve andare avanti!

Per darci coraggio in queste situazioni di “paura” ciò che noi attori ci ricordiamo è che “il pubblico non conosce il copione, quindi tutto dipende da come gestiamo la scena “.

Ad esempio, ricordo benissimo quando mi ritrovai in scena con il mio compagno Daniele durante lo spettacolo “La famiglia dell’antiquario”: lui si è dimenticato la sua battuta e io ho dovuto subito inventarne un’altra per poi procedere entrambi tranquillamente. Questo ultimo particolare consente di sviluppare un senso di responsabilità non solo su se stessi ma anche sugli altri.

E ora, come vi ho detto all’inizio, vorrei presentarvi come i miei compagni si pongono di fronte a tale domanda:

Giovanni Fiorinelli , attore della nostra compagnia , afferma…

Giovanni Fiorinelli nell’opera  “Le allegre comari di Windsor”  di William Shakespeare.

…”con il teatro si riesce ad avere più autostima e sicurezza in noi stessi” tanto che mi ha confessato che si vanta di questa sua passione con le ragazze poiché risulta essere un’ottima tecnica di abbordaggio …(ma questa è un’altra storia heheh).

Così come Giovanni vi presento anche Giovanni Aresi e Giuseppe Modica…

Giovanni Aresi nei panni di Valafrido nell’opera “Il principe scambiato” di Miriam Ghezzi.
Giuseppe Modica nell’opera “Anastasia” come Dimitri Alexandrovich Smirnov.

… questi due nostri attori che hanno intrapreso il loro percorso teatrale grazie agli amici che lavoravano già all’interno della compagnia; a questo proposito, Giovanni afferma: “È colpa di Andrea! E poi la gente era simpatica e divertente” … e ora ha scoperto quanto sia portato per recitare; basti vederlo nei panni di Valafrido nell’opera “Il principe scambiato”! È talmente bravo che, nonostante il numero elevato di volte in cui abbiamo svolto le prove e lo spettacolo, cattura la nostra attenzione facendoci ridere come se fosse la prima volta.

Invece Giuseppe ha scoperto il suo talento nell’interpretare diversi ruoli importanti grazie alla sua curiosità nel voler provare qualcosa di nuovo.

E per concludere voglio citare anche Sara Arnoldi , un’altra nostra giovane attrice…

Sara Arnoldi nei panni della Contessa Isabella nell’opera “La famiglia dell’antiquario” di Carlo Goldoni.

…la quale sottolinea come il teatro sia arricchimento culturale e personale.

Infatti quante volte nei cruciverba mi apparivano domande su Goldoni e sulle sue opere … per non parlare di quando ho svolto il test di ammissione per l’università in cui mi sono ritrovata a rispondere ad altrettante domande sul teatro…insomma IL TEATRO E’ OVUNQUE!

Ma non dimentichiamo che, oltre a questo aspetto, l’attività teatrale è DIVERTIMENTO.

Appunto per questo motivo Sara aggiunge come sia divertente poter elaborare come meglio si crede il proprio personaggio e conoscere nuove persone e affrontare nuove esperienze.

Ecco perché si sostiene che recitare in una compagnia teatrale sia rilevante per poter socializzare; un ulteriore punto a favore della GDA è l’aver permesso a ciascuno di noi di sconfiggere insicurezze e la propria timidezza ricordandoci che su quel palcoscenico non si è mai da soli.

E su questo non potrei essere più d’accordo perché la GDA per noi è sinonimo di famiglia e amicizia…perché il teatro è anche questo : ” Gioco di squadra”.

Ed ora spero di aver risposto al quesito già ampiamente discusso, che cerchiate di conoscere meglio questo mondo di artisti e intraprendere questa strada senza avere timore perché vi assicuro che, superato il percorso iniziale, avrete sicuramente molto tempo per adattarvi e scoprire voi stessi.

E non dimenticate che il teatro fa bene sia ai grandi sia ai piccini: se siete interessati a scoprire altre curiosità sul teatro e sulla nostra compagnia potete trovarci su facebook, instagram e youtube!

La parola agli attori

G.O.A.T. – Greatest Of All Time

Lavorare nell’ambito del teatro è uno di quei mestieri in cui la soddisfazione per i risultati ottenuti va di pari passo con la passione e dedizione con cui si intraprende un progetto. A differenza di altre professioni, infatti, quando si è attore, regista o qualsiasi altro artista di scena, non si ha la possibilità di lavorare in modo mediocre.

Per un attore non è ammessa la giornata in cui si è giù di tono: sul palco, in fase di allestimento e alle prove si deve dare sempre il 100%, lasciando alle spalle preoccupazioni, indisposizioni, stanchezza e quant’altro.

E questo non tanto perché sia un lavoro semplice o perché si debba fingere di essere sempre vigorosi e allegri, ma perché stare sul palco significa essere esposti agli sguardi e al giudizio degli spettatori per una o due ore di fila, e perché dalla propria performance dipendono inevitabilmente le interpretazioni altrui.

Fatta questa premessa, non nascondiamoci dietro a un dito: fare teatro è uno dei mestieri più belli del mondo. E come non potrebbe essere così? In fondo, l’artista ha il compito e il privilegio di misurarsi con opere d’arte senza tempo, imparare a vestire i panni di un altro, affinare la propria sensibilità e, non da ultimo, quando ha fatto un buon lavoro, ottenere quella pacca sulla spalla che è il fragoroso applauso del pubblico.

Inoltre per chi, come noi, ha la fortuna di collaborare con gruppi di attori giovani e giovanissimi, è sempre in agguato un altro privilegio: quello di scoprire e veder crescere nuovi talenti.

Incrociare per caso la strada di un ragazzo o di una ragazza che non avevano mai recitato prima, proporre loro di continuare il percorso insieme e vedere la loro crescita artistica costituisce per noi un’esperienza tanto intensa quanto appagante.

 

L’autore

luca oberti

Uno di questi talenti che abbiamo avuto la fortuna di incontrare è Luca Oberti, classe 1998, che collabora con La Gilda delle Arti dal 2016. L’abbiamo visto sul palco come attore nel ruolo di Tebaldo in “Romeo e Giulietta – Un amore senza lieto fine” e per caso ci siamo imbattuti nella sua vena artistica di autore. Si è cimentato come educatore nel corso dei laboratori invernali che proponiamo ai ragazzi delle superiori e, quest’anno, ha raccolto la sfida di adattare la tragedia Otello di W. Shakespeare per un gruppo di giovani interpreti di età compresa tra i 17 e i 22 anni.

Ingegnoso e umorista, Luca non solo è stato capace di rendere semplici passaggi complessi del teatro elisabettiano, di lavorare a ritmi serrati e di adattare la voce di ogni personaggio al “suo” attore, ma anche di fare propria l’intera opera, di metabolizzarla e di crearne così una nuova, che porta indiscutibilmente la sua firma.

A lui abbiamo chiesto di scrivere qualche riga sul progetto che ha diretto insieme a noi e che ci dà l’occasione per chiudere una seconda volta il sipario sull’appassionante progetto di Otello.

 

G.O.A.T. – Greatest Of All Times

di Luca Oberti

Ogni quattro anni, c’è un’estate che diventa magica. Per un mese intero, il mondo si ferma davanti al televisore ad ammirare le gesta di uomini speciali. È l’estate del Mondiale. Poco importa se quest’anno la nostra nazionale è a Formentera, di fronte ai GOAT non si può rimanere impassibili.

“Greatest Of All Time”, i/il migliore/i di tutti i tempi, una sigla che ha letteralmente fatto esplodere in web, incapace di decretarne un vero possessore tra chi corre dietro ad un pallone.

E se nel calcio la diatriba continua, lo stesso non si può dire nella letteratura. Penna in mano, William Shakespeare è stato il più grande inglese di tutti i tempi.

E se davvero la fama fa l’uomo più ambizioso, abbiamo trovato l’aggettivo che può definire uno dei progetti di punta creati dalla rinomata compagnia teatrale La Gilda delle Arti.

Keep Calm and Play Shakespeare, ormai avviato nel lontano 2015, ha dato ancora una volta la possibilità di confrontarsi con il meglio del teatro. Nove aspiranti attori, tutti tra i 17 e i 25 anni, hanno risposto all’appello consapevoli di quello che c’era in gioco:

l’Otello l’opera; il 26 maggio la data; un teatro gremito la “bestia” da domare. Queste le tre prove della maturità targata Gilda.

Supervisionati dai loro “professori” Nicola Armanni e Miriam Ghezzi, co-fondatori della compagnia e promotori del progetto, i ragazzi hanno passato tre mesi di prove in cui spontaneamente si è creato un clima di fiducia ed affiatamento, fondamentale pilastro nella costituzione di qualsiasi squadra e obbiettivo principale del percorso.

Con basi così solide è intuibile l’esito dello spettacolo, successo su tutti i fronti.

E se l’opera non sarà la più famosa del Bardo poco importa, gli spettatori si ricorderanno questa speciale versione. L’Otello andato in scena al teatro Ipogeo di Sforzatica, infatti, è stato completamente riadattato da un altro talentuoso ragazzo che ha preso parte al progetto.

Maturità superata per questi ragazzi che, però, non avranno alcun diploma. Non serve un pezzo di carta per testimoniare che da quella sera non sono più solo degli aspiranti attori; da quella sera sono GOAT.

 

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La parola agli attori

Diplomarsi… con La Gilda delle Arti

La maturità è un momento della vita che rappresenta per tutti gli studenti una svolta: che si veda in essa un ostacolo, un traguardo o una tappa del proprio progetto di studio, è un rito di passaggio che sancisce l’ingresso dei ragazzi nel mondo degli adulti, un po’ come la patente.
Per superarla non si può barare, non c’è nessuno ad aiutarti o a rispondere al tuo posto: all’esame si è profondamente se stessi, e davanti ai professori ci si presenta per quelli che si è.

Forse è per questa ragione che molti studenti passano molto tempo a scegliere l’argomento della tesi, che risulta in qualche modo la carta che ci si gioca per dimostrare di essere “pronti” per il mondo del lavoro o dell’università.

Con queste premesse, potete immaginare che onore sia stato diventare oggetto della tesi della maturità di uno dei nostri attori, e con quale orgoglio oggi ne pubblichiamo una parte sul nostro blog: il teatro è per noi è una passione sempre viva, oltre che un lavoro, e condividerla è il fine ultimo delle tante ore che spendiamo a preparare gli eventi e i nostri spettacoli!

L’autore

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Forse avete conosciuto Giuseppe Modica, classe 1998, nel corso della nostre tournée: spiritoso, estroverso e spigliato, è l’attore della compagnia che ha interpretato Benedetto in Molto Rumore per Nulla, il Cavaliere del Bosco ne La Famiglia dell’Antiquario, Silvio Lombardi e lo “scèt” della locanda di Brighella ne L’Arlechì, servitore di due padroni.

Il suo percorso con La Gilda delle Arti è cominciato nel 2013, quando aveva solo quindici anni: la compagnia aveva fatto tappa a Borgo Palazzo (BG), dove era stato allestito lo spettacolo “Momo. Storia di una bambina che fermò il tempo”.
Da allora Giuseppe non ha mai smesso di recitare con noi e, prima come dilettante e ora come professionista, è diventato un membro indispensabile della corporazione di artisti che è La Gilda delle Arti.

La Tesi di Giuseppe Modica – a.a. 2016/17

1. Introduzione

L’argomento principale della mia tesina è una delle mie passioni: l’esperienza teatrale che da qualche anno ho intrapreso e che mi ha coinvolto molto.
Il teatro per me è la maniera più divertente di raccontare una storia perché mette insieme efficaci elementi, come la parola, la gestualità, la musica e la danza. Può affrontare temi seri della vita facendoci riflettere. Inoltre, recitare è una professione divertente, è una forma di comunicazione tra gli attori e il pubblico, a cui i primi devono trasmettere le proprie emozioni. Mi sono avvicinato al mondo del teatro nel 2013 quando ho partecipato ad un percorso teatrale organizzato dall’oratorio di Sant’Anna, con la compagnia teatrale La Gilda delle Arti.

La Gilda delle Arti è compagnia teatrale bergamasca, fondata da Nicola Armanni e Miriam Ghezzi nel settembre 2011. La compagnia produce spettacoli e organizza percorsi per bambini, adulti e ragazzi che vogliono avvicinarsi al mondo del teatro, punta anche a creare i presupposti per un teatro attuale e vivo, arricchito dall’esperienza delle varie arti di scena: musica, teatro, danza, canto e scenografia. Le mie prime rappresentazioni sono state: Momo, La Lampada Meravigliosa, AnastasiaLa Principessa Smarrita L’elisir d’amore.
Poi lo scorso anno la compagnia ha coinvolto 11 attori provenienti da tutta la provincia in un percorso professionalizzante ed è nata così una compagnia stabile di attori “under 25”.  Io sono uno di questi attori e mi sento veramente orgoglioso di farne parte.

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Così sono nati “Much Ado About Nothing” di W. Shakespeare e “Arlechì, il Servitore di Due Padroni” di Goldoni, che ancora oggi portiamo in giro per la bergamasca. In questi spettacoli la regia ha un ruolo determinante nella riduzione e nella valorizzazione del testo originale. Queste due commedie si propongono come un momento di intrattenimento, di qualità e di approfondimento culturale; l’obiettivo infatti è quello di far scoprire al pubblico i piccoli gioielli della letteratura teatrale.

Il teatro mi ha dato l’opportunità di crescere umanamente, di favorire e sviluppare il lato più creativo, più curioso e più spontaneo di me, di imparare modi nuovi di comunicare con gli altri, dal linguaggio verbale, il più tradizionale, a linguaggi più espressivi e corporei, a prendere coscienza anche di dettagli più tecnici propri del teatro come la messa in scena e le caratteristiche acustiche di una sala.

In questo mio lavoro vorrei dimostrare come il teatro è sempre stato e continua ad essere un bel modo per “educarsi alla vita”, perché riesce a migliorare le capacità intellettuali, aiuta l’uomo anche a conoscersi da un punto di vista emotivo, mettendo in luce le sue qualità e i suoi limiti, a stimolarlo a esprimere la sua parte spirituale.

In inglese e italiano prendo spunto dalle commedie che ho rappresentato quest’anno: “Much ado about nothing” di Shakespeare e “Il servitore di due padroni”, celebre commedia, che rappresenta un momento di passaggio dalla Commedia dell’arte alla riforma del teatro di Goldoni; in storia traccio una breve sintesi della storia del teatro nei diversi periodi storici, in filosofia mi soffermo sull’opera “La nascita della tragedia” di Federico Nietzsche perché per il grande pensatore tedesco, il teatro rappresenta la via della conoscenza, della libertà e della vita; in Scienze evidenzio lo stretto rapporto tra arte e medicina e i benefici effetti terapeutici del teatro con la teatroterapia che attraverso una rieducazione consente di superare periodi di disagio. In fisica approfondisco un aspetto tecnico fondamentale in uno spettacolo, l’acustica delle sale quindi le caratteristiche del suono e i fenomeni connessi alla sua propagazione.  Infine in Arte mi soffermo sull’importanza artistica e sonora del teatro La Scala di Milano di Giuseppe Pier Marini perché anche la nostra scuola ogni anno ci educa al teatro dando l’opportunità a ciascun alunno di entrare e vivere l’esperienza teatrale all’interno di uno dei teatri più importanti d’Italia e del mondo.

2. Legami interdisciplinari

tesi giuseppe

ITALIANO Goldoni, “Il servitore di due padroni”: l’autore, promotore di una vera e propria rivoluzione teatrale, sostituì gradualmente al teatro della Commedia dell’arte un teatro di carattere, con testo scritto e personaggi ben delineati psicologicamente. Ricerca la verosimiglianza delle storie e la semplicità del linguaggio. Questa celebre commedia, che rappresenta il momento di passaggio sopra menzionato, conserva infatti alcune caratteristiche della commedia dell’arte (le maschere, i dialoghi rapidi e serrati) ma se ne distingue fortemente per la vivacità e il ritmo del testo.
INGLESE Shakespeare, “Much ado about nothing” una delle commedie più conosciute e portata sulle scene che continua a intrattenere e a incantare il pubblico di tutto il mondo, considerata a lungo commedia romantica per i temi amorosi e per la struttura ricca di elementi farseschi e giocosi, l’opera rientra a pieno titolo nel novero delle tragicommedie, grazie alla singolarissima capacità dell’autore di passare con straordinaria disinvoltura dal comico al tragico, dalla farsa alle drammaticità più intensa.
STORIA La trasformazione del teatro dalle origini al 1700 In storia ho tracciato una breve sintesi della storia del teatro dalla nascita, in occidente con la civiltà ellenica, nel V secolo a. C. con le principali forme del “dramma”: la commedia e la tragedia, ripresa poi da Nietzsche, fino al momento in cui Goldoni supera il gusto barocco per la stravaganza e l’artificio e, coerente con il clima razionalista e la cultura arcadica, sente il bisogno di maggior rigore, pulizia ed ordine.
FILOSOFIA Friedrich Nietzsche, “La nascita della tragedia” in quest’opera giovanile il grande pensatore tedesco arriva alla conclusione che l’uomo attraverso la tragedia attica si riappropria delle sue passioni contrastanti (la parte razionale- apollinea-  e istintiva- dionisiaca) e realizza che gioia e dolore sono entrambi necessari e presenti nella vita, quindi ogni uomo non deve annientare i propri istinti o isolarsi dal mondo, ma deve imparare a conoscerli e vivere secondo la sua natura. Ecco quindi che il teatro per Nietzsche diventa la via della conoscenza, della libertà e della vita;
SCIENZE Teatroterapia Con il termine arte terapia si definisce la messa in scena, all’interno di un gruppo, dei propri vissuti, emozioni e paure; prevede l’educazione alla sensorialità e alla percezione del proprio corpo e della voce, avvalendosi anche di altre forme di arte come la danza, la poesia e la musica. Durante le improvvisazioni teatrali si sperimentano situazioni e stati d’animo mai esperiti nella vita quotidiana, e talvolta avviene la scoperta di una possibilità di comportamento nuovo che crea stupore e meraviglia. Il fatto è che, se noi proviamo un’emozione, se viviamo intensamente (nella realtà immaginaria della scena) un’esperienza nuova, questa entra a far parte del nostro bagaglio esperienziale di vita così come se l’avessimo vissuta nella realtà quotidiana.
FISICA L’acustica delle sale Approfondisco un aspetto tecnico fondamentale in uno spettacolo cioè le caratteristiche del suono e i fenomeni connessi alla sua propagazione e le condizioni indispensabili per ottenere un suono ottimale in un ambiente chiuso.
ARTE Giuseppe Pier Marini, La Scala di Milano una sala all’italiana, a forma di ferro di cavallo, racchiusa in un edificio dalle rigorose linee neoclassiche, Stendhal lo definì “il primo teatro al mondo” per architettura e acustica, mi soffermo sull’importanza artistica e sonora del teatro. Questo teatro per molti studenti del Majorana rappresenta la prima esperienza teatrale importante.

3. Italiano. Il Teatro di Goldoni

Il “Servitore di due padroni”, meglio noto come “Arlecchino servitore di due padroni”, è una celebre commedia di Carlo Goldoni, scritta dall’autore veneto nel 1745.
In piena sintonia con la tradizione della Commedia dell’Arte, Goldoni scrisse l’opera in forma di canovaccio in funzione di Antonio Sacchi, in arte Truffaldino, famoso attore e capocomico, il quale, secondo l’usanza del tempo, recitava improvvisando. Viene rappresentato con grande successo a Milano e a Venezia.

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Il servitore di due padroni conserva alcune caratteristiche della commedia dell’arte (le maschere, i dialoghi rapidi e serrati) ma se ne distingue fortemente per la vivacità e il ritmo del testo: Arlecchino è un personaggio a metà tra una maschera (caricatura) ed un personaggio.

Questa è l’ultima opera di Goldoni in cui compaiono le maschere e rappresenta la sua separazione definitiva dalla Commedia dell’arte: in seguito (1753) quando la riforma del teatro sarà ormai attuata, Goldoni riprenderà in mano il canovaccio e l’opera si dotò di un copione steso per intero, così come voleva la sua riforma.
L’abolizione del canovaccio e delle maschere, l’introduzione del vincolo del copione sono le novità potremmo dire ‘tecniche’ della riforma.

Un secondo aspetto da prendere in considerazione riguarda aspetti più letterari: gli intrecci, le tematiche, la caratterizzazione dei personaggi e la lingua utilizzata.

Da questo punto di vista l’elemento più caratterizzante dell’opera di Goldoni è sicuramente la ricerca di verosimiglianza e di equilibrio, coerenti con il clima razionalistico e la cultura arcadica, e il tentativo di superare il gusto barocco per la stravaganza e l’artificio. Gli intrecci stereotipati e ripetitivi, spesso incoerenti, vengono sostituiti da trame aderenti al vissuto del pubblico. I personaggi acquistano personalità e sono tanto più verosimili quanto più sono unici e sfaccettati.

Al plurilinguismo spesso grottesco si sostituisce un monolinguismo fondato sull’uso dell’italiano o di un solo dialetto coerente con l’ambientazione della vicenda.

Il ceto sociale predominante ne “Il servitore di due padroni” è la borghesia, classe emergente nell’epoca settecentesca. Pantalone è infatti un anziano mercante che si è arricchito facendo svariati affari; Brighella è un locandiere e la sua attività è fruttuosa: tanti sono i clienti e i camerieri che lavorano alla sua locanda. Florindo intrattiene affari con diversi mercanti durante il suo alloggio a Venezia, e Beatrice orchestra l’inganno ai danni di Pantalone per i soldi della dote. Arlecchino e Smeraldina sono i due servi, ma vengono comunque esaltati dall’autore per la loro prontezza e scaltrezza, per la loro capacità di adattarsi e di sopravvivere.

Emerge anche la distanza tra i giovani e vecchi. Si può notare osservando Pantalone e Clarice: il primo vorrebbe che la figlia sposi Federigo Rasponi per l’impegno preso, per il nome e l’onore della famiglia e per gli affari già intavolati in merito alla dote, mentre Clarice si vorrebbe ribellare alle decisioni del padre, perché il suo desiderio è sposare Silvio di cui è innamorata.

Uno degli intenti dell’autore è mettere in risalto la figura femminile e la sua emancipazione. Beatrice, ad esempio, è una donna intraprendente e indipendente: si vestiva già da uomo per andare a cavallo quando abitava con il fratello a Torino; dopo la morte di quest’ultimo, scappa di casa travestita da uomo per cercare il suo amore, ottenendo così rispetto da una comunità che ancora non dà libertà a quello che è considerato il “sesso debole”, come possiamo riscontrare nella figura di Clarice sottomessa al padre. Clarice stessa si ribella alle ingiuste decisioni di Pantalone, che vanno a toccare una sfera intima dell’essere umano. Smeraldina, la servetta di Clarice, si fa invece portavoce delle donne, ribadendone l’importanza e denunciando i soprusi degli uomini. Quando l’inganno di Beatrice viene svelato, nessuno la critica o la condanna. Goldoni ha quindi una visione perspicace e anche illuminista della donna, in un secolo di grandi cambiamenti come il Settecento.

Il discorso non è poi così dissonante all’interno della vitale cittadina veneziana. L’autore veneto esalta anche la nascente borghesia, ma anche le capacità di adattarsi e la scaltrezza di chi riesce sempre a cavarsela (Arlecchino).

Un’altra idea al centro dell’opera è senza dubbio l’amore e come questo viene visto dai personaggi della commedia. Goldoni non è un romantico: l’idea dell’amore è collegata all’utile, al denaro (la dote di Clarice) e all’onore (ad esempio per la famiglia Lombardi). D’altra parte vediamo come Clarice e Silvio, Beatrice e Florindo, Truffaldino e Smeraldina siano realmente innamorati. Se l’utile ed il sentimento non si ostacolano, che ben venga. Altrimenti sarà sempre l’utile a prevalere (come possiamo notare dalla decisione di Pantalone di far sposare Clarice con Federigo Rasponi).

Il servitore di due padroni è un’opera di intrattenimento, comica e divertente. L’unico personaggio ironico è Smeraldina, che con i suoi a parte sottili fa ridere il pubblico. Solo Beatrice ha uno spessore psicologico: è intraprendente, soffre per amore, è coraggiosa.

Goldoni in quest’opera è riuscito a salvare e valorizzare gli aspetti ancora vitali di una drammaturgia ormai artificiosa e vuota, può essere indicativo osservare la fortuna di questa commedia in età contemporanea.