Articoli di Fondo

Il Teatro ai tempi del Coronavirus

I comici dell’Arte lo sapevano: dopo il Carnevale, addio spettacoli! Almeno fino a Pasqua.

Certo, perché inizia la Quaresima: quaranta giorni di penitenza, riflessione o, se volete, purificazione per meglio accogliere il mistero Pasquale. È chiaro che, se devo pensare alla salute della mia anima, mica ci vado a vedere le Colombine e le Servette con quei bei decolté, fatti apposta per ingolosire gli spettatori. E mica pago per andare a ridere di lazzi e  battutacce, non sempre eleganti, giocati sugli istinti e sulle bestialità dell’uomo: tra sputazze, intrighi, inganni, diavoli che si chiamano con la formula “Berlich” e si scacciano con “Berloch” e  doppi sensi a tutto spiano, forse, mi sarei un tantino dimenticata dal monito del Mercoledì Santo “polvere sei e polvere ritornerai” (che per fortuna ora suona come un più dolce invito: “convertiti e credi al Vangelo”).

Insomma… dopo il Martedì Grasso, il teatro si fermava. Curioso che qui a Bergamo, la patria di Arlecchino e di Brighella, il fatidico STOP agli spettacoli sia scattato proprio nella domenica di Carnevale. Curioso che, dopo secoli dopo il tramonto della Commedia dell’Arte, si sia riesumata una misura restrittiva che durerà, più o meno, fino a Pasqua.

Ma di cosa mi stupisco, dopotutto? Siamo sinceri: quanti video e post che girano su Facebook e Whatsapp ce lo dicono? Dalla peste di manzoniana memoria, alle misure prese nel Medioevo per arginare le epidemie, ai servizi dei telegiornali dell’istituto “Luce” che parlano dell’influenza asiatica, direi che la mia riflessione sul teatro della serie non-c’è-niente-di-nuovo-sotto-il-sole non è proprio una trovata che brilla di originalità.

Servizio dell’Istituto Luce che, nel 1957, documenta la diffusione dell’influenza asiatica in Italia… interessanti le varie raccomandazioni!

Ma tant’è: come i colleghi di Goldoni, anche noi abbiamo interrotto bruscamente la nostra stagione… e se tralasciamo i dettagli che:

  • il divieto è stato emanato dalle autorità civili e non religiose,
  • i comici dell’arte non avevano da annullare delle date fissate in quaresima (perché semplicemente non le avevano programmate),
  • in gioco non c’è la salute delle anime ma degli spettatori in carne e ossa,

direi che noi attori siamo sulla stessa barca di quelli del Settecento. Anzi, dirò di più. Siamo sulla stessa barca anche dei sacerdoti, dato che in questo strano periodo sono sospese le messe. Un parallelismo non così incredibile, se anche Paolo Grassi, il co-fondatore del Piccolo Teatro Stabile di Milano con Giorgio Strehler, descriveva così il Teatro:

Il luogo dove una comunità liberamente riunita si rivela a se stessa, il luogo dove una comunità ascolta una parola da accettare o da respingere.

Ma basta coi discorsi sui massimi sistemi. Torniamo ai nostri tempi, magari evitando di rubare altre citazioni (che tra Paulo Coelho per il titolo, la liturgia per le Ceneri e da ultimo Paolo Grassi, ho già fatto sufficiente razzia).

Torniamo al Teatro in Quarantena.

Che c’è da dire? In effetti non molto: semplicemente, gli spettacoli, le prove, i festival, gli stage sono stati rimandati o cancellati, e la ragione è che è entrato, sulla scena del Teatro, il Coronavirus… e il mondo è troppo piccolo per tutti e due.

I problemi che si ripercuotono sul nostro lavoro di teatranti sono evidenti anche a chi non è del mestiere: no spettacolo, no party, no money. In più, senza prove, non si può nemmeno profondere energia nella creazione di uno spettacolo nuovo. Non da ultimo, c’è l’incertezza di quanto durerà quest’emergenza, che porta ad annullare (e non a rimandare) gli spettacoli e rende praticamente impossibile programmare il lavoro dei prossimi mesi.

E non è un modo per piangersi addosso, sia chiaro. È semplicemente un dato di fatto.

Avete presente il panico che è esploso quando è trapelata la bozza del Decreto che chiudeva la Lombardia? Tutti che dicevano: ma allora chiudono le aziende? E i lavoratori? Come faranno a tirare fine mese? Ecco. Noi viviamo lo stesso panico: se chiudono i teatri fino a data da destinarsi… la nostra azienda chiude!

Non tutti i mali vengono per nuocere.

Ci sono ricaduta, nel citazionismo, ma ho una buona ragione per farlo. Parlando con degli amici che lavorano come impiegati, questa frase è saltata più o meno fuori, in un bel momento di ottimismo.

“Vedrete che questa è la volta buona che ci svegliamo per lo smart-working. Vedrete che finalmente cominceremo a lavorare da casa e ci allineeremo ai Paesi più avanzati, dove è già la normalità.”

Io, che lavoro nel teatro e come guida turistica, ascoltavo pensierosa; con un po’ di amarezza, ho risposto:

“Sì, però dipende dai lavori che fai. Io, nel mio, ho bisogno della gente.”

E non è per essere attaccata al passato o per difendere una presunta purezza del mestiere. Senza pubblico non c’è teatro, e se non ci sono turisti non ci sono visite guidate.

In Facebook mi sono imbattuta in questo articolo di Enrico Galiano che fa riflettere sulla necessità del contatto tra persone per educare. Se vi interessa, lo trovate qui.

Leggevo in questi giorni dei suggerimenti da parte di persone che intervenivano nelle discussioni tra noi lavoratori dello spettacolo su Facebook, e c’era qualcuno che proponeva: fate spettacoli in streaming!

Mi è venuto da sorridere.

A parte che il pubblico è disaffezionato in generale al teatro e che, se non fai qualcosa di davvero interessante o richiesto, se non ti inserisci in una rassegna e non fai una marea di pubblicità, difficilmente avrai frotte di pubblico pagante.

Figurarsi se c’è gente che, avendo Netflix o Amazon Prime, decide di pagare un biglietto (poi, come…?) per vedere uno spettacolo in streaming.

Poi, a parte i monologhi o gli spettacoli con tre-quattro attori, che cosa puoi mettere in scena? Io faccio parte di una compagnia teatrale, e semplicemente le prove sono considerate “assembramento”.

Figurarsi uno spettacolo con 7-8 attori, a cui aggiungere regista, tecnico audio e video! E poi, dove lo giro? Noleggio un teatro? Pago un tecnico per fare le riprese, dando per scontato che rientrerò nelle spese? Faccio da me e rischio di creare un contenuto scadente che faccio pagare?

E, ultimo ma non ultimo… che razza di teatro è, quello in cui non c’è il pubblico? Personalmente, a parte qualche rarissima eccezione, non sopporto gli spettacoli in cui c’è un tetto massimo di poche decine di spettatori, non per limiti fisici dello spazio scenico, ma “per mantenere l’atmosfera”.

Figurarsi cosa posso pensare di una messa in scena in cui non c’è nemmeno uno spettatore!

Un attore come Maurizio Crozza che, pur facendo televisione, non ha mai rinunciato al pubblico in sala, confessa la sua desolazione davanti al pubblico di “500 seggiolini”. Trovate il video del suo monologo qui.

Il punto è, e chi fa teatro lo sa, è che essere in scena significa esattamente parlare al pubblico. Lo spettacolo è comunicare qualcosa, e aspettare anche la reazione della gente: se fai una battuta e non ride nessuno, la scena successiva ne risente. Se c’è un duello e nessuno sospende il fiato, la tua interpretazione non sarà intensa come quando hai centinaia di occhi puntati addosso. Se finalmente arrivi al punto in cui l’intreccio si scioglie, ma nessuno tira un sospiro di sollievo… lo sai anche tu che non stai facendo uno spettacolo. Stai facendo una prova.

E vi dirò di più. Anche il pubblico lo sa, che vedere uno spettacolo dal vivo o registrato non è la stessa cosa. Pretendereste che la gente non vada ai concerti perché tanto c’è YouTube Music o Spotify? No, perché non è la stessa cosa. Il teatro, lo spettacolo… sono carne, sangue e sudore. Respiri che si sentono, imperfezioni, colpi di tosse nel pubblico (rigorosamente protetti nell’incavo del gomito). Il teatro è presenza. È vivere qualcosa tutti insieme, ognuno con la sua sensibilità, ma tutti nello stesso luogo, nello stesso momento, proiettati nella stessa azione… perché, se le unità aristoteliche sono state superate nella drammaturgia, non si possono scavalcare nella messa in scena.

Una delle scene più belle di Finding Neverland – Un sogno per la vita è quando il protagonista invita, per il debutto dello spettacolo, venticinque orfani in sala. Loro, il pubblico che non si fa influenzare dai critici, sono il vero motore del successo della serata!

E quindi? Soluzioni? Eh, sinceramente non ne ho trovate: a parte aspettare che finisca quest’alta, altissima marea che mette in crisi un po’ tutti, penso che l’unica cosa da fare sia provare a prendere la rincorsa. Magari trovare il modo di riderci sopra, e accogliere questa interruzione forzata come l’opportunità per progettare qualcosa di buono.

E a chi ci dice “trovati un lavoro vero” cosa rispondiamo?

Bè, che ha ragione. Fare l’attore o il regista difficilmente è considerato “un lavoro vero”, ma un’amenità che qualcuno può permettersi grazie alle sue doti istrioniche. Non si pensa mai che sia frutto di studio, di prove, di doti artistiche da coltivare, di lavoro in team, di capacità organizzative e elasticità mentale. È considerato essenzialmente un passatempo.

Eppure, il teatro (disturbiamo ancora una volta Paolo Grassi) è

fra le arti la più idonea a parlare direttamente al cuore e alla sensibilità della collettività. Noi vorremmo che autorità e giunte comunali si formassero questa precisa coscienza del teatro considerandolo come una necessità collettiva, come un bisogno dei cittadini, come un pubblico servizio alla stregua della metropolitana e dei vigili del fuoco.

Ora è il momento di calare il sipario su una riflessione aperta, a cui sarebbe gradevole aggiungere altre voci e prospettive: le vostre, se volete.

Ma, prima di lasciarvi, come posso chiudere questo articolo, sintetizzando in una frase ciò che vorrei comunicare? Ci vorrebbe una voce autorevole, un’espressione lapidaria, che rimanga impressa…

(Ho fatto trenta… faccio trentuno. Cosa suggerisce Paolo Grassi?)

Il Teatro ha bisogno dei cittadini.

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Il Regista

Con Marzia e Valeria abbiamo parlato approfonditamente di cosa significhi fare teatro e di cosa succede dietro le quinte;  quindi dopo “attori” e “scenografia”, nella genesi di uno spettacolo, manca solo una cosa (forse la più importante): la regia!

“Ma cos’è esattamente un regista?” vi chiederete, cari compari di avventure.
“Eh, bella domanda!” sarà la mia più sincera risposta.

Già infatti distinguendo tra i vari tipi di regia, ci rendiamo conto che non esiste una definizione univoca di regista, e se esistesse sarebbe riduttiva .

Di certo non parliamo di una regia cinematografica alla Kubrick, col regista sulla sua bella seggiolina che sbraita ordini nel megafono durante una scena, anche perché durante uno spettacolo a teatro sentire Giovanni Fiorinelli che urla “STOP, TAGLIA!” da dietro le quinte rovinerebbe un tantino l’atmosfera.

Rappresentazione della tipica regia della gilda durante le prove. Il “bianco e nero” è una necessità di produzione, solo agli spettacoli dal vivo siamo a colori

Quindi concentriamoci ora solo sulla regia di uno spettacolo teatrale.

Per capire meglio di cosa stiamo parlando possiamo prendere mille strade diverse ma, sarà per deformazione professionale, penso che il miglior modo di capire a fondo un concetto sia quello di sviscerarlo, andando per prima cosa a vedere come è nato millenni e millenni fa per poi seguirlo nella sua evoluzione fino ai giorni nostri.

Concedete quindi ad uno studente universitario di Storia con la passione del teatro di portarvi con lui in un breve viaggio attraverso la storia della regia.

Come ormai siamo abituati a leggere ovunque, il teatro è nato nell’antiche  Póleisgreche circa nel VI secolo A.C.In quel tempo lo scrittore dell’opera (“Didaskalos”: maestro) era anche considerato responsabile della messa in scena, dagli attori fino ai costumi e scenografia. Non era raro che il Didaskalos dirigesse anche il coro, componesse egli stesso la musica che accompagnava lo spettacolo o che addirittura partecipasse egli stesso all’opera che aveva composto, insieme alla compagnia di attori semi-professionisti da lui scelta.  Il titolo di “maestro” è emblema del fatto che questa figura non si limitasse solo ad organizzare gli attori, ma molto spesso insegnasse loro anche la nobile arte della recitazione (o del canto, nel caso dei cori). Insomma, un factotum di professione che non oso immaginare quanto stesse antipatico agli attori, ma che sapeva decisamente fare il suo lavoro.

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Didaskalos che guarda perplesso una maschera

Con l’assorbimento da parte dei Latini della cultura greca, fin dai primi anni della fondazione di Roma, si sviluppa anche qui un modo di fare teatro simile a quello greco. Ci sono però delle sostanziali differenze. Il ruolo del Didaskalos smette formalmente di esistere e, al suo posto, vengono a crearsi delle figure più settoriali: l’Auctor (autore), il Conductor (una sorta di direttore di scena ante litteram) e il Choragus (assimilabile a un moderno attrezzista).

Dopo un periodo di accentramento del potere organizzativo nelle mani di un Regista vero e proprio durante il periodo medievale e, successivamente, nel Rinascimento (questo era dovuto alla grande complessità delle tragedie portate in scena, spesso in ampi spazi aperti e con un grande numero di comparse e oggetti di scena), si tornò all’affermazione della gestione dello spettacolo da parte dell’intera compagnia con l’avvento della Commedia dell’arte.

Eh sì, perché non seguendo un copione, e quindi non essendoci un autore, lo spettacolo era tutto tenuto in piedi dalle abilità recitative e di improvvisazione degli stessi attori che componevano le compagnie itineranti!

A dirigere il loro lavoro con la creazione di canovacci e indicazioni di scena ci pensavano alcuni degli appartenenti alle compagnie. Attori che, forse per carisma, forse per doti organizzative particolari, riuscivano ad imporsi e a dare una direzione più stabile agli spettacoli.

Il più celebre è certamente Carlo Goldoni, che con la sua “riforma del tetro”, non solo organizzò una gestione più stabile alle compagnie, ma sostituì anche il loro canovaccio che usavano come base delle loro improvvisazioni, con un vero e proprio copione.

Il buon vecchio pacioccoso Goldoni, pronto a rivoluzionare il mondo del teatro

Il ruolo del regista moderno si può dire essere nato dalla messa in scena degli spettacoli della compagnia Meininger  in Sassonia verso la fine del XIX sec., inizio XX sec. Similmente ai direttori medievali, la enorme complessità d certe messe in scena necessitò la presa di posizione di un vero e proprio direttore di scena, che sapesse interpretare al meglio il copione (anche se non scritto da lui) e che riuscisse a coordinare al meglio i vari attori in scena per rendere al meglio quanto scritto su carta.

Da qui si generò la figura francese del “regisseur” (letteralmente “direttore”) poi italianizzato per assonanza in “Regista”.

*DRIIIIIIIIIN!!!!

Lezione di storia finita.

Ma in tutto questo, la Gilda come lavora? Anarchia degli attori? Dittatura della coppia reale “Ghezzi-Armanni”? Oligarchia dei grandi potenti vicini alla Diarchia come Marzia, Sara e Giovanni F.?

In realtà è un misto di quanto sopra (tranne l’anarchia degli attori: quella resterà solo un’utopia per noi poveri attorucci sottoposti, anche se penso che gli spettacoli uscirebbero delle discrete ciofeche senza direzione,sigh…).

Dato che a noi della Gilda qualsiasi cosa venuta dopo gli inizi del ‘900 non piace, seguiamo il modello ‘settecentesco scegliendo i registi tra i migliori attori della nostra compagnia, ma a differenza di Goldoni non sono sempre gli stessi (cambiano spesso da spettacolo a spettacolo, anche solo nelle combinazioni) e lavorano sempre in coppia per supportarsi e confrontarsi l’un l’altro. Il copione può essere scritto o riadattato direttamente da loro oppure da un altro membro della compagnia, come per esempio “Il principe scambiato”, scritto interamente da Miriam ma diretto da Giovanni F. e Stefano.

“Ma Gio, sei uno storico eccezionale e uno scrittore impareggiabile, ma non sarebbe il caso che fossero proprio i registi della Gilda a raccontare come lavorano e consa ne pensano del loro ruolo all’interno della genesi di uno spettacolo?”

Beh, caro lettore che a cui, avendo il totale controllo di questo articolo, faccio porre questa domanda dall’umile premessa, hai ragione! Per quanto sia un piacere lavorare con colleghi e amici così validi, è per me difficile entrare nelle loro testoline organizzative e dirvi più nel dettaglio cosa significhi dirigere uno spettacolo.

Andiamo allora sentire direttamente cosa dicono alcuni dei nostri “regisseur”:

Sara, veterana regista di mille spettacoli tra cui “La Famiglia dell’Antiquario” e “Le Allegre Comari di Windsor”,ci racconta la sua esperienza:

Marzia e Giovanni che, attenti ad ogni accento, si preparano a dare indicazioni durante le prove dell’Academy

-“Fare regia nel mio caso è stato: Collaborazione, osservazione,immedesimazione e immaginazione.

Collaborazione: ho co-diretto con Marzia, ci siamo sempre confrontate e abbiamo trovato compromessi tra le visioni di entrambe e, veramente, dove non arrivava una ci metteva una toppa l’altra.Basta anche solo pensare alla gestione delle stesse prove, dove lasciavo guidare il gruppo a Marzia, mentre io intervenivo dove serviva più disciplina o un esempio pratico sul dove volevamo andasse a parare l’intenzione degli attori di qualche scena.

 Osservazione: è solo l’esperienza degli anni e l’osservazionedel modo altrui di fare regia che ti permettono di avere gli strumenti per guidare altri verso la realizzazione del progetto, con stratagemmi e approcci vari; anche solo per apprendere la capacità di sapersi sintonizzare con l’attore che tu, come regista, hai di fronte.

Immaginazione: il regista deve avere già in testa chiaramente quello che vuol vedere realizzato.

Infine immedesimazione: in questa visione in cui sei tu regista che per primo ti immagini a recitare la scena che si vuol realizzare, devi far attenzione a tenere sempre la mente aperta. E’importantissimo dare spazio creatività dei tuoi attori! Questo fa sì che siano spronati a far proprio il personaggio a loro assegnato e a mettere in gioco la loro creatività, per poi addirittura finire col ritrovarsi fra le mani un modo di interpretare la scena in modo più efficace di quanto tu stesso abbia pensato in fase di progettazione.

Quindi direi che ci vuole una buona dose di rispetto sia da parte dell’attore (che si deve affidare alla guida del regista) chedel regista (che delle volte può fare un “passo indietro” e lasciar fare all’attore)

Nel mio caso mi sento un po’ un capitano che porta a termine la visione del generale-autore.”-

La dizione: grande nemico dell’attore in erba e chiodo fisso (a ragione) dei registi

Dello stesso avviso sono Miriam e Nicola, inseparabile coppia che anche se ultimamente non spesso alla direzione diretta delle opere in costruzione, visionano sempre tutto dall’alto e controllano che ogni spettacolo fili liscio prima che venga messo in scena.

-“A noi piace darci alla regia perché lo vediamo come un momento di “ricreazione del testo”. Quando scegliamo uno spettacolo su cui lavorare, già pensiamo a come dovrebbero apparire le scene; ma è solo durante le prove che avviene “la magia” e l’idea diventa spettacolo grazie all’interpretazione degli attori”-

Ci raccontano poi dei loro diversi modi di dirigere e montare uno spettacolo:

-”Io e Nicola abbiamo due stili un po’ diversi”- racconta Miriam  –“lui è più portato alla valorizzazione di alcuni aspetti comici, spesso esulando anche dal testo scritto, andando a creare delle situazioni divertenti con gli attori in un’ottica di improvvisazione. Io invece preferisco lavorare sul copione: ritengo sia una sfida interessante rendere al meglio il testo originale con tutti gli strumenti che attori e registi hanno ha disposizione.”-

_”Diamo molta importanza alla comunicazione non verbale e non partiamo mai da un preconcetto. Per noi è fondamentale il ruolo creativo dell’attore e delle sue idee. Abbiamo notato negli anni che imporre il proprio modo di fare su un attore impoverisce le possibilità espressive che potrebbe avere.”-

Ci danno infine un paio di consigli molto importanti:

-“… il testo è bello e rende solo se lo si rende proprio, ma la cosa più importante di tutte è divertirsi”-.

Possiamo quindi notare come sia assolutamente necessario, un dialogo continuo tra registi e attori, in modo da creare un’irresistibile sinergia che porta infine alla creazione di uno spettacolo che non sia solo basato sull’interpretazione del singolo, ma su quella di tutti!

Nessun ruolo imposto dall’alto e nessun capriccio degli attori sono alla base della buona riuscita dello spettacolo, tutto all’insegna della collaborazione, del rispetto reciproco ma, soprattutto, del divertimento.

Quindi, si’ore e si’ori, siamo arrivati alla fine di questa luuuunga  dissertazione sul ruolo del regista a teatro. Ci sarebbe molto altro da dire, ma penso che uno spettacolo ben riuscito sia assai migliore di un articolo su un blog per farvi capire quanto un regista sia importante.

Quindi, mi raccomando, venite a tenerci compagnia al prossimo spettacolo e, magari, conoscendo regista e attori, provate ad immaginare quali scene sono state ideate da chi.  C:

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Il (#)Teatro nell’era dei Social

Sono social i brand di moda, le campagne di sensibilizzazione, i programmi televisivi e persino i supermercati. Quasi tutte le attività, commerciali e benefiche, si ingegnano per trovare l’hashtag migliore per diventare virali, e non c’è nuova uscita (album, libri, film) che non dedichino un podcast su Youtube o una pagina di Facebook al backstage, alle interviste esclusive e a misurati spoiler. Persino il papa twitta.

In tutto questo universo di rimandi, parole d’ordine e condivisioni, tra i pochi che rischiano di rimanere indietro ci sono i professionisti del teatro. Proprio loro, quelli che senza pubblico non arrivano (in teoria) a fine mese, ignorano quasi completamente uno dei canali privilegiati per invitare la gente agli spettacoli, preferendo investire grandi quantità di energie e di denaro nelle classiche locandine o interviste.

Ci sono le eccezioni, naturalmente, ma basta scrivere “teatro” nella casella di ricerca di Instagram per accorgersi che in genere anche i feed più importanti in Italia contano pochi follower; Facebook non fa eccezione, con le sue pagine tristi riempite di eventi in programma, aggiornamenti rari e discontinui, e contenuti freddi e impersonali. In Youtube c’è qualche cosa, tra trailer, tutorial e videointerviste… ma ben poco di davvero organizzato, di genuinamente social. È come se il comparto “social marketing” delle aziende teatrali fosse più che altro considerato un vezzo, un ornamento da aggiungere all’attività principale, giusto per dire “ci siamo anche noi”. Come se bastasse avere un account per beneficiare dei vantaggi dell’era dei “mi piace”.

Un’epoca da condividere

Come mai? In fondo lo spettacolo non è altro che un prodotto da vendere, come lo sono un paio di scarpe o una confezione di biscotti; e se è possibile fare pubblicità al nuovo smartphone senza quasi mostrarlo, ma legando al brand esclusivamente un’emozione, allora non ci sono scuse. Non bisogna neanche dirlo, allo spettatore, che se compra il biglietto e si siede in platea proverà un’esperienza unica: è già insito nell’idea di spettacolo il concetto di emozione.

E allora come mai è così evidente sui nostri social l’assenza di contenuti da condividere sulle novità teatrali?
È un fatto che, a eccezione di qualche grande produzione e qualche coraggioso pioniere, sia veramente assordante il silenzio sulle ultime notizie dal mondo del palcoscenico. Eppure non mancano i festival, le rassegne, i concorsi e i premi; ogni città dispone di qualche teatro, e sono in molti organizzatori ad allestire ad hoc palchi all’aperto per animare le feste estive. Abbiamo corsi universitari e accademie dedicate al teatro, ma pare che tutto quello che viene insegnato e studiato resti prerogativa dei pochi che riescono a lavorare nell’ambito o di chi si definisce appassionato. Ed è un vero peccato.

Immaginate di intervistare le persone che incontrate per caso: se chiedete loro quali film danno al cinema, probabilmente in molti sapranno rispondervi. Se domandate quando ricomincia Amici o XFactor, forse alcuni vi risponderanno. Ma provate a chiedere quali novità danno in questa stagione a teatro: scommettiamo che a darvi una risposta sicura saranno molti, molti di meno?

Eppure sono entrambi ambiti dello stesso settore, sono entrambi pianeti del sistema “spettacolo”. E come si appassiona a “Il Trono di Spade” o non si perde l’ennesimo remake de “La Bella e la Bestia”, non vedo perché non ci si dovrebbe aspettare che il pubblico possa mettersi a contare i giorni che lo separano da quel debutto che vuole assolutamente vedere dal vivo.

Cosa manca al nostro teatro, per arrivare al cuore degli spettatori e coinvolgerli?

Rispondere diffusamente sarebbe come aprire il vaso di Pandora: potremmo discutere del sistema con cui si pianificano le stagioni, si potrebbe parlare di quali tipologie di spettacolo vengono privilegiate, di come a volte capire uno spettacolo che si va a vedere per curiosità sia più difficile che montare un mobile dell’Ikea, di come vengano penalizzate le compagnie di giro, di come a scuola non si studi la letteratura teatrale, di come il sistema dei bandi renda difficile verificare davvero la qualità dei prodotti realizzati, della supposta “pigrizia” degli spettatori che non andrebbero a teatro perché è più comodo vedere la TV (come se, invece, per recarsi al cinema o ai concerti non dovessero spostarsi). Ma limitiamoci alla pubblicità.

Cosa manca? Tutto! Non si crea l’attesa, non si prova a rendere pop la cultura, non si coccola il pubblico con anteprime e contenuti dedicati esclusivamente ai fan.

I teatranti, quando si pubblicizzano, lo fanno ancora esclusivamente attraverso i mezzi classici e consolidati; si è ancora fermi agli articoli e alle interviste,  alle recensioni che parlano di questo o quello spettacolo in cui in scena si fanno cose scioccanti, oppure si legge di questo o quell’attore delle fiction che viene reclutato per una tournée.

Qualcuno si promuove da sé, utilizzando i social per mostrare i propri ingaggi e le proprie produzioni, o gli spettacoli che va a vedere,  e lo fa anche bene. Bisogna guardare come fanno, questi theatrical-influencer, e cercare di assimilarne lo spirito d’impresa, la costanza e l’inventiva…  perché c’è poco da fare, per tenere un profilo attraente, valido e aggiornato ci vuole questo, e anche di più.

Non serve sottolineare che per un prodotto di successo non basta la pubblicità, classica o social che sia. È chiaro che, sotto la carta da regalo, deve esserci un prodotto fatto bene, di qualità, che risponda a un’aspettativa o al gusto del pubblico. Che poi non tutti gli spettacoli popolari siano dei capolavori o che non tutte le produzioni d’essai passeranno alla storia è un altro discorso. Che non a tutti piaccia il musical o il teatro di ricerca è un fatto, e non c’è pubblicità che tenga: non si può vendere uno shampoo a chi è calvo.

Ma, essendo certa che nel nostro mondo teatrale le perle ci siano, e che ci siano spettacoli validi per tutti i gusti,  faccio il tifo perché  si creino i presupposti perché possano emergere e lavorare quegli attori, drammaturghi e registi di talento che, al momento, devono sgomitare e fare carte false per condividere con il pubblico la loro passione, le loro abilità e la loro arte. E secondo me si può fare.
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