Articoli di Fondo

Il (#)Teatro nell’era dei Social

Sono social i brand di moda, le campagne di sensibilizzazione, i programmi televisivi e persino i supermercati. Quasi tutte le attività, commerciali e benefiche, si ingegnano per trovare l’hashtag migliore per diventare virali, e non c’è nuova uscita (album, libri, film) che non dedichino un podcast su Youtube o una pagina di Facebook al backstage, alle interviste esclusive e a misurati spoiler. Persino il papa twitta.

In tutto questo universo di rimandi, parole d’ordine e condivisioni, tra i pochi che rischiano di rimanere indietro ci sono i professionisti del teatro. Proprio loro, quelli che senza pubblico non arrivano (in teoria) a fine mese, ignorano quasi completamente uno dei canali privilegiati per invitare la gente agli spettacoli, preferendo investire grandi quantità di energie e di denaro nelle classiche locandine o interviste.

Ci sono le eccezioni, naturalmente, ma basta scrivere “teatro” nella casella di ricerca di Instagram per accorgersi che in genere anche i feed più importanti in Italia contano pochi follower; Facebook non fa eccezione, con le sue pagine tristi riempite di eventi in programma, aggiornamenti rari e discontinui, e contenuti freddi e impersonali. In Youtube c’è qualche cosa, tra trailer, tutorial e videointerviste… ma ben poco di davvero organizzato, di genuinamente social. È come se il comparto “social marketing” delle aziende teatrali fosse più che altro considerato un vezzo, un ornamento da aggiungere all’attività principale, giusto per dire “ci siamo anche noi”. Come se bastasse avere un account per beneficiare dei vantaggi dell’era dei “mi piace”.

Un’epoca da condividere

Come mai? In fondo lo spettacolo non è altro che un prodotto da vendere, come lo sono un paio di scarpe o una confezione di biscotti; e se è possibile fare pubblicità al nuovo smartphone senza quasi mostrarlo, ma legando al brand esclusivamente un’emozione, allora non ci sono scuse. Non bisogna neanche dirlo, allo spettatore, che se compra il biglietto e si siede in platea proverà un’esperienza unica: è già insito nell’idea di spettacolo il concetto di emozione.

E allora come mai è così evidente sui nostri social l’assenza di contenuti da condividere sulle novità teatrali?
È un fatto che, a eccezione di qualche grande produzione e qualche coraggioso pioniere, sia veramente assordante il silenzio sulle ultime notizie dal mondo del palcoscenico. Eppure non mancano i festival, le rassegne, i concorsi e i premi; ogni città dispone di qualche teatro, e sono in molti organizzatori ad allestire ad hoc palchi all’aperto per animare le feste estive. Abbiamo corsi universitari e accademie dedicate al teatro, ma pare che tutto quello che viene insegnato e studiato resti prerogativa dei pochi che riescono a lavorare nell’ambito o di chi si definisce appassionato. Ed è un vero peccato.

Immaginate di intervistare le persone che incontrate per caso: se chiedete loro quali film danno al cinema, probabilmente in molti sapranno rispondervi. Se domandate quando ricomincia Amici o XFactor, forse alcuni vi risponderanno. Ma provate a chiedere quali novità danno in questa stagione a teatro: scommettiamo che a darvi una risposta sicura saranno molti, molti di meno?

Eppure sono entrambi ambiti dello stesso settore, sono entrambi pianeti del sistema “spettacolo”. E come si appassiona a “Il Trono di Spade” o non si perde l’ennesimo remake de “La Bella e la Bestia”, non vedo perché non ci si dovrebbe aspettare che il pubblico possa mettersi a contare i giorni che lo separano da quel debutto che vuole assolutamente vedere dal vivo.

Cosa manca al nostro teatro, per arrivare al cuore degli spettatori e coinvolgerli?

Rispondere diffusamente sarebbe come aprire il vaso di Pandora: potremmo discutere del sistema con cui si pianificano le stagioni, si potrebbe parlare di quali tipologie di spettacolo vengono privilegiate, di come a volte capire uno spettacolo che si va a vedere per curiosità sia più difficile che montare un mobile dell’Ikea, di come vengano penalizzate le compagnie di giro, di come a scuola non si studi la letteratura teatrale, di come il sistema dei bandi renda difficile verificare davvero la qualità dei prodotti realizzati, della supposta “pigrizia” degli spettatori che non andrebbero a teatro perché è più comodo vedere la TV (come se, invece, per recarsi al cinema o ai concerti non dovessero spostarsi). Ma limitiamoci alla pubblicità.

Cosa manca? Tutto! Non si crea l’attesa, non si prova a rendere pop la cultura, non si coccola il pubblico con anteprime e contenuti dedicati esclusivamente ai fan.

I teatranti, quando si pubblicizzano, lo fanno ancora esclusivamente attraverso i mezzi classici e consolidati; si è ancora fermi agli articoli e alle interviste,  alle recensioni che parlano di questo o quello spettacolo in cui in scena si fanno cose scioccanti, oppure si legge di questo o quell’attore delle fiction che viene reclutato per una tournée.

Qualcuno si promuove da sé, utilizzando i social per mostrare i propri ingaggi e le proprie produzioni, o gli spettacoli che va a vedere,  e lo fa anche bene. Bisogna guardare come fanno, questi theatrical-influencer, e cercare di assimilarne lo spirito d’impresa, la costanza e l’inventiva…  perché c’è poco da fare, per tenere un profilo attraente, valido e aggiornato ci vuole questo, e anche di più.

Non serve sottolineare che per un prodotto di successo non basta la pubblicità, classica o social che sia. È chiaro che, sotto la carta da regalo, deve esserci un prodotto fatto bene, di qualità, che risponda a un’aspettativa o al gusto del pubblico. Che poi non tutti gli spettacoli popolari siano dei capolavori o che non tutte le produzioni d’essai passeranno alla storia è un altro discorso. Che non a tutti piaccia il musical o il teatro di ricerca è un fatto, e non c’è pubblicità che tenga: non si può vendere uno shampoo a chi è calvo.

Ma, essendo certa che nel nostro mondo teatrale le perle ci siano, e che ci siano spettacoli validi per tutti i gusti,  faccio il tifo perché  si creino i presupposti perché possano emergere e lavorare quegli attori, drammaturghi e registi di talento che, al momento, devono sgomitare e fare carte false per condividere con il pubblico la loro passione, le loro abilità e la loro arte. E secondo me si può fare.
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Poker d’Arte… con Jurij Ferrini

Conoscere il mondo dello spettacolo attraverso le sue eccellenze è un modo per innamorarsi una volta di più del teatro e del mestiere di attore, oltre che una strada privilegiata per uscire dai propri schemi e scoprire nuovi approcci e prospettive originali per affrontare uno dei mestieri più appassionanti in assoluto.

Conoscere il mondo dello spettacolo attraverso le sue eccellenze è un modo per innamorarsi una volta di più del teatro e del mestiere di attore.

E’ seguendo questa convinzione che la nostra compagnia ha deciso, per il secondo anno di fila, di mettere in calendario degli appuntamenti con i “grandi” dello spettacolo italiano. Tra fine settembre e inizio ottobre abbiamo avuto il piacere di ospitare  l’attore e cantante Vittorio Matteucci, insigne rappresentante del musical italiano, l’attore-doppiatore Davide Perino e, infine, l’attore e regista Jurij Ferrini.

Ognuno di questi artisti ha arricchito i partecipanti, e noi organizzatori, non solo con preziosi consigli sulla pratica d’attore e indicazioni tecniche, ma con l’esperienza di aver incontrato veri e propri mentori.

Questi tre maestri ci hanno dimostrato che per essere dei professionisti dello spettacolo bisogna essere innanzitutto grandi osservatori e perfetti ripetitori dei sentimenti, propri e altrui.

Ognuno col proprio approccio, Matteucci, Perino e Ferrini ci hanno accompagnato in un mondo che non ammette finzioni da parte dell’attore, che esige studio e lavoro, ma soprattutto accetta (e supera) le convenzioni teatrali per trovare il punto di incontro supremo: la comunicazione con il pubblico.

A tutto questo si è aggiunto il fascino di sentire il loro punto di vista sul mondo dello spettacolo italiano e le loro storie: abbiamo vissuto attraverso Vittorio Matteucci il debutto e le oltre trecento repliche di Notre Dame de Paris, abbiamo assaporato il fascino del lavoro in ombra dei doppiatori tramite il racconto di Davide Perino, e abbiamo scoperto con Jurij Ferrini le difficoltà che affrontano oggi le compagnie teatrali che orientano la propria ricerca in una direzione diversa rispetto alle tendenze attuali.

Abbiamo avuto il privilegio di condividere tutto questo con i partecipanti agli stage che, tra uditori ed effettivi, sono stati circa ottanta, di età compresa tra i quattordici e i sessant’anni, dandoci la prova che l’arte e la cultura sono l’ideale luogo di incontro per creare relazioni e nuove sinergie.

 

Gli Autori

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Per fissare nel tempo questa esperienza, abbiamo chiesto a due dei partecipanti ai seminari di raccontarci il loro punto di vista sul lavoro compiuto tramite un breve articolo; trattandosi di due attori entrati solo l’anno scorso nella Academy della compagnia, li abbiamo pregati di raccogliere le loro impressioni sull’appuntamento con Jurij Ferrini, indubbiamente quello più centrato sul lavoro interpretativo a partire da un testo squisitamente teatrale.

Andrea Valietti, classe 1996, ha al suo attivo numerosi anni di praticantato teatrale, acquisendo esperienza diretta delle maggiori realtà culturali di Bergamo; nel 2017, poi, ha deciso di aderire a un progetto de La Gilda delle Arti dedicato ai giovani, promosso dal comune di Treviolo e dalla Cooperativa Alchimia. Con nostra gioia, ha deciso di rimanere in contatto con la compagnia: l’anno scorso ha partecipato come attore all’allestimento di “Otello” e quest’anno aderisce nuovamente alla produzione di uno spettacolo nell’ambito del percorso Academy. Oltre a essere un attore appassionato, che non si tira indietro dinnanzi alla sfida di reinventarsi, Andrea si è cimentato anche nella scrittura di brevi copioni originali, dimostrando un grande umorismo e la profonda volontà di condividere col pubblico la propria cultura e la propria passione per la storia e il teatro.

Giovanni Aresi, classe 1998, è entrato in compagnia solo l’anno scorso, invitato da Andrea. Pur non avendo mai lavorato nell’ambito del teatro, nel corso dell’allestimento di “Otello” ha dimostrato talento e grande interesse per la pratica d’attore; oltretutto, insieme ad Andrea ha lavorato alla produzione di brevi copioni e alla relativa messa in scena. Di personalità eclettica, Giovanni si accosta alle arti, alla storia e alla cultura con spirito critico e quella sana sete di sapere che caratterizza gli artisti di tutti i tempi.

Il Quarto Giorno di Poker d’Arte: Jurij Ferrini

di Andrea Valietti e Giovanni Aresi

Il quarto giorno di “Poker d’arte”, organizzato da La Gilda delle Arti, continua a stupire con un ultimo ospite, nonché attore e regista teatrale: Jurij Ferrini, l’ennesimo artista di un certo spessore.
Per quanto le attese dei partecipanti fossero già state più che soddisfatte durante gli stage precedenti,  Jurij è comunque riuscito a lasciare un segno.

Subito dopo aver messo piede nel teatro della Parrocchia di Albegno, senza perdersi in inutili giri di parole, Jurij si è subito messo all’opera.

L’iniziale clima freddo, caratterizzato da un’atmosfera  intrisa di ansia ed insicurezza, si è subito ravvivato con la presentazione delle opere portate dai partecipanti, testi d’autore o, in altri casi, copioni scritti di pugno dagli interpreti stessi.

Ferrini, dopo aver analizzato in modo spietatamente critico ma efficace e produttivo i prodotti presentati, è riuscito a mettere in risalto alcuni dettagli dei testi, che a un occhio poco attento sarebbero passati assolutamente inosservati, evidenziando il potenziale di ogni testo e attore.
A spezzare il ritmo serrato della mattinata è stata la breve pausa pranzo che è servita a prepararsi per la sfida che avremmo dovuto affrontare nel pomeriggio: la preparazione e la messa in scena di un copione con solo due ore a disposizione.

Abbiamo messo subito da parte la timidezza e l’ansia: non avevamo assolutamente tempo per lasciarci distrarre o per tentennare, siamo passati subito all’azione con la lettura del testo in gruppo.

Dopo le rapide ma intense prove non abbiamo avuto un istante da perdere, giacché era necessario passare subito alla messa in scena dell’opera preparata in tempo record, collaborando con persone in gran parte estranee fino a poche ore prima.
Nella valutazione del risultato finale, Ferrini non si è soffermato tanto sulla memoria degli attori nel ricordare il copione o sulle abilità del singolo, bensì sulla resa dell’“intenzione” del soggetto impersonato, al modo in cui i suoi intenti, la sua personalità o il suo modo di agire sarebbero stati presentati al pubblico.

Jurij è stato per certi versi illuminante, per altri ha invece spronato ed aiutato molti attori a capire cosa volessero realmente recitare, trasmettendo  emozioni,  senza per forza sconfinare negli stereotipi del teatro.

L’incontro con una grande personalità del teatro, totalmente fuori scala nei confronti dei presenti, ha fatto aprire gli occhi a molti, ad altri ha trasmesso uno stimolo fortissimo per continuare l’esperienza teatrale, ad altri ancora ha dato utili consigli; nessuno ha vissuto questo stage nello stesso modo, ma in ogni caso è stato per tutti una grandissima occasione per confrontarsi con altri attori, caratterizzati da stili di recitazione diversi, e ha permesso ad ognuno di noi di ampliare la propria visione sulle infinite sfaccettature dell’universo  teatrale.

La parola agli attori

G.O.A.T. – Greatest Of All Time

Lavorare nell’ambito del teatro è uno di quei mestieri in cui la soddisfazione per i risultati ottenuti va di pari passo con la passione e dedizione con cui si intraprende un progetto. A differenza di altre professioni, infatti, quando si è attore, regista o qualsiasi altro artista di scena, non si ha la possibilità di lavorare in modo mediocre.

Per un attore non è ammessa la giornata in cui si è giù di tono: sul palco, in fase di allestimento e alle prove si deve dare sempre il 100%, lasciando alle spalle preoccupazioni, indisposizioni, stanchezza e quant’altro.

E questo non tanto perché sia un lavoro semplice o perché si debba fingere di essere sempre vigorosi e allegri, ma perché stare sul palco significa essere esposti agli sguardi e al giudizio degli spettatori per una o due ore di fila, e perché dalla propria performance dipendono inevitabilmente le interpretazioni altrui.

Fatta questa premessa, non nascondiamoci dietro a un dito: fare teatro è uno dei mestieri più belli del mondo. E come non potrebbe essere così? In fondo, l’artista ha il compito e il privilegio di misurarsi con opere d’arte senza tempo, imparare a vestire i panni di un altro, affinare la propria sensibilità e, non da ultimo, quando ha fatto un buon lavoro, ottenere quella pacca sulla spalla che è il fragoroso applauso del pubblico.

Inoltre per chi, come noi, ha la fortuna di collaborare con gruppi di attori giovani e giovanissimi, è sempre in agguato un altro privilegio: quello di scoprire e veder crescere nuovi talenti.

Incrociare per caso la strada di un ragazzo o di una ragazza che non avevano mai recitato prima, proporre loro di continuare il percorso insieme e vedere la loro crescita artistica costituisce per noi un’esperienza tanto intensa quanto appagante.

 

L’autore

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Uno di questi talenti che abbiamo avuto la fortuna di incontrare è Luca Oberti, classe 1998, che collabora con La Gilda delle Arti dal 2016. L’abbiamo visto sul palco come attore nel ruolo di Tebaldo in “Romeo e Giulietta – Un amore senza lieto fine” e per caso ci siamo imbattuti nella sua vena artistica di autore. Si è cimentato come educatore nel corso dei laboratori invernali che proponiamo ai ragazzi delle superiori e, quest’anno, ha raccolto la sfida di adattare la tragedia Otello di W. Shakespeare per un gruppo di giovani interpreti di età compresa tra i 17 e i 22 anni.

Ingegnoso e umorista, Luca non solo è stato capace di rendere semplici passaggi complessi del teatro elisabettiano, di lavorare a ritmi serrati e di adattare la voce di ogni personaggio al “suo” attore, ma anche di fare propria l’intera opera, di metabolizzarla e di crearne così una nuova, che porta indiscutibilmente la sua firma.

A lui abbiamo chiesto di scrivere qualche riga sul progetto che ha diretto insieme a noi e che ci dà l’occasione per chiudere una seconda volta il sipario sull’appassionante progetto di Otello.

 

G.O.A.T. – Greatest Of All Times

di Luca Oberti

Ogni quattro anni, c’è un’estate che diventa magica. Per un mese intero, il mondo si ferma davanti al televisore ad ammirare le gesta di uomini speciali. È l’estate del Mondiale. Poco importa se quest’anno la nostra nazionale è a Formentera, di fronte ai GOAT non si può rimanere impassibili.

“Greatest Of All Time”, i/il migliore/i di tutti i tempi, una sigla che ha letteralmente fatto esplodere in web, incapace di decretarne un vero possessore tra chi corre dietro ad un pallone.

E se nel calcio la diatriba continua, lo stesso non si può dire nella letteratura. Penna in mano, William Shakespeare è stato il più grande inglese di tutti i tempi.

E se davvero la fama fa l’uomo più ambizioso, abbiamo trovato l’aggettivo che può definire uno dei progetti di punta creati dalla rinomata compagnia teatrale La Gilda delle Arti.

Keep Calm and Play Shakespeare, ormai avviato nel lontano 2015, ha dato ancora una volta la possibilità di confrontarsi con il meglio del teatro. Nove aspiranti attori, tutti tra i 17 e i 25 anni, hanno risposto all’appello consapevoli di quello che c’era in gioco:

l’Otello l’opera; il 26 maggio la data; un teatro gremito la “bestia” da domare. Queste le tre prove della maturità targata Gilda.

Supervisionati dai loro “professori” Nicola Armanni e Miriam Ghezzi, co-fondatori della compagnia e promotori del progetto, i ragazzi hanno passato tre mesi di prove in cui spontaneamente si è creato un clima di fiducia ed affiatamento, fondamentale pilastro nella costituzione di qualsiasi squadra e obbiettivo principale del percorso.

Con basi così solide è intuibile l’esito dello spettacolo, successo su tutti i fronti.

E se l’opera non sarà la più famosa del Bardo poco importa, gli spettatori si ricorderanno questa speciale versione. L’Otello andato in scena al teatro Ipogeo di Sforzatica, infatti, è stato completamente riadattato da un altro talentuoso ragazzo che ha preso parte al progetto.

Maturità superata per questi ragazzi che, però, non avranno alcun diploma. Non serve un pezzo di carta per testimoniare che da quella sera non sono più solo degli aspiranti attori; da quella sera sono GOAT.

 

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La parola agli attori

Diplomarsi… con La Gilda delle Arti

La maturità è un momento della vita che rappresenta per tutti gli studenti una svolta: che si veda in essa un ostacolo, un traguardo o una tappa del proprio progetto di studio, è un rito di passaggio che sancisce l’ingresso dei ragazzi nel mondo degli adulti, un po’ come la patente.
Per superarla non si può barare, non c’è nessuno ad aiutarti o a rispondere al tuo posto: all’esame si è profondamente se stessi, e davanti ai professori ci si presenta per quelli che si è.

Forse è per questa ragione che molti studenti passano molto tempo a scegliere l’argomento della tesi, che risulta in qualche modo la carta che ci si gioca per dimostrare di essere “pronti” per il mondo del lavoro o dell’università.

Con queste premesse, potete immaginare che onore sia stato diventare oggetto della tesi della maturità di uno dei nostri attori, e con quale orgoglio oggi ne pubblichiamo una parte sul nostro blog: il teatro è per noi è una passione sempre viva, oltre che un lavoro, e condividerla è il fine ultimo delle tante ore che spendiamo a preparare gli eventi e i nostri spettacoli!

L’autore

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Forse avete conosciuto Giuseppe Modica, classe 1998, nel corso della nostre tournée: spiritoso, estroverso e spigliato, è l’attore della compagnia che ha interpretato Benedetto in Molto Rumore per Nulla, il Cavaliere del Bosco ne La Famiglia dell’Antiquario, Silvio Lombardi e lo “scèt” della locanda di Brighella ne L’Arlechì, servitore di due padroni.

Il suo percorso con La Gilda delle Arti è cominciato nel 2013, quando aveva solo quindici anni: la compagnia aveva fatto tappa a Borgo Palazzo (BG), dove era stato allestito lo spettacolo “Momo. Storia di una bambina che fermò il tempo”.
Da allora Giuseppe non ha mai smesso di recitare con noi e, prima come dilettante e ora come professionista, è diventato un membro indispensabile della corporazione di artisti che è La Gilda delle Arti.

La Tesi di Giuseppe Modica – a.a. 2016/17

1. Introduzione

L’argomento principale della mia tesina è una delle mie passioni: l’esperienza teatrale che da qualche anno ho intrapreso e che mi ha coinvolto molto.
Il teatro per me è la maniera più divertente di raccontare una storia perché mette insieme efficaci elementi, come la parola, la gestualità, la musica e la danza. Può affrontare temi seri della vita facendoci riflettere. Inoltre, recitare è una professione divertente, è una forma di comunicazione tra gli attori e il pubblico, a cui i primi devono trasmettere le proprie emozioni. Mi sono avvicinato al mondo del teatro nel 2013 quando ho partecipato ad un percorso teatrale organizzato dall’oratorio di Sant’Anna, con la compagnia teatrale La Gilda delle Arti.

La Gilda delle Arti è compagnia teatrale bergamasca, fondata da Nicola Armanni e Miriam Ghezzi nel settembre 2011. La compagnia produce spettacoli e organizza percorsi per bambini, adulti e ragazzi che vogliono avvicinarsi al mondo del teatro, punta anche a creare i presupposti per un teatro attuale e vivo, arricchito dall’esperienza delle varie arti di scena: musica, teatro, danza, canto e scenografia. Le mie prime rappresentazioni sono state: Momo, La Lampada Meravigliosa, AnastasiaLa Principessa Smarrita L’elisir d’amore.
Poi lo scorso anno la compagnia ha coinvolto 11 attori provenienti da tutta la provincia in un percorso professionalizzante ed è nata così una compagnia stabile di attori “under 25”.  Io sono uno di questi attori e mi sento veramente orgoglioso di farne parte.

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Così sono nati “Much Ado About Nothing” di W. Shakespeare e “Arlechì, il Servitore di Due Padroni” di Goldoni, che ancora oggi portiamo in giro per la bergamasca. In questi spettacoli la regia ha un ruolo determinante nella riduzione e nella valorizzazione del testo originale. Queste due commedie si propongono come un momento di intrattenimento, di qualità e di approfondimento culturale; l’obiettivo infatti è quello di far scoprire al pubblico i piccoli gioielli della letteratura teatrale.

Il teatro mi ha dato l’opportunità di crescere umanamente, di favorire e sviluppare il lato più creativo, più curioso e più spontaneo di me, di imparare modi nuovi di comunicare con gli altri, dal linguaggio verbale, il più tradizionale, a linguaggi più espressivi e corporei, a prendere coscienza anche di dettagli più tecnici propri del teatro come la messa in scena e le caratteristiche acustiche di una sala.

In questo mio lavoro vorrei dimostrare come il teatro è sempre stato e continua ad essere un bel modo per “educarsi alla vita”, perché riesce a migliorare le capacità intellettuali, aiuta l’uomo anche a conoscersi da un punto di vista emotivo, mettendo in luce le sue qualità e i suoi limiti, a stimolarlo a esprimere la sua parte spirituale.

In inglese e italiano prendo spunto dalle commedie che ho rappresentato quest’anno: “Much ado about nothing” di Shakespeare e “Il servitore di due padroni”, celebre commedia, che rappresenta un momento di passaggio dalla Commedia dell’arte alla riforma del teatro di Goldoni; in storia traccio una breve sintesi della storia del teatro nei diversi periodi storici, in filosofia mi soffermo sull’opera “La nascita della tragedia” di Federico Nietzsche perché per il grande pensatore tedesco, il teatro rappresenta la via della conoscenza, della libertà e della vita; in Scienze evidenzio lo stretto rapporto tra arte e medicina e i benefici effetti terapeutici del teatro con la teatroterapia che attraverso una rieducazione consente di superare periodi di disagio. In fisica approfondisco un aspetto tecnico fondamentale in uno spettacolo, l’acustica delle sale quindi le caratteristiche del suono e i fenomeni connessi alla sua propagazione.  Infine in Arte mi soffermo sull’importanza artistica e sonora del teatro La Scala di Milano di Giuseppe Pier Marini perché anche la nostra scuola ogni anno ci educa al teatro dando l’opportunità a ciascun alunno di entrare e vivere l’esperienza teatrale all’interno di uno dei teatri più importanti d’Italia e del mondo.

2. Legami interdisciplinari

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ITALIANO Goldoni, “Il servitore di due padroni”: l’autore, promotore di una vera e propria rivoluzione teatrale, sostituì gradualmente al teatro della Commedia dell’arte un teatro di carattere, con testo scritto e personaggi ben delineati psicologicamente. Ricerca la verosimiglianza delle storie e la semplicità del linguaggio. Questa celebre commedia, che rappresenta il momento di passaggio sopra menzionato, conserva infatti alcune caratteristiche della commedia dell’arte (le maschere, i dialoghi rapidi e serrati) ma se ne distingue fortemente per la vivacità e il ritmo del testo.
INGLESE Shakespeare, “Much ado about nothing” una delle commedie più conosciute e portata sulle scene che continua a intrattenere e a incantare il pubblico di tutto il mondo, considerata a lungo commedia romantica per i temi amorosi e per la struttura ricca di elementi farseschi e giocosi, l’opera rientra a pieno titolo nel novero delle tragicommedie, grazie alla singolarissima capacità dell’autore di passare con straordinaria disinvoltura dal comico al tragico, dalla farsa alle drammaticità più intensa.
STORIA La trasformazione del teatro dalle origini al 1700 In storia ho tracciato una breve sintesi della storia del teatro dalla nascita, in occidente con la civiltà ellenica, nel V secolo a. C. con le principali forme del “dramma”: la commedia e la tragedia, ripresa poi da Nietzsche, fino al momento in cui Goldoni supera il gusto barocco per la stravaganza e l’artificio e, coerente con il clima razionalista e la cultura arcadica, sente il bisogno di maggior rigore, pulizia ed ordine.
FILOSOFIA Friedrich Nietzsche, “La nascita della tragedia” in quest’opera giovanile il grande pensatore tedesco arriva alla conclusione che l’uomo attraverso la tragedia attica si riappropria delle sue passioni contrastanti (la parte razionale- apollinea-  e istintiva- dionisiaca) e realizza che gioia e dolore sono entrambi necessari e presenti nella vita, quindi ogni uomo non deve annientare i propri istinti o isolarsi dal mondo, ma deve imparare a conoscerli e vivere secondo la sua natura. Ecco quindi che il teatro per Nietzsche diventa la via della conoscenza, della libertà e della vita;
SCIENZE Teatroterapia Con il termine arte terapia si definisce la messa in scena, all’interno di un gruppo, dei propri vissuti, emozioni e paure; prevede l’educazione alla sensorialità e alla percezione del proprio corpo e della voce, avvalendosi anche di altre forme di arte come la danza, la poesia e la musica. Durante le improvvisazioni teatrali si sperimentano situazioni e stati d’animo mai esperiti nella vita quotidiana, e talvolta avviene la scoperta di una possibilità di comportamento nuovo che crea stupore e meraviglia. Il fatto è che, se noi proviamo un’emozione, se viviamo intensamente (nella realtà immaginaria della scena) un’esperienza nuova, questa entra a far parte del nostro bagaglio esperienziale di vita così come se l’avessimo vissuta nella realtà quotidiana.
FISICA L’acustica delle sale Approfondisco un aspetto tecnico fondamentale in uno spettacolo cioè le caratteristiche del suono e i fenomeni connessi alla sua propagazione e le condizioni indispensabili per ottenere un suono ottimale in un ambiente chiuso.
ARTE Giuseppe Pier Marini, La Scala di Milano una sala all’italiana, a forma di ferro di cavallo, racchiusa in un edificio dalle rigorose linee neoclassiche, Stendhal lo definì “il primo teatro al mondo” per architettura e acustica, mi soffermo sull’importanza artistica e sonora del teatro. Questo teatro per molti studenti del Majorana rappresenta la prima esperienza teatrale importante.

3. Italiano. Il Teatro di Goldoni

Il “Servitore di due padroni”, meglio noto come “Arlecchino servitore di due padroni”, è una celebre commedia di Carlo Goldoni, scritta dall’autore veneto nel 1745.
In piena sintonia con la tradizione della Commedia dell’Arte, Goldoni scrisse l’opera in forma di canovaccio in funzione di Antonio Sacchi, in arte Truffaldino, famoso attore e capocomico, il quale, secondo l’usanza del tempo, recitava improvvisando. Viene rappresentato con grande successo a Milano e a Venezia.

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Il servitore di due padroni conserva alcune caratteristiche della commedia dell’arte (le maschere, i dialoghi rapidi e serrati) ma se ne distingue fortemente per la vivacità e il ritmo del testo: Arlecchino è un personaggio a metà tra una maschera (caricatura) ed un personaggio.

Questa è l’ultima opera di Goldoni in cui compaiono le maschere e rappresenta la sua separazione definitiva dalla Commedia dell’arte: in seguito (1753) quando la riforma del teatro sarà ormai attuata, Goldoni riprenderà in mano il canovaccio e l’opera si dotò di un copione steso per intero, così come voleva la sua riforma.
L’abolizione del canovaccio e delle maschere, l’introduzione del vincolo del copione sono le novità potremmo dire ‘tecniche’ della riforma.

Un secondo aspetto da prendere in considerazione riguarda aspetti più letterari: gli intrecci, le tematiche, la caratterizzazione dei personaggi e la lingua utilizzata.

Da questo punto di vista l’elemento più caratterizzante dell’opera di Goldoni è sicuramente la ricerca di verosimiglianza e di equilibrio, coerenti con il clima razionalistico e la cultura arcadica, e il tentativo di superare il gusto barocco per la stravaganza e l’artificio. Gli intrecci stereotipati e ripetitivi, spesso incoerenti, vengono sostituiti da trame aderenti al vissuto del pubblico. I personaggi acquistano personalità e sono tanto più verosimili quanto più sono unici e sfaccettati.

Al plurilinguismo spesso grottesco si sostituisce un monolinguismo fondato sull’uso dell’italiano o di un solo dialetto coerente con l’ambientazione della vicenda.

Il ceto sociale predominante ne “Il servitore di due padroni” è la borghesia, classe emergente nell’epoca settecentesca. Pantalone è infatti un anziano mercante che si è arricchito facendo svariati affari; Brighella è un locandiere e la sua attività è fruttuosa: tanti sono i clienti e i camerieri che lavorano alla sua locanda. Florindo intrattiene affari con diversi mercanti durante il suo alloggio a Venezia, e Beatrice orchestra l’inganno ai danni di Pantalone per i soldi della dote. Arlecchino e Smeraldina sono i due servi, ma vengono comunque esaltati dall’autore per la loro prontezza e scaltrezza, per la loro capacità di adattarsi e di sopravvivere.

Emerge anche la distanza tra i giovani e vecchi. Si può notare osservando Pantalone e Clarice: il primo vorrebbe che la figlia sposi Federigo Rasponi per l’impegno preso, per il nome e l’onore della famiglia e per gli affari già intavolati in merito alla dote, mentre Clarice si vorrebbe ribellare alle decisioni del padre, perché il suo desiderio è sposare Silvio di cui è innamorata.

Uno degli intenti dell’autore è mettere in risalto la figura femminile e la sua emancipazione. Beatrice, ad esempio, è una donna intraprendente e indipendente: si vestiva già da uomo per andare a cavallo quando abitava con il fratello a Torino; dopo la morte di quest’ultimo, scappa di casa travestita da uomo per cercare il suo amore, ottenendo così rispetto da una comunità che ancora non dà libertà a quello che è considerato il “sesso debole”, come possiamo riscontrare nella figura di Clarice sottomessa al padre. Clarice stessa si ribella alle ingiuste decisioni di Pantalone, che vanno a toccare una sfera intima dell’essere umano. Smeraldina, la servetta di Clarice, si fa invece portavoce delle donne, ribadendone l’importanza e denunciando i soprusi degli uomini. Quando l’inganno di Beatrice viene svelato, nessuno la critica o la condanna. Goldoni ha quindi una visione perspicace e anche illuminista della donna, in un secolo di grandi cambiamenti come il Settecento.

Il discorso non è poi così dissonante all’interno della vitale cittadina veneziana. L’autore veneto esalta anche la nascente borghesia, ma anche le capacità di adattarsi e la scaltrezza di chi riesce sempre a cavarsela (Arlecchino).

Un’altra idea al centro dell’opera è senza dubbio l’amore e come questo viene visto dai personaggi della commedia. Goldoni non è un romantico: l’idea dell’amore è collegata all’utile, al denaro (la dote di Clarice) e all’onore (ad esempio per la famiglia Lombardi). D’altra parte vediamo come Clarice e Silvio, Beatrice e Florindo, Truffaldino e Smeraldina siano realmente innamorati. Se l’utile ed il sentimento non si ostacolano, che ben venga. Altrimenti sarà sempre l’utile a prevalere (come possiamo notare dalla decisione di Pantalone di far sposare Clarice con Federigo Rasponi).

Il servitore di due padroni è un’opera di intrattenimento, comica e divertente. L’unico personaggio ironico è Smeraldina, che con i suoi a parte sottili fa ridere il pubblico. Solo Beatrice ha uno spessore psicologico: è intraprendente, soffre per amore, è coraggiosa.

Goldoni in quest’opera è riuscito a salvare e valorizzare gli aspetti ancora vitali di una drammaturgia ormai artificiosa e vuota, può essere indicativo osservare la fortuna di questa commedia in età contemporanea.

 

Note di Regia

Il Pensiero dietro alla Rassegna

La rassegna

La rassegna “Il Teatro di Goldoni” prende le mosse dalla collaborazione della compagnia La Gilda delle Arti con i comuni di Osio Sotto, Ciserano, Boltiere e Verdellino, e nasce con l’obiettivo mettere in scena un genere teatrale che ha reso celebre l’Italia in tutto mondo: la Commedia dell’Arte.

Gli spettacoli che compongono la rassegna sono quattro e affrontano, partendo da diversi approcci, il fil rouge dell’intero programma. L’autore di riferimento per ogni adattamento è Carlo Goldoni, che dedicò tutta la sua vita al teatro e che, probabilmente, è la fonte più autorevole per ricostruire lo stile dei Comici dell’Arte senza perderne la vitalità.

Gli spettacoli

Il primo testo in programma è “L’Arlechì, servitore di due padroni”. Si tratta di un adattamento del celebre testo di C. Goldoni “Il servitore di due padroni”, in cui il protagonista cerca maldestramente di accontentare due padroni diversi, senza rendersi conto di combinare continuamente pasticci e malintesi. La rivisitazione che proponiamo è volta essenzialmente in tre direzioni: ridurre la durata dello spettacolo a circa 70 minuti; sostituire lo zanni originale, Truffaldino, con la più famosa maschera di Arlecchino; convertire, infine, il dialetto Settecentesco del copione goldoniano con la parlata bergamasca dei giorni nostri.

Il secondo spettacolo in programma è “La Famiglia dell’Antiquario, ossia la suocera e la nuora”. Anche in questo caso abbiamo ripreso l’omonimo testo di Goldoni e l’ha adattato in termini di lingua e di durata. La trama è ancora una volta un intreccio di fraintendimenti, questa volta tra le padrone di casa; i battibecchi che animano la vicenda sono causati dalla gelosia tra le due donne e sono fomentate dai servitori Arlecchino e Colombina. A fare da paciere è il mercante Pantalone dei Bisognosi che, dopo molti tentativi andati a vuoto, trova una soluzione per far convivere sotto lo stesso tetto una suocera e una nuora.

Il terzo appuntamento della rassegna presenta “La Locandiera”, uno dei testi più celebri
e amati della tradizione teatrale italiana. Questo spettacolo è il frutto della riflessione di Carlo Goldoni sul teatro della Commedia dell’Arte: senza rinunciare al carattere intrigante e comico di Colombina, all’intraprendenza di Brighella e alla presunzione del Capitano, l’autore crea dei personaggi senza maschera, ribattezzandoli rispettivamente Mirandolina, Fabrizio e Cavaliere di Ripafratta. Questo copione segna di fatto la fine della Commedia dell’Arte per il teatro italiano, e la nascita di una nuova stagione letteraria, aperta ai contributi provenienti dalla Francia e dall’Inghilterra, rappresentati in massima parte dalle opere di Moliere e di Shakespeare.

L’ultimo spettacolo della rassegna è “Il capolavoro della vita” e si tratta di una rilettura dell’opera “Memorie” di Goldoni. In un testo fresco e vivace, l’autore ripercorre tutta la sua vita, soffermandosi principalmente sugli spettacoli creati e sugli attori frequentati in gioventù. La Gilda delle Arti propone questo testo a conclusione della rassegna perché, attraverso le parole stesse di Goldoni, si può ricostruire cosa fosse davvero la Commedia dell’Arte a metà Settecento: essa è osservata senza filtri da un contemporaneo, che poteva considerarne pregi e difetti, punti di forza e debolezze. Oltre a fornire una visione retrospettiva dell’intero progetto, lo spettacolo è anche l’occasione di raccontare la storia di un uomo che ha vissuto la sua vita così intensamente e serenamente da farla diventare un vero e proprio capolavoro.

La Commedia dell’Arte…

La Commedia dell’Arte è un genere teatrale sorto nel corso del secolo XVI e sopravvissuto fino alla fine del Settecento. In termini moderni si potrebbe definire “commedia dei professionisti” perché nel Medioevo la parola “Arte” significava “mestiere, professione, corporazione”, e si differenziava nettamente dal teatro amatoriale o dei dilettanti. A inventare e  diffondere la Commedia dell’Arte furono, in effetti, gli attori di professione che, riuniti in compagnie o famiglie itineranti, portarono i loro spettacoli in tutta Europa.

La Commedia dell’Arte si può definire un teatro “all’improvviso” perché gli spettacoli non presupponevano che gli attori studiassero un copione; essi si basavano invece sulla propria esperienza di scena, che li rendeva capaci di creare uno spettacolo in maniera estemporanea: una volta concordata una scaletta di scena con i principali snodi della storia, detta “canovaccio” o “scenario”, gli attori salivano sul palco e si esibivano scegliendo personalmente le battute, i frizzi o i lazzi che appartenevano al loro bagaglio professionale.

Una delle caratteristiche più amate della Commedia dell’Arte è certamente la presenza di maschere o “tipi fissi” che, come Arlecchino, Pantalone e Brighella, erano presenti in tutte le vicende con i rispettivi dialetti e le relative personalità, maschere e livree. Uno spettacolo era composto in genere da una o due coppie di giovani innamorati; uno o due servi, una servetta, i vecchi, come Pantalone e il Dottore, e il Capitano.

…Oggi

Per sua stessa natura, la Commedia dell’Arte è sempre stata una manifestazione orale, non suscettibile di trascrizioni; paradossalmente, un attore che oggi imparasse una parte a memoria, fosse anche quella di Arlecchino, non starebbe facendo Commedia dell’Arte. Mancherebbero infatti dei requisiti fondamentali, come l’uso del canovaccio e l’improvvisazione. Uno spettacolo di “vera” Commedia dell’Arte sarebbe quindi un esperanto di  battute, canzoni, brevi scenette comiche e monologhi tratte dal repertorio di ogni singolo attore, capace di scegliere i migliori escamotage scenici per ogni occasione.

Pertanto, se  oggi  ci si vuole accostare alla Commedia dell’Arte, bisogna ricorrere a quei poeti che nel corso del secolo XVIII hanno realizzato dei copioni scritti, basandosi sulle maschere, sui frizzi e sui lazzi delle Commedie che da molti anni giravano in tutta Europa

 Perché Goldoni

Carlo Goldoni, poeta veneziano vissuto nel XVIII secolo, è uno dei principali autori di riferimento quando si cerca di ricostruire la storia della Commedia dell’Arte. Nell’arco della sua vita, infatti, lavorò per diverse compagnie teatrali specializzate nel lavoro con le maschere, e scrisse canovacci e scenari per i principali attori dell’epoca. Tuttavia, col trascorrere degli anni, cominciò ad auspicare un’evoluzione delle forme del teatro italiano. Le principali mancanze che ravvisava erano la ripetitività delle trame, la scarsa profondità psicologica dei personaggi, e la totale assenza di realismo nelle vicende rappresentate. Inoltre, trovava nella maschera una limitazione delle capacità espressive degli attori.

Così, a partire dal 1738, cominciò a scrivere copioni teatrali che definissero, oltre alla trama, le battute di ogni singolo interprete: non eliminò sin da subito i personaggi che il pubblico tanto amava, e scrisse diverse opere in cui i protagonisti restavano i “tipi fissi” della Commedia dell’Arte; invece scelse una strategia graduale e, per gradi, dotò i personaggi di profondità psicologica, modificando al contempo le trame narrate. Alla fine del suo percorso scrisse un vero e proprio capolavoro della letteratura italiana, La Locandiera, in cui le maschere sono scomparse e convertite in personaggi realistici, come il Cavaliere, il Conte e Mirandolina.

La tradizione interpretata dai giovani

La nostra compagnia lavora sui testi originali con rispetto, ma anche con la freschezza e l’entusiasmo di un gruppo di giovani che ha trovato nelle grandi opere del passato il modo di esprimere valori che ancora oggi, a distanza di più di due secoli, fanno immedesimare, sospirare e divertire il pubblico. Lo stile di lavoro è quello di assimilare il copione per poi rielaborarlo in una chiave sensibile ai gusti degli spettatori dei nostri tempi: innanzitutto, si rinuncia alla resa integrale dell’opera, e la si riduce a un massimo di 80 minuti, per non rendere l’appuntamento con il teatro un onere gravoso in termini di tempo. In secondo luogo si lavora sulla lingua, nel tentativo di ammodernarla senza perderne il piglio. E, infine, ci si diverte a creare nuovi lazzi e situazioni comiche volte a coinvolgere ancora di più gli spettatori, per dare l’impressione che lo spettacolo sia stato scritto proprio per loro.